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domenica 13 febbraio 2011

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Startup e Italia

Tra il 2007 ed il 2008, ho avuto enormi difficoltà ad avvicinarmi al “mondo startup”. Su internet non riuscivo a trovare nulla che riguardasse il panorama italiano, nessun riferimento, nessun contatto. ZERO.

Quando spiegavo ai miei colleghi universitari cosa avevo in mente di fare e usavo il termine “startup”, la prima domanda era: “Cosa vuol dire startup?”

Io stesso, ho iniziato a leggere Techcrunch e Mashable per caso e grazie a loro ho imparato il significato di parole come startup, round, VC, Angel, seed e tutto il resto.

Pensate che sia Techcrunch e sia Mashable sono state fondate nel 2005. Parliamo di poco più di 5 anni fa. In cinque anni tutto è cambiato e si è evoluto alla velocità della luce.
Ad oggi, se penso ai pomeriggi del 2008, passati a leggere articoli sulle startup californiane, mi sembra di tornare indietro di 10 anni. Eppure ne sono passati solo poco più di tre.

Se oggi ripenso alla situazione che c’era in Italia nel 2008 e la confronto con quella attuale, non mi sembra possibile che in poco più di 3 anni le cose siano cambiate così rapidamente!

Sono arrivato a Roma a fine agosto 2009, dopo poche settimane il primo passo importante: è nato UpStart Roma. Il gruppo composto da 7 giovani amanti del web, è nato con lo scopo di iniziare a diffondere la cultura delle startup tra i giovani. Ricordo che il primo evento siglato UpStart fu un successone, oltre 100 persone si sono riunite per la prima volta a Roma, per parlare di startup e per presentare la propria idea agli altri.

Quell’evento è stata la prova che, oltre a noi 7, tantissimi altri giovani avevano voglia di incontrarsi per scambiare le proprie esperienze, idee e consigli sul proprio progetto, sulla propria startup. Nei mesi e negli anni a seguire, fortunamente, sono nate tantissime altre iniziative.

A livello nazionale, un importantissimo impatto lo ha sicuramente avuto Working Capital, che tramite il suo tour, ha dato la possibilità agli studenti di presentare le proprie idee. In parallelo, anche tante altre iniziative a livello locale. A Roma, ad esempio, sono nati: InnovationLab, gli Indigeni Digitali, le Girl Geek Dinners, Ignite Italia. Senza contare tanti altri eventi e gruppi che hanno contribuito ad affermare due concetti importanti: startup e networking. Negli ultimi anni, abbiamo anche visto la nascita di incubatori di startup distribuiti sull’intero territorio nazionale. Per non parlare dell'attivissimo gruppo ISS di Facebook con oltre 1.300 membri.

Insomma, non solo a Roma, ma anche a Milano, Bologna, Torino, Palermo e in tutte le maggiori città italiane sono nati spontaneamente gruppi ed iniziative che hanno contribuito e contribuiscono tutt’ora a far sì che l’Italia inizi ad essere un paese più innovativo e moderno.

Nel giro di pochi anni in Italia sono state gettate delle importanti basi per un futuro sempre più appartenente ai giovani che hanno voglia di fare tanto e di fare bene. A questo punto, però, credo che occorra fare il grande passo.

Da un pò di tempo, ormai, quando partecipo agli eventi, vedo ed incontro sempre le stesse persone. Vengono dette e raccontate sempre le stesse cose.

Quando vado ad un evento di networking e torno a casa con zero nuovi biglietti da visita, nessuno stimolo esterno, nessun nuovo feedback, nessun nuovo consiglio, nessun nuovo contatto..dal mio punto di vista, questo dovrebbe essere un campanello di allarme.

Fino ad ora è stato fatto tanto e ne siamo tutti contenti. Nell’ultimo anno, però, ho visto uno stallo della situazione. Non ho visto nuove iniziative per permettere ancora a questo ambiente di crescere, ho solo visto azioni di “contenimento”.

La mia domanda è: “Adesso che abbiamo posto le basi tutti insieme, vogliamo puntare in alto e riprendere a crescere o vogliamo continuare ad essere sempre gli stessi e a dirci sempre le stesse cose ad ogni evento?”.

Purtroppo, quello che sto vedendo troppo spesso in giro per gli eventi ed i vari incontri, sono solo parole, bellissime parole, piene di speranza e voglia di fare. Nella pratica però, non vedo cambiamenti. Forse, adesso siamo nella fase più difficile. Prima abbiamo piantato il seme e sembra che ci siamo riusciti, ora però c’è bisogno di prendere davvero coscienza di cosa vogliamo fare da grandi.

Ecco, secondo il mio modestissimo parere, quello che potremmo provare a fare per creare un tessuto socio-economico basato sulle startup e su un network che da e genera valore:

- Andare nelle università e anche nei licei per spiegare ai ragazzi che è possibile crearsi un lavoro e non bisogna sempre attendere che qualcuno ti chiami per lavorare. Questo compito, secondo me, spetta agli investitori e a tutti quelli che si dichiarano innovatori.
Bisogna partire dal basso e scuotere il sistema alla base. Così, forse, agli eventi avremo facce ed idee nuove.

- Consiglio agli investitori di smetterla di porsi sempre in una posizione più importante rispetto agli imprenditori. Non restate chiusi nei vostri uffici aspettando che gli imprenditori bussino alle vostre porte, uscite anche voi a cercare giovani brillanti e con la voglia di fare. Agli eventi (purtroppo è capitato troppo spesso durante l’ultima social media week) non siate rigidi ed impettiti, aspettando che qualche imprenditore si avvicini solo perchè: “Io sono l’investitore!”. Presentatevi voi ai ragazzi e chiedete voi a loro di raccontarvi la loro idea. Durante un evento a San Francisco, mentre io sorseggiavo tranquillo il mio cocktail, un certo Jeff Clavier si è avvicinato per parlare con me.

- Ai ragazzi consiglio di evitare di perdere tempo a lamentarsi del fatto che non riescono ad ottenere un finanziamento, peggio ancora di parlar male di chi lo ha ottenuto. Consiglio di concentrarsi sul perchè non hanno ottenuto un finanziamento e sul perchè altri ci sono riusciti. Da qualche parte state sbagliando.

- Affinchè si riesca a creare un network potente, c’è bisogno che tutti capiscano che non esistono guerre o interessi personali. Non deve vincere il concetto “se io fallisco allora devono fallire anche gli altri”, un network è potente quando tutti collaborano in maniera costruttiva. Spesso si può aiutare qualcuno senza pretendere per forza qualcosa in cambio. Un giorno, sarai tu ad essere aiutato.

E' un discorso troppo lungo e complicato da affrontare in un solo post. Spero che queste righe servano almeno a smuovere un poco gli animi.

Concludo dicendo che dobbiamo essere tutti contenti per i risultati che abbiamo ottenuto in Italia nel giro di pochi anni, ma c’è ancora tanto da fare. Secondo me, adesso, ci serve un cambio di mentalità. Da parte di tutti. Sicuramente la parte più difficile da affrontare e superare.

Ciao,
Stefano Passatordi
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venerdì 12 novembre 2010

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L'esperienza di un imprenditore italiano che ha avuto successo: Marco Magnocavallo

Ultimamente si è sviluppata una accesa discussione sulla questione Silicon Valley vs Italia.
C'è chi è convinto che andare in SV sia un passo obbligatorio per una startup, l'unica vera possibilità di raggiungere il successo e la gloria. Altri, invece, sostengono che non è assolutamente un passo obbligatorio spostarsi dall'Italia per andare nella Valley...anzi.

Si discutono sempre i casi di successo in Silicon Valley e quelli mancati in Italia. Credo che, per crescere e prendere la direzione giusta, non si drovrebbe parlare senza conoscere realmente le situazioni. Prima di affermare che in Italia non esistono casi di successo...bisognerebbe informarsi.

In Italia non ci sono così tanti esempi di successo come nella Valley, questo è inutile negarlo, ma non è neanche corretto affermare che in Italia non ci sia proprio niente...

Per questo motivo, ho deciso che, a cominciare da oggi, cercherò di contattare ed intervistare gli imprenditori web italiani che hanno avuto successo, per dar voce alle loro storie e per imparare dalle loro esperienze.

Una qualità che non deve mancare ad un aspirante imprenditore di successo è l'umiltà di imparare da chi già ha seguito lo stesso percorso..molto prima di noi!


Oggi vi presento l'intervista a Marco Magnocavallo, CEO di Blogo.it (12 milioni di utenti unici mensili in quattro paesi...non male per essere italiana!).

1) Ciao Marco, anche se in Italia sei già conosciuto ed affermato come imprenditore web di successo, vuoi presentarti e dirci chi sei e cosa fai?

Amo il web e mi diverto a ideare e lanciare prodotti.

Ho iniziato nel 1996 fondando una web agency (Communicate!) nella quale ho fatto un po’ di tutto: programmatore prima, project manager dopo e negli ultimi due anni, con una struttura di 25 persone e clienti di medio-grosso calibro – Poste Italiane, McKinsey, Lycos, Daimler-Chrysler - il CEO.
Ho venduto Communicate! a una società in pre-IPO, poi ho fondato un sito di e-commerce (litebox) per cui ho firmato la cessione a Jumpy/Fininvest. In seguito ho fatto partire un servizio di customer care online via chat (LiveSupport) di cui ho ceduto due anni dopo le quote a investitori privati, poi ho fatto insieme ad altri soci un management buyout di un ISP con 13 sedi in italia e 10.000 PMI clienti. Dopo aver ristrutturaro e riportato in utile la società ho ceduto le mie quote a soci privati.

In ultimo ho fondato Blogo, il network di blog verticali che raggiunge ormai 12 milioni di utenti unici mensili in quattro paesi e di cui sono il CEO. Nel 2007 abbiamo ceduto una prima quota di Blogo a Dada e nel 2008 una seconda tranche.

Nel tempo libero sto lavorando a un paio di progetti laterali: tipsandtrip.com – un taccuino di appunti di viaggio per iPhone – e dreamr.com – sapete che a marzo 2010 iPad è stata la cosa più sognata nel mondo?

Ho due bambini fighissimi, una fidanzata stupenda, una ex moglie e due gatti. Amo lo snowboard, la vela e giocare a Super Mario con i miei bimbi.

2) Potresti raccontarci qualcosa in più circa il tuo inizio, quando, per la prima volta, ti sei affacciato al mondo startup?

Nel 1994, avevo 21 anni e tanta passione per le auto d’epoca, le Mini Cooper in particolare.
Ho pensato con un amico che potesse essere interessante far qualcosa in quel settore. Abbiamo fondato Mini Mania: un negozio di accessori, preparazioni e restauro per Mini Cooper.

Dopo un paio di anni fatturavamo qualche centinaio di milioni di lire, avevamo clienti in 10 paesi del mondo e un gruppo di amici stupendo ma nel frattempo il mio interesse si era spostato sul web. Così abbiamo chiuso Mini Mania e sono partito con la seconda startup.

3) Quali sono state le maggiori difficoltà che hai incontrato lungo il tuo percorso da giovane founder ad imprenditore di successo?

La maggiore difficoltà è capire che si può sbagliare e che questo non è un problema. Far fallire un progetto è un’esperienza interessante e che accresce.

4) Quali gli errori più importanti che hai commesso e che potrebbe commettere un giovane startupper?

Ostinarsi con la propria idea di prodotto senza dare ascolto alle persone, fregarsene della critica costruttiva perché tanto “quel business lo conosco meglio io”.

5) Credi che rispetto a qualche anno fa, quando hai iniziato, qualcosa sia cambiato in Italia? Chi inizia oggi, è più o meno fortunato rispetto a prima?

Molto più fortunato di prima.

Facilità di accesso alle informazioni, tecnologie a basso costo (cloud computing e framework), ampie possibilità di networking online, telelavoro, forze lavoro nei paesi dell’est e in india. Un ecosistema particolarmente favorevole per la nascita di una startup.

6) Se tu ne avessi il potere, cosa cambieresti in Italia per agevolare e stimolare i giovani imprenditori?

Metterei un limite alle chiacchiere da bar in cui tanti giovani si perdono. E’ un problema sociale in italia: tanti che parlano e pochi che combinano qualcosa. Come seconda cosa obbligherei i giovani a lasciare casa entro i 20 anni, il modo giusto per non vivere sulle spalle dei genitori fino a 35 e per darsi da fare subito.

7) Quale è il tuo punto di vista circa la Banca Nazionale dell’Innovazione, proposta da Gianluca Dettori?

Tante belle idee, difficilmente realizzabili, la BNI non è la prima e non sarà l’ultima. Mancano gli imprenditori, mancano le vie di uscita e mancano di conseguenza i fondi di ventura.

8) Quali sono i consigli che ti senti di dare ai giovani che oggi decidono di fondare una startup?

Partite con qualcosa di semplice e buttatelo fuori sul mercato. Se non ci sono bug vuol dire che avete lanciato troppo tardi. Poi raccogliete i primi feedback degli utenti e continuate a iterare sul prodotto. E’ un ciclo continuo che permette di affinare la propria idea che al primo colpo difficilmente va a segno.

9) Quale è la tua posizione rispetto alla questione Silicon Valley, credi che oggi sia un passo dovuto quello di provare ad aprire la propria startup lì?


Assolutamente no. Si può partire ovunque e per arrivare a capire se il prodotto può avere un senso non serve andare in SV. Bastano qualche migliaio di euro e tanta voglia e passione. Poi, più avanti, può servire ma cerchiamo di non farci prendere troppo dal mito Silicon Valley.

10) Secondo te, quali sono le tre principali caratteristiche che deve avere un giovane che decide di fondare una startup in Italia?

Curiosità, tenacia e tanta voglia di sbattere la testa contro i muri.

11) Se oggi tu decidessi di fondare una startup, in che ambito punteresti?

Web e mobile apps perché con pochi euro si può partire. In alternativa se non parliamo di web mi piacerebbe lavorare su linee di oggetti personalizzati: oggetti cui la gente si appassiona e che diventano di culto (una borsa, una bici, un tavolo).



Grazie a Marco Magnocavallo!


Stefano Passatordi
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giovedì 7 ottobre 2010

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Italia, investitori e startup

[Da: http://blog.tagliaerbe.com/2010/10/italia-investitori-startup.html]

In queste ultime settimane, nei blog dedicati al mondo startup e tecnologico, c’è stato un gran discutere circa la questione “fare la propria startup in Italia oppure andare in Silicon Valley”.

Il polverone è stato alzato da Augusto Marietti, co-founder di Mashape, che attualmente si trova con Marco e Michele (gli altri due co-founder) a San Francisco, nel mitico Pier 38.

In brevissimo, i tre giovanissimi founder sostengono che, dopo aver provato inutilmente a cercare dei finanziamenti in Italia, sono andati nella Valley ed hanno ottenuto quello che cercavano. Anche se con dispiacere, Augusto consiglia a tutti i giovani come lui e con idee innovative, di scappare dall’Italia perchè altrimenti le speranze di aver successo sono minime.

Queste affermazioni hanno scatenato un dibattito virtuale molto acceso, in particolar modo di Massimo Ciociola, seguito, in ordine temporale, da Stefano Bernardi e da Gianluca Dettori.

Fino ad oggi, ho letto in maniera passiva i vari post e commenti sui blog, senza mai intervenire in alcun modo, perchè, non avendo mai respirato l’atmosfera della Valley, non avevo alcun metodo di paragone per poter giudicare chi avesse ragione e chi no.

Prima di esprimere la mia opinione in merito, mi presento. Sono Stefano Passatordi e sono il co-founder di Ibrii, un servizio per la condivisione in tempo reale di contenuti web. Ibrii è nata nel novembre 2009 ed è stata, sin da subito, incorporata in Delaware. Per cui, a tutti gli effetti, è una società americana. In realtà, però, lo sviluppo e la gestione della società stessa avvengono a Roma. Tutto ciò è stato possibile grazie ad un seed ottenuto da dPixel.
Se vi state chiedendo perchè la società è stata registrata in Delaware, la risposta è semplice: “il nostro obiettivo è sempre stato quello di ottenere finanziamenti da investitori USA”.
Da novembre 2009 ad oggi, sono cambiate tante cose, sicuramente la più rilevante, ai fini della discussione, è che Lorenzo Thione è entrato a far parte della società già da molti mesi.

Grazie proprio ad Ibrii, ho avuto l’occasione di andare a San Francisco e nella Silicon Valley per qualche settimana.

Adesso, sento di poter esprimere il mio parere in merito, in quanto, non solo ho potuto constatare personalmente di cosa stiamo parlando, ma, soprattutto, incarno il prototipo dello startupper che è di base in Italia e cerca di far crescere la sua startup.

L’impressione che ho avuto leggendo i vari post delle settimane scorse, in merito a questa faccenda, è che si stia facendo confusione. Credo che sia fondamentale capire bene di cosa stiamo parlando: si parla di startup WEB e non di startup che producono macchine a idrogeno!

Questo, secondo me, è il punto principale da chiarire. Altrimenti, sarebbe sbagliato dire che in Italia è difficilissimo fare impresa e che non è possibile avviare una startup, mentre negli USA tutto è possibile. In Italia esistono tante aziende, in vari settori, che sono diventate famose nel mondo e che esportano la nostra cultura e che meritano il massimo rispetto.

Invece, secondo me, il discorso cambia quando si parla di fare l’imprenditore web. Raccontandovi la mia esperienza, cercherò di fare i paragoni tra quello che ho vissuto e vivo tutt’ora in Italia e quello che ho percepito nella Bay Area. Alla fine tirerò le somme di tutto il discorso.

Partiamo dal fundraising. (Va precisato che stiamo parlando di un seed, non di un series A!) In questi mesi, stiamo effettuando un secondo fundraising e abbiamo approcciato sia investitori italiani che della Valley. In Italia, SOLO PER RACCONTARE LA NOSTRA IDEA, TUTTI hanno chiesto tre cose: pitch, business plan e financials. A San Francisco, così come nella Valley, hanno voluto soltanto una demo..ovvero: “accendi il PC e fammi vedere di cosa stiamo parlando”.

Credo che le differenze siano ovvie, in Italia si pensa prima ai numeri e alle carte, mentre nella Valley il prodotto viene prima di tutto.
Con questo non voglio dire che business plan e financials non servono. Assolutamente NON è così. Però bisogna dargli il giusto peso in base allo stato attuale della startup e dei finanziamenti che si chiedono.
Un discorso è allenarsi a progettare e pianificare durante la fase di inizio. Un altro discorso è che, senza questa documentazione (deve essere almeno credibile, non improvvisata), non hai neanche la possibilità di raccontare la tua idea. Scusate, ma a me sembra una bella differenza!
Sicuramente, andando avanti con le trattative e con l’avanzare della startup verso uno stadio più maturo, il business plan diventa uno strumento fondamentale anche nella Valley.
Nessuno può immaginare di chiedere dei finanziamenti importanti, in Italia o all’estero, senza un business plan definito.
Forse vi potete salvare se trovate un angel e gli chiedete poche migliaia di dollari/euro.
(Circa questa questione, Dettori e dPixel sono stati gli unici ad ascoltarci e a credere in noi SENZA presentare un business plan sin dal primo giorno).

In Italia, il fatto che io ed mio il socio abbiamo un background tecnico (siamo due laureati magistrali in Informatica a Pisa) è sempre stato un punto a nostro sfavore.
Poichè siamo tecnici e, secondo gli investitori, sicuramente non capiamo nulla di prodotto e numeri..allora non possiamo aspirare a seed più corposi. Fiducia limitata! Se guardate la storia di tutte le più famose startup, vi renderete conto che sono quasi tutti tecnici.
In California, infatti, è stato esattamente il contrario. Essere due laureati in informatica è stato un ottimo biglietto da visita. All’inizio non sono i numeri che servono, ma il prodotto (ovvero servono tecnici)!
Senza quello, alla fase numeri non ci si arriva mai.

In questi ultimi mesi, stando comodomante a Roma, abbiamo stretto una partnership con una società che si trova a Sunnyvale, California. Tutto iniziato e portato avanti tramite Skype e email. In Italia, nonostante fossimo andati di persona nelle sedi di piccole, medie e grosse realtà con cui potevamo collaborare, abbiamo ottenuto solo tante false promesse, abbiamo perso tempo e risorse finanziarie.

Durante le settimane in Valley, siamo riusciti ad avere una media di 2 incontri al giorno con i più grossi angels della California, oltre a famosi blogger e affermati entrepreneurs.
Premetto che non li conoscevamo già da prima, ma, molto semplicemente, i contatti sono avvenuti tramite email oppure tramite Lorenzo.
In Italia, gli investitori li devi inseguire per settimane..

Un’altra importante differenza che ho riscontrato, riguarda i contratti di investimento per i seed. Durante gli incontri con i vari angel della Bay Area, tutti ci hanno parlato di convertible notes e di contratti lunghi una pagina, molto laschi.
Perchè la filosofia della Valley è questa: una startup potrà essere o ZERO o UNO. Se un giorno varrà UNO allora convertono in equity ed assegnano una valutazione, contestualmente all’interesse di un VC.
In Italia, invece, già il primo contratto di investimento (per un seed) è lungo oltre 15 pagine e contiene clausole da series A. Senza parlare della valutazione che viene assegnata inizialmente e che, nella maggior parte dei casi, limita la startup anche per i round futuri.

Concludendo, credo che sia sbagliato asserire che in Italia è impossibile fare impresa e che, per forza, bisogna andare fuori dal paese. Condivido in parte le affermazioni di Ciociola e Dettori, ma allo stesso tempo capisco Augusto Marietti.
Va benissimo cercare di restare in Italia per far crescere il paese e contribuire a renderlo un posto migliore per le future generazioni.
Va benissimo dire che, spesso, non dipende dall’Italia, ma dalla NON bravura dell’imprenditore e che ognuno deve assumersi le proprie responsabilità, senza fuggire.
Però, bisogna anche essere onesti e raccontare i fatti per quello che sono attualmente in Italia. Per cercare di replicare l’ambiente che si trova nella Valley, serve uno sforzo da parte di tutti: imprenditori, investitori, università, politiche economiche, il sistema paese.

Negli ultimi 3 anni, in Italia le cose sono cambiate molto riguardo la questione startup ed investitori. Oggi, a differenza di prima, se un giovane ha una idea ha più di qualche porta a cui bussare.
Quindi, se da un lato ci sono stati dei passi in avanti e continuano ad esserci, dall’altro, però, c’è ancora tanto lavoro da fare.

Dal mio punto di vista, ecco alcuni consigli per migliorare:

- Investitori: evitare di ingessare le startup con basse valutazione per potersi prendere una percentuale di equity sempre più alta. Questa tecnica porta solo a svalutare la startup e diventa un deterrente per un grosso VC. Ricordarsi sempre che fare il venture capital è una attività che intrinsecamente vive di rischio, non potete cercare garanzie che nessuno può darvi.

- Imprenditori: cercare di portare avanti la propria idea anche senza grossi capitali iniziali, questo discorso vale soprattutto per le startup web. Ci sono startup che con meno di 20k euro di investimento iniziale ci sono riuscite (leggetevi Founders at Work). Pensare a creare un network collaborativo piuttosto che lucrativo. Ad un evento a San Francisco, un giovane startupper mi ha detto che quando incontra un altro entrepeneur come lui, non pensa a come quella persona possa aiutarlo, ma pensa a come lui possa aiutare quella persona. Capite la differenza? Basta con le invidie e con la guerra tra poveri.

- Università: le università sono il vero valore aggiunto della Silicon Valley, secondo me. Formano le menti imprenditoriali dei giovani studenti fin dai primi anni. Ad esempio, Stanford e Berkeley hanno almeno un corso all’anno su cosa significhi fare l’entrepeneur e come si fa.

Secondo me, un errore comune di tutti è quello di non capire da subito che, grazie ad internet, tutte le startup (web) sono sul mercato globale. Che tu stia in Italia, in Cina, in Russia o in America, devi sempre ricordare che il tuo mercato è globale.

Questo vuol dire che l’investitore non deve applicare regole di investimento diverse, in genere più pesanti, da quelle applicate dagli investitori americani, altrimenti la startup, nel mercato globale, partirà già svantaggiata.
L’imprenditore (web) non può pensare di offrire il suo servizio prima in italiano e dopo, forse, in inglese.
Le università non possono pensare di fare dei corsi di imprenditorialità limitandosi ad esempi e contesti italiani.

Per tutti questi motivi, credo che, almeno in questo momento, sia meglio provare a far crescere una startup WEB nella Valley, piuttosto che in Italia.

Secondo me, Augusto ha fatto la scelta giusta. In Italia nessuno ha voluto ascoltarlo, cosa avrebbe dovuto fare? Abbandonare tutto e fare altro? NO! Ha deciso di provarci nella mecca della tecnologia, ha avuto il coraggio di lasciare il paese che non lo ha capito e non lo ha aiutato.

Se vogliamo cambiare le cose in Italia, ed evitare che i giovani vadano oltre oceano, è ora di smettere di fare solo chiacchiere. Servono i fatti!

Stefano Passatordi
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domenica 1 agosto 2010

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Fare impresa in Italia


Pochi giorni fa, tramite Working Capital sono venuto a conoscenza del “dibattito virtuale” che si è creato circa l’affermazione: “Purtroppo siamo in Italia..”.

Premetto che conosco i fatti solo in maniera parziale, grazie a quello che ho potuto leggere su infoservi.it e sui blog dei diretti interessati (che non ho il piacere di conoscere) : Roberto Chibbaro e Stefano Vitta.

Se non ho capito male, Stefano Vitta afferma che, invece di nascondersi dietro il classico “Purtroppo siamo in Italia”, bisognerebbe rimboccarsi le maniche e lavorare sodo. Sempre secondo quanto scritto da Vitta nel suo blog, lamentarsi del fatto di essere in Italia, sarebbe anche una scusa per giustificare il fallimento di un progetto. Inoltre, prosegue Vitta, la bravura di un imprenditore si vede anche nel sapere affrontare le difficoltà che incontra lungo il suo percorso. Quindi, conclude, non esiste nessuna scusa, ma solo incapacità nel portare avanti la propria attività ed il proprio progetto.

Nel suo blog, Roberto Chibbaro replica che l’espressione “Purtroppo siamo in Italia..” non è affatto una scusa. Per attestare la sua tesi, riporta esempi concreti di cosa voglia dire fare impresa in Italia e riporta esempi riguardo una macchinosa burocrazia, una cultura errata circa il fallimento e cita anche un ecosistema quasi inesistente.

Ho deciso di scrivere un post in merito perchè lo ritengo un ottimo spunto di riflessione, oltre al fatto che lo sento molto vicino alla mia esperienza con Ibrii.
Premetto, da subito, che secondo me la verità (virtù) sta nel mezzo, in medio stat virtus, anche se, onestamente, la mia verità è più verso Chibbaro che verso Vitta.

Io sono nato e cresciuto a Potenza, in Lucania (o Basilicata), ovvero nel cuore del “profondo” Sud. Lo stesso Sud di cui parla Chibbaro nel suo blog, affermando che è il “deserto”!
Purtroppo, sento di dover confermare questa condizione, almeno in parte.

Nel 2008, la Regione Basilicata aveva stanziato dei fondi pubblici per i giovani imprenditori, erano fondi riservati a vari ambiti di sviluppo: dall’agricoltura al web, dai servizi ospedalieri alla produzione di macchinari industriali. Insomma, il mio progetto web rientrava in pieno tra i progetti finanziabili. Così ho deciso di provarci e di chiedere questi benedetti finanziamenti.
Per me era la prima volta, non avevo mai avuto da fare con la burocrazia italiana quando si tratta di chiedere finanziamenti!
Armato di tanta voglia e di tante speranze, mi sono recato allo sportello informazioni, appositamente aperto per quei fondi pubblici. Ve la faccio breve, in pochi giorni sono passato da “giovane imprenditore del sud con tanta voglia di fare” a “giovane italiano deluso ed incazzato che punta a crescere fuori dall’Italia”.

Prima di tutto, per accedere a quei fondi avevo bisogno di una “spinta” (duro da dire ma era così!), a livello burocratico avevo dozzine e dozzine di carte da presentare, compilare, firmare, validare, inviare, faxare. Tutto questo per cosa: “Se rientri in graduatoria e se il tuo progetto piace, forse puoi accedere ai fondi”.
Mi è bastata questa esperienza per farmi capire che in Italia avevo poche possibilità!

Invece di invogliare un giovane a produrre, a fare qualcosa di buono per la propria terra, hanno fatto di tutto per farmi andare via!

A questo punto, probabilmente, Vitta direbbe che non sono stato in grado di affrontare il problema. E’ probabile! Forse lui ha ragione, ma io non ho deciso di fare impresa per correre dietro a false promesse e per perdere tempo. Il mio obiettivo è produrre, non perdere giorni e risorse preziose per “cercare” di entrare in graduatoria.

Anche per questi motivi, Ibrii è stata prima una LTD ed attualmente una INC. Ho provato ad aprire una SRL, ma mi costava 8 volte di più rispetto ad una LTD a Londra e ci volevano settimane, rispetto ai due giorni inglesi :)

Riguardo la questione mentalità, credo che qualcosa stia cambiando, fortunatamente!
Vivo a Roma, vado spesso a Milano e a Torino, mi incontro con giovani imprenditori ogni giorno, organizziamo eventi, ci confrontiamo e nascono nuovi rapporti lavoratitivi. Decisamente, qualcosa sta cambiando!

E’ vero anche che c’è differenza tra Nord e Sud, questo è impossibile negarlo. Non è però corretto affermare che al Sud non ci sia proprio niente. In Puglia, soprattutto, esistono belle realtà imprenditoriali che le altre regioni dovrebbero prendere come esempio.
Certo è vero...è più difficile!

La cultura del fallimento come esperienza e punto di partenza è ancora lontana da noi, purtroppo, ma spero che in questo ci possano essere dei miglioramenti in futuro!
Inoltre, credo che proprio Vitta pensi che fallire sia un fattore assolutamente negativo, altrimenti perchè affermare che l’essere in Italia venga usata come scusante per un fallimento?! Un fallimento non dovrebbe aver bisogno di alcuna scusante, fallire equivale a crescere, secondo me. Abbiamo bisogno di scuse per crescere??

In questi mesi, grazie ad Ibrii, ho avuto la fortuna di rapportarmi con giovani che lavorano in California. Tutte le volte che si presentano, fanno l’elenco delle startup che hanno provato a lanciare, ma che poi hanno dovuto chiudere. Noi diremmo, “falliti”. Loro dicono, “I founded it, I failed, I learned”.

Con Ibrii abbiamo siglato delle partership con grosse realtà americane, tutto tramite skype, senza mai incontrarci di persona. In Italia sono mesi che inseguiamo realtà più o meno affermate...quanto tempo stiamo perdendo!

Per concludere, Vitta ha ragione quando dice che non bisogna arrendersi, che bisogna lottare, che bisogna andare avanti e fare il possibile. Abbiamo realtà italiane che sono diventate importanti a livello mondiale, alcune sono: vitaminic, venere, gioco digitale, jobrapido, balsamiq e, spero presto, Ibrii :) (è una INC. ma la sede operativa è a Roma).

Dall’altro lato, però, anche Chibbaro ha ragione quando afferma che non è solo questione di impegno, ma, in Italia, serve anche altro per fare azienda a livelli competitivi. Spesso, purtroppo, ciò che serve non dipende solo o direttamente dall’imprenditore.

In realtà, sull’argomento ci sarebbe ancora molto da dire..ma per adesso mi fermo qui!

A presto,
Stefano Passatordi
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