venerdì 26 novembre 2010

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L'esperienza di un imprenditore italiano che ha tanto da insegnare: Augusto Coppola

Dopo Marco Magnocavallo, vi presento l’intervista ad un imprenditore che molti di voi già conosceranno di persona, soprattutto gli startupper di Roma: Augusto Coppola, CEO di Eris4.

Permettetemi di spendere due parole su Augusto, prima di passare all’intervista.

Conosco Augusto Coppola, personalmente, da poco tempo, meno di un anno, ma sento di poter affermare che Augusto dovrebbe essere preso come esempio da tutti i giovani imprenditori. Me per primo.
Sono sicuro che la maggior parte di voi, non sa che Augusto ha alle spalle una exit che potrei definire “clamorosa” (60X come leggerete nell’intervista).
In pochi sanno questo perchè Augusto, oltre ad essere un gran lavoratore, è una persona umile. Uno di quelli che pensa ai fatti più che alle parole.
Tutte caratteristiche che un giovane imprenditore dovrebbe avere, secondo me.

Ho chiesto ad Augusto di sfruttare questa intervista per trasmettere qualcosa a noi giovani imprenditori. Per farci capire gli errori che si possono commettere e quale dovrebbe essere lo spirito giusto per portare una startup a livello di azienda.

Il mio consiglio è di leggere con attenzione le sue parole e farne tesoro.

1) Ciao Augusto, anche se nell’ambiente di noi startupper sei già conosciuto, vuoi presentarti e dirci chi sei e cosa fai?


Sono un imprenditore e manager con un focus sull’execution. Ho fatto parte del team di founders di due startup: Smarten Software ed ERIS4. Ho speso una parte consistente degli ultimi 15 anni a presentare le mie startup a clienti, partner ed investitori in molti paesi europei, in America, Asia ed Africa. Ultimamente ho iniziato ad essere maggiormente attivo nelle iniziative per la nuova imprenditoria: faccio parte della governance del chapter italiano di BAIA (www.baia-network.it), cerco di dare una mano alle startup italiane fornendo consigli e contatti, sono presente a molti eventi di networking del settore, vado in giro a tenere inspirational speech :) e, infine, ho contribuito alla creazione di Innovation Lab (http://innovationlab.dia.uniroma3.it), un’iniziativa che ambisce ad insegnare ai giovani universitari come sia possibile fare una startup di interesse per i fondi di Venture Capital internazionali. Nel tempo libero amo stare in famiglia, i piacere conviviali, la conversazione brillante e le lunghe passeggiate.

2) Potresti raccontarci qualcosa in più circa il tuo inizio, quando, per la prima volta, ti sei affacciato al mondo startup?

Dopo un’esperienza in UK sono tornato in Italia nel 1997 come responsabile di business unit di una dinamica software factory romana. Dopo pochi mesi, il proprietario di questa società mi chiese di entrare a far parte di un progetto di startup nel quale, con il contributo anche di altri colleghi, avremmo fatto confluire le idee che erano maturate in azienda su come utilizzare le nuove tecnologie per progettare sistemi di Customer Care & Billing innovativi. All’inizio rimasi molto perplesso: non sapevo cosa fosse una startup, non mi era chiaro cosa questo avrebbe comportato e non avevo mai lavorato nello sviluppo di prodotti software, ma solo in progetti di system integration. Inoltre in quel momento avrei potuto guadagnare molto di più se avessi lasciato l’azienda e fossi andato a lavorare da qualche altra parte. Fortunatamente alla fine accettai la scommessa e, pur con molti momenti di dubbio e anche di serrato confronto interno al team, riuscimmo in circa tre anni ad ottenere dei risultati che credo siano di assoluto interesse ancor oggi: chiudemmo importanti contratti con clienti di assoluto prestigio, aprimmo sedi a Londra, Parigi, Vienna, Dubai, Kuala Lumpur e negli States e alla fine vendemmo l’azienda ad un importante gruppo fornendo ai nostri investitori un ritorno di oltre 60 volte l’investimento iniziale.

3) Quali sono state le maggiori difficoltà che hai incontrato lungo il tuo percorso?

All’inizio la paura del futuro. Sono cresciuto, come molti altri della mia generazione, nella cultura del posto fisso. E’ una cultura che implicitamente demanda ad altri (chi ci dà lavoro e ai politici) il compito di scrutare il mercato e scegliere per noi che, nella migliore delle ipotesi, siamo solamente esecutori di strategie individuate da altri. Da questo punto di vista anche la cura della nostra professionalità viene demandata ad altri: molte volte non sarà affatto necessario chiedersi se le esperienze che stiamo maturando hanno un qualche significato professionale, ma solamente se sono funzionali allo sviluppo dell’azienda che ci fornisce il posto (pensa, ad esempio, ai tanti che fanno carriera semplicemente gestendo gli aspetti “politici” dentro una grande azienda). Ancora oggi, dopo molti anni di imprenditorialità, questo “imprinting” non mi lascia, e sono sempre dubbioso sulle mie capacità di affrontare il futuro e di intraprendere dei percorsi professionali di valore. Il secondo ostacolo è stato la mancanza di una preparazione anche solo teorica di cosa significhi fare impresa che né l’università, né le esperienze lavorative, né, infine, la società in cui vivevo mi avevano fornito. Tale carenza mi ha portato a fare diversi errori come, solo a titolo di esempio, quello di pensare che la qualità dell’execution fosse limitata alla capacità di realizzare in modo compiuto ed economicamente efficiente l’idea tecnica alla base della startup. Non è così. La qualità dell’execution è legata alla capacità di costruire un’azienda efficiente, in cui, ad esempio, gli aspetti tecnici siano la piattaforma sopra la quale quelli commerciali possano funzionare generando i flussi di cassa necessari a remunerare gli investitori, a premiare chi ci lavora e ad auto-finanziare nel tempo l’evoluzione dell’azienda stessa. Nessuna idea ha una validità che dura per sempre anzi, molto più spesso, la validità di un’idea non dura neanche il tempo della sua realizzazione.

4) Quali gli errori più importanti che hai commesso e che potrebbe commettere un giovane startupper?

Ho commesso così tanti errori che non credo tu abbia lo spazio blog sufficiente per darne conto. Un aspetto di cui sono orgoglioso, però, è che tutti gli errori commessi li ho sempre pagati, e senza sconti, in prima persona. Ci tengo a fare questa precisazione perché credo che, prima di ogni altro discorso, un giovane startupper debba essere cosciente che inevitabilmente farà diversi errori e molti di questi, con il senno del poi, saranno così solarmente stupidi da far sentire chi li ha commessi un perfetto idiota. Alcuni errori saranno gravi, di altri ci vergogneremo, altri ancora li dimenticheremo dopo un po’, ma in ogni caso è fondamentale che lo startupper si chieda se sia realmente pronto ad accettare sempre, personalmente e a schiena diritta, tutte le conseguenze delle proprie azioni. Se non lo è, consiglio di lasciar perdere: la capacità di imparare dai propri errori è direttamente proporzionale alla nostra capacità di riconoscerli ed accettarli come tali, senza cercare puerili giustificazioni. Per rispondere alla domanda: ritengo che due degli errori che ho commesso siano abbastanza comuni: il primo è relativo alla mancanza di disciplina nell’analisi del mercato, il secondo, invece, nella mancanza di disciplina nella gestione del team. Credo inoltre che entrambi questi errori abbiano una comune radice nella presunzione. Provo a spiegarmi: cominciamo dal primo errore. Sia nella prima che nella seconda startup, siamo partiti con un’idea molto precisa del prodotto che avremmo offerto al mercato, di quali sarebbero stati i suoi elementi di forza, quali problemi dei nostri clienti avremmo risolto e, ovviamente, di chi fossero i nostri clienti. Purtroppo però tali assunzioni erano del tutto erronee. Di fatto, in entrambe le startup il modo in cui i nostri clienti usavano il prodotto, i motivi per cui lo facevano e anche chi fossero realmente i nostri clienti erano tutti elementi che avrebbero dovuto sorprenderci non poco se solamente avessimo avuto una disciplina di raccolta ed interpretazione dei dati che non fosse superficiale. Il motivo per cui l’errore fu reiterato nella seconda startup fu molto semplice: il successo della prima, dovuto in gran parte all’aver indovinato la vision, cioè di aver capito quale evoluzione era in atto sul mercato, mi rese talmente arrogante da non capire bene cosa fosse realmente successo e la mancanza di una disciplina di analisi rese più facile crogiolarmi nella mia sciocca vanità Solamente quando nella seconda startup, che si è chiusa senza alcun ritorno tangibile per gli investitori, mi sono dovuto confrontare con i miei errori allora ho visto con chiarezza che lo stesso pattern si era instanziato due volte e che, in quest’ultima occasione, i messaggi ricevuti dal mercato non solo indicavano che il prodotto non era pienamente centrato sulle esigenze dei clienti, ma che il mercato stesso stava cambiando in una direzione che non era quella prevista dalla nostra vision. Per quanto riguarda, invece, il secondo errore si deve tener presente che nella prima startup il team dei founders non era stato una mia scelta, ma quella del CEO. Io fui responsabile solo della formazione del team dei miei collaboratori. Dopo qualche tempo notai che mentre nel team dei founders c’erano dei contrasti interni, a volte anche aspri, tali contrasti erano del tutto assenti nel team dei miei collaboratori. Ancora una volta il successo della startup e, al suo interno, il successo del mio team mi rese presuntuoso: pensai che al momento di fondare una nuova startup avrei scelto io il team dei founders e che non avrei certamente fatto gli stessi errori che avevo visto nel team scelto dal CEO della prima. Effettivamente non feci nessuno di quegli errori, ma in compenso riuscii a farne di nuovi! In estrema sintesi formai un team di superstar dello sviluppo software, un gruppo di persone divertenti con un incredibile talento tecnico e creai un ambiente nel quale lavorassero in piena armonia. Purtroppo non tenni conto del fatto che in una startup le cose difficilmente vanno come preventivato e che può accadere che le persone con grande talento tecnico tendano a cercare sempre nuove sfide nello sviluppo piuttosto che seguire una disciplina di azienda. In sostanza, dopo un po’ quello che si fa non è più “eccitante” perchè si deve passare dalla entusiasmante fase di progettazione e sviluppo a quella apparentemente meno stimolante e routinaria di saggio di mercato ed aggiustamento di quello che si è fatto. E’ il solito contrasto tra chi pensa che una buona idea tecnica emerga sempre per i soli propri meriti e chi invece crede sia la base sulla quale costruire, ma che la differenza la faccia l’execution. Laddove non si sia fatta molta attenzione alla costruzione della compagine sociale, questa situazione può portare di fatto ad una vero e proprio stallo dal quale è impossibile uscire.

5) Credi che rispetto a qualche anno fa, quando hai iniziato, qualcosa sia cambiato in Italia? Chi inizia oggi, è più o meno fortunato rispetto a prima?


Credo che in Italia siano in atto dei mutamenti che rendono complessivamente più facile fare una startup che in passato. Non parlo tanto di mutamenti legislativi, ambito nel quale purtroppo il panorama non è cambiato molto, quanto dei mutamenti a livello globale in termini economici, sociali e di accesso alle risorse. Ovviamente fare una startup in ambito web 2.0 è immensamente più facile che farne una in ambito, dico per dire, Waste Management, ma anche per startup in ambiti più complessi lo sviluppo del web da un lato e i riflessi delle nuove condizioni del mercato globale dall’altro hanno portato ad una facilità di accesso e condivisione delle informazioni e alla necessità di trovare impieghi efficienti del capitale che fino a qualche anno fa erano impensabili.

6) Se tu ne avessi il potere, cosa cambieresti in Italia per agevolare e stimolare i giovani imprenditori?

Cercherei di aprire il mercato per tutti, intervenendo sulle relazioni tra pubblico e privato. Anzi tutto eviterei gli interventi di salvataggio delle aziende decotte. Credo che sia socialmente saggio, e dunque necessario, dare un sostegno a chi rimane senza lavoro, ma le aziende vanno lasciate fallire. Se non si segue questa strada, il management non si rinnova e senza tale rinnovamento si creano dei circoli chiusi ed auto-referenziali di dirigenti incapaci il cui unico asset è quello relazionale (generando quello che alcuni chiamano il “capitalismo dei compari”). Poi abolirei del tutto i sostegni pubblici diretti alle aziende. Credo che l’enorme quantità di denaro che si riversa sulle aziende sotto forma di sostegni comunali, provinciali, regionali, statali, europei sia assolutamente perniciosa e vada combattuta in tutti i modi (in quanto genera quello che, parafrasando quanto sopra, chiamo il “socialismo dei compari”). Infine stimolerei la competizione attraverso misure fiscali, di riassetto della giustizia civile e di apertura del mercato finanziario. In un ambito a bassa competizione, è inevitabile che ci sia un’alta avversione al rischio (perché paga poco) e quindi alle innovazioni. E un mercato che non innova è un mercato chiuso alle idee e quindi, per chiudere il cerchio, basato solamente sulle relazioni.

7) Quale è il tuo punto di vista circa la Banca Nazionale dell’Innovazione, proposta da Gianluca Dettori?

Conosco poco il progetto per esprimere un parere puntuale. In termini generali, direi che i punti di maggiore attenzione nascono dal capire che i politici cercano consenso di natura elettorale. Tale ricerca del consenso è spesso a brevissimo termine. Un progetto che sia basato su risorse pubbliche, controllate quindi dalla politica, deve avere delle garanzie di lunga durata che impediscano le interferenze dovute al continuo alternarsi delle esigenze politiche, una governance cristallina, massima pubblicità di tutte le operazioni di investimento e dei risultati tangibili in termini di RoI ottenuti (per capirci, è la capacità delle aziende di creare ricchezza che crea occupazione e non viceversa).

8) Quali sono i consigli che ti senti di dare ai giovani che oggi decidono di fondare una startup?

Ne dò tre: due molto terra terra ed un altro, invece, con prosopopea didascalica :) Cominciamo dal primo: fate un lavoro durante il periodo degli studi. Meglio ancora se iniziate alle scuole superiori. Non parlo di lavori occasionali, parlo di spendere una parte importante del vostro tempo libero a lavorare: diciamo che dovreste essere almeno in grado di pagarvi completamente gli studi e tutte le spese voluttuarie (tasse, libri, spostamenti, cinema, cellulare, serate e così via). Passiamo al secondo: imparate l’arte del pitch, cioè a presentare le vostre idee in modo completo, accattivamente e in poco tempo. In ogni momento dovete essere in grado di dire tutto quello che è veramente importante in meno di un minuto (il cosidetto elevator pitch) e dovete essere in grado di recitare a memoria il vostro 7 minute pitch. Se usate le slide, cercate di imparare come si debbono strutturare. Se non ci riuscite, allora significa che l’idea non riuscirà mai ad interessare un investitore professionista e che, molto probabilmente, non ha molte chance di generare una startup valida in ambito internazionale. Infine il terzo: non siate superbi. Molte volte chi fa una startup innovativa è mosso da una sincera ambizione di cambiare il mondo in meglio. Questo idealismo però a volte si scontra con la dura realtà del mercato e degli uomini. Quando questo accade, la reazione del superbo è molto semplice: sulle prime si intestardisce nel suo approccio e poi, alla fine, rinuncia a lottare rifugiandosi nello sdegno auto-assolutorio. Ti faccio un esempio: supponi di sviluppare un prodotto eccezionale che risolve un problema marketing di grandi clienti. Provi a venderlo e improvvisamente ti accorgi che la cosa è più difficile di quanto pensassi: i grandi clienti hanno delle strutture complesse in cui ciascuna ha un qualche potere di veto sulle decisioni di un’altra; i fornitori già presenti fanno pressioni per non farti entrare; vieni avvicinato da presunti facilitatori che ti chiedono delle elevatissime commissioni per semplificare le procedure; l’ufficio acquisti ti dice che devi fare uno sconto del 70% perché altrimenti comprano un’altra soluzione che tu sai benissimo non c’entra nulla con quello che fai tu e così via. In questo caso, la reazione dettata dalla superbia è spesso quella di lasciare stare il cliente al suo destino, che immagini sempre a fosche tinte, e reiterare l’esperienza con un altro fino a quando, vinto dagli eventi, mollerai la tua startup rimettendoci soldi, tempo, entusiasmo, senza aver reso il mondo un posto migliore, ma con la auto-giustificazione che sei moralmente superiore agli altri. Io credo, invece, che questo non sia vero. E’ umano rinunciare a lottare per stanchezza, ma pur sempre una rinuncia è e, prima di farlo, bisognerebbe avere il coraggio di chiedersi se si è fatto tutto per riuscire. Nell’esempio fatto, ovviamente, l’errore dell’ipotetico startupper è quello di non capire che i grandi clienti hanno delle strutture e che proporre prodotti trasversali su queste strutture implica dover fornire a ciascuna dei chiari vantaggi competitivi e che dunque è su questo aspetto che bisogna lavorare.

9) Quale è la tua posizione rispetto alla questione Silicon Valley, credi che oggi sia un passo dovuto quello di provare ad aprire la propria startup lì?

Credo che chiunque voglia fare startup farebbe bene a passare un periodo di “condizionamento” in Silicon Valley. Lo credo perché è necessario avere un modello di riferimento di come dovrebbero funzionare le cose, per accumulare tanto entusiasmo, per iniziare a sviluppare una rete di rapporti di valore da utilizzare nella propria attività ed anche per capire meglio cosa significa lavorare in un ambito fortemente competitivo e, di conseguenza, se si ha la stoffa dello startupper. Non credo, invece, che sia sempre necessario aprire la propria startup nella Silicon Valley come recenti casi di successo (ad esempio Venere, Gioco Digitale e Neptuny) insegnano.

10) Secondo te, quali sono le tre principali caratteristiche che deve avere un giovane che decide di fondare una startup in Italia?

Grinta, non arroganza.
Determinazione, non testardaggine.
Capacità di sognare, non infantilismo.

11) Attualmente di cosa ti occupi e quali sono i tuoi prossimi progetti?

Al momento sto terminando le operazioni di vendita di ERIS4 e, tanto per dare un senso alle mie giornate, ho dato vita, insieme a due amici professori universitari, ad Innovation Lab. Si tratta di una iniziativa che si rivolge principalmente, seppur non esclusivamente, ai neo-laureati e ai giovani nella università italiane. Lo scopo è quello di favorire la nascita di una nuova cultura imprenditoriale che guardi al mercato e alla interdisciplinarietà come elementi chiave per la propria formazione. La visione del mercato è acquisita esponendo gli studenti per oltre il 75% del tempo ad incontri diretti e non mediati con investitori privati (angels e fondi di Venture Capital) e con imprenditori (possibilmente di prima generazione) che abbiano maturato significative esperienze sui mercati nazionali ed esteri (ce ne sono molti di più di quanto si sia portati a credere). La interdisciplinarietà nasce dal fatto che siamo convinti che le innovazioni che cambieranno il mercato nel prossimo futuro non possano venire che dalla capacità di abbattere le barriere che tradizionalmente separano ambiti come l’ingegneria, la biologia, il design, l’economia e così via. Durante i nostri corsi, che sono del tutto gratuiti e non prevedono la presenza di presunti consulenti a latere, gli studenti imparano quella che, a mio modo di vedere, è la cosa più importante che si possa insegnare ad uno startupper: fare un pitch. Vedi, io credo che nel pitch ci sia tutto quello che ti serve per capire il valore della tua idea e sono altresì convinto che sia il passo più importante e critico nel relazionarti con gli investitori, i partner e i clienti. Sintetizzando direi che il famigerato business plan è solamente un’estensione del pitch e non, come molti sono portati a pensare, che il pitch sia un’esposizione ridotta del business plan. Innovation Lab ha preso vita a febbraio 2010 e ritengo di poter dire che i risultati ottenuti sono stati apprezzati da tutti coloro che hanno partecipato inclusi i fondi di investimento privati operanti nel nostro Paese (DPixel, Innogest, 360 Capital Partners, Meta Group, Vertis, Quantica, IAG e così via). Alcuni ragazzi selezionati da Innovation Lab ora lavorano nella Silicon Valley, altri hanno vinto premi presitigiosi, altri ancora stanno negoziando le loro startup con i fondi e inoltre le aziende più innovative (quelle, per intenderci, che cercano talenti e non solo “laureati”) cominciano a chiedermi di assumere i ragazzi di Innovation Lab. Tutto questo è molto gratificante, ma non potrà continuare senza il sostegno e la simpatia di chi nel nostro Paese si batte per la creazione di un nuovo tessuto imprenditoriale, per cui vorrei chiudere con un appello ai tuoi lettori: se non conoscete Innovation Lab contattatemi e se dopo averlo conosciuto pensate che ne valga la pena, allora dateci una mano a far crescere l’immagine di questa iniziativa a livello nazionale e internazionale. Farlo è semplice: basta parlarne ed indicarla a tutti coloro che ne hanno bisogno. Se poi volete mettere a disposizione la vostra esperienza con i ragazzi, avrete, per quel che può valere, la mia sincera gratitudine così, come ben sai, l’hai tu che sei sempre stato disponibile non solo con Innovation Lab, ma con l’intero ecosistema della nuova imprenditoria italiana.
Grazie.


Grazie ad Augusto Coppola!


Stefano Passatordi
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I Realize Lean Start-up Hack - VIDEO


Lo scorso 17 Novembre si è tenuto a Torino l'evento "I Realize Lean Start-up Hack & Google Site Clinic", dedicato al mondo delle lean startup.

Evento molto interessante e ben strutturato. Colgo l'occasione per ringraziare tutti i ragazzi di TOP-IX. Grazie!




Ciao a tutti,
Stefano Passatordi
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domenica 21 novembre 2010

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Term Sheet per tutti


L’obiettivo di tante startup è quello di ottenere dei finanziamenti, siano essi provenienti dalla famiglia, da amici, Angels, seed investors o grandi VCs.

Ovviamente, in base a chi ci stiamo rivolgendo, cambiano le condizioni e le trattative per l’investimento.

Con la famiglia e gli amici, in genere, basta una stretta di mano (o no?!). Con gli Angels, in genere, si usano le convertible notes e, senza perdere troppo tempo, ci si ritrova con i soldi sul conto in banca. Spesso anche i seed investors utilizzano le convertible notes, per rendere il processo più veloce e meno costoso.

Indipendentemente da come venga effettuato a livello burocratico il finanziamento, quasi sempre, seed e grossi VCs fanno firmare un misterioso documento che si chiama: Term Sheet.

In poche e semplici parole, il term sheet è un documento ufficiale, firmato dalla startup e dall’investitore, in cui si delineano i termini del futuro investimento. Potete concettualmente associarla ad una “lettera di intento”.

Essenzialmente, il term sheet ha due scopi principali:
1) Riassume tutti i più importanti aspetti finanziari e legali relativi all’investimento.
2) Quantifica il valore dell’investimento.

Una volta firmato da tutte le parti, il term sheet rappresenta la base di partenza per il contratto di investimento finale. Ogni term sheet ha una durata massima, oltre la quale, se non rinnovato, scade e con esso cadono tutti gli accordi firmati. Mediamente, un term sheet dura 3 mesi. Durante questo tempo, l’investitore esegue la due diligence nei confronti della startup.
Se al termine della due diligence, l’investitore conferma la volontà di investire, allora si riparte dalle clausole e condizioni del term sheet. Altrimenti dovete cercare un altro investitore e ricominciare tutto da zero.

Ricordate che, tipicamente, ogni term sheet ha una clausola di esclusività. Questo vuol dire che durante i mesi di durata del term sheet con un investitore A, voi non potete avere rapporti con altri investitori al difuori di A stesso.
Fate attenzione a questa clausola e pensate alle relative conseguenze prima di firmare ad occhi chiusi.

In realtà, ci sono tante clausole a cui dovete stare attenti prima di firmare. Proviamo ad esaminare quelle più importanti, quelle più diffuse e comuni.

In genere, la prima parte del term sheet contiene i dati della startup e dell’investitore, seguiti poi da una breve descrizione del servizio che offre la startup stessa.
Subito vengono esplicitate le quote di partecipazione nella società, a seguito dell’investimento.

Qualcosa simile a (valori a caso!):
- Shareholding: 85% founders e 15% investor
- Financial round: $200.000 ad una valutazione pre-money di $300.000 e post-money di $500.000.

Successivamente, vengono elencati tutti i vari termini dell’investimento.

Ad esempio:

- Veto rights: lista di situazioni decisionali su cui l’investitore ha il diritto di veto. Ad esempio, se volete mettervi uno stipendio di $15.000 dollari al mese (sarebbe bello vero?!)...non siete voi a decidere, ma l’investitore! Molto probabilmente vi dirà di no, e vi dirà quale importo massimo accetta come vostro personale compenso. Stesso discorso potrebbe valere per tutte le spese superiori ad una certa cifra.

- Board of directors: questa clausola stabilisce quanti sono i membri del board e chi dovranno essere. Sicuramente almeno uno sarà un rappresentante del vostro investitore. Gli altri, in genere, sono i founder. Vi consiglio di lasciare almeno un posto “libero” per qualcuno esterno, ma con esperienza e che possa aiutarvi.

- Tag along: questa clausola serve a proteggere il socio di minoranza (per un seed, in genere, è l’investitore in minoranza). In pratica, se il socio di maggioranza decide di vendere tutte o parte delle sue quote, allora anche il socio di minoranza ha il diritto di vendere le proprie alle stesse condizioni. Ad esempio, se un founder decide di vendere una parte delle sue quote a terzi, allora l’investitore ha il diritto di fare lo stesso alle stesse condizioni.

- Drag along: è un pò l’opposto del tag along, protegge i soci di maggioranza. In pratica, se ricevete una offerta per acquistare una grossa % della società e non ce la fate solo con le vostre quote, allora i soci di minoranza sono obbligati a vendere anche le loro quote, alle stesse condizioni, fino al raggiungimento della % totale da vendere. Anche se, in teoria, è una clausola usata dai soci di maggioranza, l’investitore usa il drag along per obbligarvi a vendere le vostre quote se ricevete una offerta di acquisto molto alta, ad esempio almeno il 50% della società. Ovviamente tutto questo avviene solo se l’investitore lo ritiene opportuno.

- Liquidation preference: questa clausola viene applicata quando la compagnia subisce un evento di liquidazione. Ad esempio, la vendita della società stessa. Tramite questa clausola, l’investitore cerca di proteggere il suo investimento iniziale, provando a recuperare, per primo, tutto quello che è di valore nella società. In genere, questa clausola contiene un fattore moltiplicativo tramite il quale l’investitore fissa l’importo che gli spetta se si verifica un evento di liquidazione. Ad esempio, l’investitore può volere 3 volte il suo investimento iniziale. Quindi se investe 100, tramite la liquidation preference, può chiedere 3X100 = 300.
Ricordate sempre, che questa clausola non solo permette all’investitore di stabilire quanto riprendersi, ma gli concede anche il diritto di essere il primo in assoluto a poter recuperare l’investimento. Prima viene ripagato l’investitore e, solo dopo, se rimane qualcosa (tra cash e asset) vengono divisi tra i founder e ancora l’investitore, in base alle quote di partecipazione in società.

- Redemption: questa clausola viene utilizzata dall’investitore per assicurarsi che il suo investimento non diventi un vitalizio per i founder. Se dopo un certo numero di anni X, la startup non genera profitto, ma serve solo per pagare lo stipendio ai founder, allora l’investitore, con questa clausola, ha il diritto di riprendersi l’investimento e anche di più. Le modalità della redemption variano da a caso a caso, dipende da tanti fattori.

- Information rights: questa clausola garantisce all’investitore di avere accesso a tutte le informazioni riguardo la società ed il prodotto, ogni volta che lo ritiene opportuno. Spesso con scadenze stabilite, ad esempio un report completo su tutto ogni 3 mesi.

- Right of First Refusal: con questa clausola l’investitore si assicura il diritto di poter intervenire in qualsiasi vendita di azioni della società, sia common che preferred, e poter decidere se comprare lui le azioni, oppure, addirittura, bloccare la vendita.

Queste sono le principali clausole inserite tipicamente in un termsheet.

Ho volutamente messo da parte tutte quelle che sono associate alle diverse classi di azioni, common e preferred. Essendo un discorso abbastanza complicato lo tratterò in un post a parte.

Quando, per la prima volta nella mia vita, mi sono trovato avanti un term sheet, per di più in inglese, mi sembrava arabo. Lo leggevo e lo rileggevo, ma non riuscivo mai a capire il senso di alcune clausole, anzi, spesso, ad ogni lettura assegnavo un significato diverso al paragrafo. Fortunatamente, dopo un pò di studio (internet e google sono tuoi amici!) ho cominciato a masticare i term sheet e a capirne il senso per ogni clausola.

Spero che questo post vi possa chiarire le idee!

Per la questione common VS preferred e tutto il mondo che gira dietro le diverse classi di azioni, rimando la discussione in un prossimo post.

Buona trattativa a tutti,
Stefano Passatordi
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venerdì 12 novembre 2010

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L'esperienza di un imprenditore italiano che ha avuto successo: Marco Magnocavallo

Ultimamente si è sviluppata una accesa discussione sulla questione Silicon Valley vs Italia.
C'è chi è convinto che andare in SV sia un passo obbligatorio per una startup, l'unica vera possibilità di raggiungere il successo e la gloria. Altri, invece, sostengono che non è assolutamente un passo obbligatorio spostarsi dall'Italia per andare nella Valley...anzi.

Si discutono sempre i casi di successo in Silicon Valley e quelli mancati in Italia. Credo che, per crescere e prendere la direzione giusta, non si drovrebbe parlare senza conoscere realmente le situazioni. Prima di affermare che in Italia non esistono casi di successo...bisognerebbe informarsi.

In Italia non ci sono così tanti esempi di successo come nella Valley, questo è inutile negarlo, ma non è neanche corretto affermare che in Italia non ci sia proprio niente...

Per questo motivo, ho deciso che, a cominciare da oggi, cercherò di contattare ed intervistare gli imprenditori web italiani che hanno avuto successo, per dar voce alle loro storie e per imparare dalle loro esperienze.

Una qualità che non deve mancare ad un aspirante imprenditore di successo è l'umiltà di imparare da chi già ha seguito lo stesso percorso..molto prima di noi!


Oggi vi presento l'intervista a Marco Magnocavallo, CEO di Blogo.it (12 milioni di utenti unici mensili in quattro paesi...non male per essere italiana!).

1) Ciao Marco, anche se in Italia sei già conosciuto ed affermato come imprenditore web di successo, vuoi presentarti e dirci chi sei e cosa fai?

Amo il web e mi diverto a ideare e lanciare prodotti.

Ho iniziato nel 1996 fondando una web agency (Communicate!) nella quale ho fatto un po’ di tutto: programmatore prima, project manager dopo e negli ultimi due anni, con una struttura di 25 persone e clienti di medio-grosso calibro – Poste Italiane, McKinsey, Lycos, Daimler-Chrysler - il CEO.
Ho venduto Communicate! a una società in pre-IPO, poi ho fondato un sito di e-commerce (litebox) per cui ho firmato la cessione a Jumpy/Fininvest. In seguito ho fatto partire un servizio di customer care online via chat (LiveSupport) di cui ho ceduto due anni dopo le quote a investitori privati, poi ho fatto insieme ad altri soci un management buyout di un ISP con 13 sedi in italia e 10.000 PMI clienti. Dopo aver ristrutturaro e riportato in utile la società ho ceduto le mie quote a soci privati.

In ultimo ho fondato Blogo, il network di blog verticali che raggiunge ormai 12 milioni di utenti unici mensili in quattro paesi e di cui sono il CEO. Nel 2007 abbiamo ceduto una prima quota di Blogo a Dada e nel 2008 una seconda tranche.

Nel tempo libero sto lavorando a un paio di progetti laterali: tipsandtrip.com – un taccuino di appunti di viaggio per iPhone – e dreamr.com – sapete che a marzo 2010 iPad è stata la cosa più sognata nel mondo?

Ho due bambini fighissimi, una fidanzata stupenda, una ex moglie e due gatti. Amo lo snowboard, la vela e giocare a Super Mario con i miei bimbi.

2) Potresti raccontarci qualcosa in più circa il tuo inizio, quando, per la prima volta, ti sei affacciato al mondo startup?

Nel 1994, avevo 21 anni e tanta passione per le auto d’epoca, le Mini Cooper in particolare.
Ho pensato con un amico che potesse essere interessante far qualcosa in quel settore. Abbiamo fondato Mini Mania: un negozio di accessori, preparazioni e restauro per Mini Cooper.

Dopo un paio di anni fatturavamo qualche centinaio di milioni di lire, avevamo clienti in 10 paesi del mondo e un gruppo di amici stupendo ma nel frattempo il mio interesse si era spostato sul web. Così abbiamo chiuso Mini Mania e sono partito con la seconda startup.

3) Quali sono state le maggiori difficoltà che hai incontrato lungo il tuo percorso da giovane founder ad imprenditore di successo?

La maggiore difficoltà è capire che si può sbagliare e che questo non è un problema. Far fallire un progetto è un’esperienza interessante e che accresce.

4) Quali gli errori più importanti che hai commesso e che potrebbe commettere un giovane startupper?

Ostinarsi con la propria idea di prodotto senza dare ascolto alle persone, fregarsene della critica costruttiva perché tanto “quel business lo conosco meglio io”.

5) Credi che rispetto a qualche anno fa, quando hai iniziato, qualcosa sia cambiato in Italia? Chi inizia oggi, è più o meno fortunato rispetto a prima?

Molto più fortunato di prima.

Facilità di accesso alle informazioni, tecnologie a basso costo (cloud computing e framework), ampie possibilità di networking online, telelavoro, forze lavoro nei paesi dell’est e in india. Un ecosistema particolarmente favorevole per la nascita di una startup.

6) Se tu ne avessi il potere, cosa cambieresti in Italia per agevolare e stimolare i giovani imprenditori?

Metterei un limite alle chiacchiere da bar in cui tanti giovani si perdono. E’ un problema sociale in italia: tanti che parlano e pochi che combinano qualcosa. Come seconda cosa obbligherei i giovani a lasciare casa entro i 20 anni, il modo giusto per non vivere sulle spalle dei genitori fino a 35 e per darsi da fare subito.

7) Quale è il tuo punto di vista circa la Banca Nazionale dell’Innovazione, proposta da Gianluca Dettori?

Tante belle idee, difficilmente realizzabili, la BNI non è la prima e non sarà l’ultima. Mancano gli imprenditori, mancano le vie di uscita e mancano di conseguenza i fondi di ventura.

8) Quali sono i consigli che ti senti di dare ai giovani che oggi decidono di fondare una startup?

Partite con qualcosa di semplice e buttatelo fuori sul mercato. Se non ci sono bug vuol dire che avete lanciato troppo tardi. Poi raccogliete i primi feedback degli utenti e continuate a iterare sul prodotto. E’ un ciclo continuo che permette di affinare la propria idea che al primo colpo difficilmente va a segno.

9) Quale è la tua posizione rispetto alla questione Silicon Valley, credi che oggi sia un passo dovuto quello di provare ad aprire la propria startup lì?


Assolutamente no. Si può partire ovunque e per arrivare a capire se il prodotto può avere un senso non serve andare in SV. Bastano qualche migliaio di euro e tanta voglia e passione. Poi, più avanti, può servire ma cerchiamo di non farci prendere troppo dal mito Silicon Valley.

10) Secondo te, quali sono le tre principali caratteristiche che deve avere un giovane che decide di fondare una startup in Italia?

Curiosità, tenacia e tanta voglia di sbattere la testa contro i muri.

11) Se oggi tu decidessi di fondare una startup, in che ambito punteresti?

Web e mobile apps perché con pochi euro si può partire. In alternativa se non parliamo di web mi piacerebbe lavorare su linee di oggetti personalizzati: oggetti cui la gente si appassiona e che diventano di culto (una borsa, una bici, un tavolo).



Grazie a Marco Magnocavallo!


Stefano Passatordi
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I Realize Lean Start-up Hack & Google Site Clinic



I Realize Lean Start-up Hack & Google Site Clinic
17 Nov 2010
presso Toolbox - Via Agostino da Montefeltro, 2
TORINO

http://www.irealize.eu

Anche quest’anno, in occasione della Global Entrepreneurship Week, I Realize organizza un evento, dedicato all’innovativo approccio imprenditoriale definito come Lean Start-up.

Build, Measure and Learn è il tema della giornata.

La giornata è strutturata con un panel in cui si discuteranno i concetti principali della Lean Start-up ed un Site Clinic realizzato in collaborazione con Google in cui testare sul campo quanto imparato, in pieno stile I Realize.

Nel pomeriggio gli imprenditori avranno invece la possibilità di partecipare a ”meeting one-to-one” con il team di Google Adwords al fine di comprendere come incrementare il ROI con una corretta campagna Adwords.

La registrazione è gratuita ed è possibile candidare la propria start-up per il Site Clinic o per un appuntamento con il team Adwords.
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martedì 2 novembre 2010

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From errors to lessons - 10 actions a startupper should avoid

Durante lo Startup Weekend a Roma, ho avuto il piacere e l'onore di poter parlare ai ragazzi e raccontare la mia esperienza da startupper.

Essendo un evento dedicato ai ragazzi che si stanno per approcciare al mondo startup, ho pensato che sarebbe stato interessante raccontare quali sono gli errori che, comunemente, si possono commettere da founder.


Il mio speech era intitolato:

From errors to lessons - 10 actions a startupper should avoid

Poche slide per raccontare la mia personale esperienza in merito e per far capire ai ragazzi che si può "scivolare" in qualsiasi momento..


Oggi, ho ricevuto una email da SlideShare in cui mi dicono che la mia presentazione è stata ritenuta di valore e sarà visualizzata nella loro home :)

"Hi stefanopassatordi,

Your presentation From errors to lessons - 10 actions a startupper should avoid is currently being featured on the SlideShare homepage by our editorial team.

We thank you for this terrific presentation, that has been chosen from amongst the thousands that are uploaded to SlideShare everday. "


Grazie a tutti!

Stefano Passatordi
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lunedì 1 novembre 2010

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Startup Weekend: I vincitori


Dopo tre giorni di evento, si è conclusa ieri l'edizione romana dello Startup Weekend.

Tutto è iniziato Venerdì scorso (29/10/10), quando oltre 80 ragazzi provenienti da tutta Italia, si sono incontrati all'Opificio Telecom, a Roma.

Dopo la presentazione delle idee, i partecipanti si sono divisi in 9 team per altrettanti progetti da implementare in poco più di 50 ore!

Tra Venerdì e Domenica, ci sono stati interventi di imprenditori, startupper, ed investitori che hanno contribuito con i loro speech ad aggiungere maggiore valore all'edizione romana dello Startup Weekend.

Dopo ore ed ore di duro lavoro, a ritmi elevati, ogni team ha prodotto una presentazione del proprio progetto e, in alcuni casi, anche un protitpo funzionante.

In 7 minuti, ogni "team leader" ha presentato la propria idea e mostrato il prototitpo alla giuria, la quale ha avuto a disposizione 2 minuti di domande per ogni presentazione.

Tutti i progetti erano meritevoli, ma, come in ogni competizione, non possono vincere tutti :)

Il primo posto è andato a QuickJobs, secondo a Mindigno e terzi, ex aequo, Qurami e Barcode Battle!

Complimenti a tutti ragazzi, appuntamento al prossimo Startup Weekend romano!

Un ringraziamento particolare va ad Augusto Coppola, Tugce Ergul e Clint Nelsen, grazie!

Ecco il video del pitch di Giuliano Iacobelli, vincitore con QuickJobs:




Stefano Passatordi



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giovedì 28 ottobre 2010

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YouStartUp chiede aiuto alla community!


Ciao ragazzi!

YouStartUp vi chiede un piccolo aiuto ;)


Purtroppo, solo ieri, questo blog è stato iscritto al "LIBERO Mobile Awards", nella categoria Web & Tech. Iniziando con forte ritardo rispetto agli altri partecipanti, siamo molto indietro...ma, con il vostro aiuto, possiamo ancora farcela!

Se questo blog vi piace, se vi è stato utile, se credete che meriti un piccolo riconoscimento..allora date il vostro "Mi piace/Like":




Vi ringrazio!

Inoltre, grazie alla piattaforma di Libero per Mobile, da ieri, questo blog è accessibile anche da mobile: http://youstartup.m.libero.it

Seguimi su Libero Mobile


Grazie di cuore a tutti!

Stefano Passatordi

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domenica 24 ottobre 2010

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Investitore SI, investitore NO?

Nelle ultime settimane, la domanda più frequente che ho ricevuto è stata se conviene o meno cercare un investitore, oppure se conviene andare avanti da soli, con le proprie forze. Credo che sia impossibile rispondere in maniera categorica con un “SI, conviene” oppure “NO, non conviene”, dipende da tanti fattori.

Premesso che questo argomento è stato già affrontato, in parte, in questo post, di qualche mese fa, adesso cercheremo di capire i vantaggi e gli svantaggi di avere un investitore.

Grazie ad internet, oggi è possibile fondare una startup che offre un servizio online, senza avere costi eccessivi. Se i founder sono due tecnici, possono sviluppare la piattaforma da soli, un dominio costa (esagerando) 20 euro all’anno, aprire la società ha un costo variabile che va dalle 300 sterline circa per una LTD, ai 3000 dollari per aprire una INC negli USA (forse anche meno), fino ai circa 10.000 euro per una SRL in Italia (non tutti da versare subito) [in merito: post1 e post2].

Insomma, se non volete aprire subito una società, con meno di 100 euro potete far partire la vostra startup WEB! (In merito vi consiglio di leggere questo post su thestartup.eu)

Una volta sviluppato il servizio, iniziate a promuoverlo...e se piace: BOOM!

Milioni di utenti, da tutto il mondo, ogni giorno accedono al vostro servizio e lo promuovono. Pochi mesi dopo, una grossa realtà del web vi contatta perchè ha deciso di acquisirvi, per la modica cifra di 10M di dollari!!!! Dopo la due diligence, firmate il contratto e diventate, di colpo, ricchi, famosi e con un lavoro da manager in una azienda famosa a livello mondiale.
Eh si, perchè, se non lo sapevate, quando una società acquisisce la vostra, non vi da i soldi e vi saluta..ma, come minimo, vi bloccherà due anni per lavorare per loro, dentro la vostra stessa società, per trasmettere tutto il vostro know-how ai loro tecnici.

Questo è il caso ideale...credo che ve ne siate già resi conto!


E’ il caso in cui i founder fanno tutto da soli, lo fanno bene, velocemente e monetizzano subito la loro idea..senza grossi intoppi. Un altro possibile finale, oltre l’acquisizione, potrebbe essere che le vendite del vostro servizio (magari con modello freemium) vanno talmente bene che fatturate milioni di dollari, in poco tempo.

In entrambi i casi parliamo di casi ideali, molto difficili da realizzare...ma, comunque, non impossibili!

Vediamo, invece, un caso medio: i founder non sono tecnici, è la prima volta che affrontano l’esperienza startup e...non sanno neanche da dove iniziare :)
In un caso come questo, assimilabile a quello in cui i founder sono tecnici, il primo problema è sicuramente quello economico.

Avete una idea, ci credete, per realizzarla dovete lavorarci tutto il giorno e tutti i giorni...come vi mantenete?

In questo caso, le soluzioni sono sempre le stesse:
- La famiglia vi supporta
- Fate un altro lavoro e solo la sera ed il fine settimana potete dedicarvi alla vostra startup (tanti hanno fatto così e con successo)
- Trovate qualcuno che vi finanzia
- Altre soluzioni fantasiose

Questo è sicuramente il principale motivo per cui una startup si affida e chiede aiuto ad un investitore!

Anche io, con Ibrii, per i primi mesi mi sono affidato alla famiglia ma, successivamente, ho provato a cercare (ed ho trovato) un investitore, perchè volevo crescere più velocemente e avere maggiori garanzie anche per il futuro.

In genere, per un novizio, come lo ero io, oltre al denaro, serve anche un altro importante aiuto..l’esperienza!

Vi consiglio di non sottovalutare mai questo fattore, perchè vi accorgerete troppo tardi di aver fatto degli errori che vi possono costare tanto, solo perchè inesperti e alle prime armi. Se leggete il libro Founders at Work, vi renderete conto che la maggior parte dei founder che hanno avuto successo, hanno prima lavorato per anni in altre aziende, hanno imparato e, solo dopo, hanno provato a fondare la propria startup.

Per quello che è stata la mia esperienza, posso dirvi che lo scotto di essere inesperti, prima o poi, lo pagherete. Chi non paga il dazio esperienza è perchè ha già lavorato per anni in un ambiente simile, quindi ha imparato a non commettere certi errori.

Il fattore esperienza è sicuramente un altro motivo per cui è importante avere un investitore che sia esperto del vostro mercato/settore, oltre a uno o più advisor che hanno già vissuto il vostro percorso.

Che si tratti di un angel, di un seed investor o di un grosso VC, in tutti i casi si tratta di persone che affidano a voi i loro soldi..per cui, è nel loro interesse aiutarvi e consigliarvi al meglio.

Il vostro compito sarà, allora, capire quali consigli seguire e quali scartare!

Non è detto che siano sempre consigli corretti...ma, saper capire quali seguire e quali scartare, è una capacità che si acquisisce solo con l’esperienza :)

Quando avete una startup, un elemento fondamentale per la vostra crescita è il network, ovvero la rete di conoscenze, amicizie e rapporti lavorativi e di business che riuscite a creare. Più il vostro network sarà ampio, potente e differenziato e più possibilità avete di risolvere prima e meglio i vostri problemi e di arrivare dove vi siete prefissi in partenza.

Questo è un altro ruolo importante dell’investitore, spesso un ruolo messo in secondo piano...erroneamente.

Oltre a darvi soldi e consigli, il vostro investitore, dovrebbe aiutarvi ad ampliare il vostro network e ad introdurvi alle persone giuste al momento giusto. Credo che, prima di scegliere un investitore piuttosto che un altro, sia giusto informarsi quale potrà esservi più utile dal punto di vista del networking...insomma, quale è quello più “agganciato”??

In base alla mia esperienza, questi sono i motivi principali per cui una startup potrebbe decidere di affidarsi ad un investitore:

- Soldi
- Esperienza/consigli
- Network

Ovviamente, però, tutto ha un prezzo! Un investitore non è il buon samaritano, anche lui è una persona che vive di business e se decide di investire nella vostra idea è perchè ci vede delle potenzialità nel futuro...ovvero, domani potrà recuperare N volte il suo investimento inziale (almeno questa è la speranza)!

Per cui, quando decidete di far entrare un investitore nella vostra società, è vero che all’improvviso il conto in banca aumenta..ma è anche vero che perdete, non solo quote della società (dipende da come viene fatto l’investimento, ma, in ogni caso, se le cose vanno bene, prima o dopo dovrete cedere delle azioni), ma anche potere decisionale.

Dopo aver firmato il contratto di investimento, non sarete più solo voi founder a decidere le sorti della startup, ma anche il vostro investitore avrà voce in capitolo.
Quindi, prendere dei finanziamenti da un lato aumenta le vostre possibilità di successo ma, dall’altro, vi priva della libertà decisionale.

Per mitigare questo effetto “collaterale”, vi consiglio, prima di tutto, di capire bene chi è il vostro investitore (è una persona con cui si può discutere oppure è un “dittatore”?), di fare molta attenzione a quello che firmate (term sheet e contratto di investimento, opppure convertible note), di negoziare sempre (non dite mai sempre “SI”, solo perchè loro vi danno i soldi), di dimostrare con le parole e con i fatti che voi siete gli imprenditori e che siete in grado di gestire le sorti della VOSTRA startup.

Insomma, fatevi rispettare sin dal primo giorno!

In genere, dopo aver trovato un accordo, il rapporto founder – investitore/i dovrebbe essere un rapporto disteso, di collaborazione e di sforzi comuni. In fondo, entrambi avete lo stesso obiettivo: guadagnare tanto con la vostra idea!

Ad oggi, posso tranquillamente affermare che in Gianluca Dettori e in tutto il gruppo di dPixel, ho trovato quella complicità e quel rispetto reciproco che servono per portare avanti, in tranquillità, la propria startup.

Spero di avervi dato un quadro completo sulla questione “investitore SI, investitore NO”.

Prima di prendere qualsiasi decisione affrettata, riflettete per capire se avete tutte le carte per giocare da soli la partita o se vi serve un alleato!

A presto, Stefano Passatordi
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lunedì 18 ottobre 2010

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Imparare dall’esperienza: 10 errori da non commettere (di nuovo)

Soprattutto in queste ultime settimane, c’è un gran discutere circa la possibilità di replicare l’ambiente Silicon Valley in Italia. Ritengo che uno dei fattori che ha reso la Silicon Valley il posto più ambito dalle startup sia il networking.

In Italia, in base alla mia personale esperienza, posso affermare che con il termine ‘networking’ si intende: incontrare e conoscere nuove persone, scambiarsi i biglietti da visita e, in casi rari, si arriva addirittura a parlare di collaborazioni. Nelle poche settimane passate nella Bay Area, ho notato un approccio abbastanza diverso rispetto all’Italia. Il networking non è solo incontro e scambio di biglietti da visita, ma anche scambio di esperienze.

Quando parlo di esperienze, mi riferisco per lo più agli errori commessi e ai fallimenti. In più eventi, ho incontrato ragazzi che si sono presentati dicendomi che avevano una startup, ma era fallita e stavano cercando la giusta ispirazione per ricominciare. Spesso, la discussione continuava circa gli errori commessi con la precedente startup e quali fossero le lezioni imparate nei mesi da startupper.

Seguendo questa logica, vi parlerò, senza “vergogna”, delle lezioni che io ho imparato, sia sulla mia pelle e sia osservando il mondo che mi ha circondato, a quasi un anno dalla nascita di Ibrii.

Quando inziate l’avventura “startup”, dovete essere eccitati, su di giri, felicissimi e sognatori. Guai ad iniziare già pensando di non potercela fare, bisogna puntare in alto, voi sarete la nuova Google!
Esattamente con questo stato d’animo ho iniziato la mia avventura con Ibrii: farò la nuova Google, diventerò ricco e famoso, finirò sulla copertina di Forbes!
Sognare non costa nulla, inoltre ti conferisce quelle energie e quella voglia che servono quando lavoro e sacrificio vanno di pari passo. Dovete fare molta attenzione a questo stato di super eccitamento!
Se da un lato vi aiuta ad andare avanti per superare tutti i momenti difficili che possono capitare, dall’altro vi porta ad una visione distorta della realtà. Quando bisogna lavorare per rendere una idea un prodotto finito e, successivamente, farlo diventare un trend del mercato, non servono i sogni, ma analisi razionali e precise.

Lezione 1:
va benissimo sognare ad occhi aperti, ma attenzione, ci sono molte situazioni in cui servono ragione e concretezza..non sogni.

Spesso, sognare troppo porta ad uno stato di autoconvicimento che tutto va benissimo e che voi siete padroni della situazione. Di conseguenza, non ascoltate più i consigli degli altri (o peggio, siete convinti che voi ormai avete tutta l’esperienza necessaria!)...perchè voi siete troppo bravi!!!

Lezione 2: essere sicuri di se stessi è un prerequisito importante e fondamentale, convincersi di essere già esperti di tutto è un grave errore. Ascoltate i consigli di tutti e sappiate filtrare quelli validi.

Abbiamo sempre detto che il punto di forza di ogni startup è il team. Se sbagliate quello..avete sbagliato tutto!
Fate molta attenzione quando scegliete chi fonderà con voi la startup e chi entrerà a farne parte in futuro. Non fatevi guidare da facili emozioni verso amici o parenti. Anche in questo caso usate la ragione, siate freddi, dovete capire se la persona che volete con voi ha gli stessi vostri obiettivi, se è determinato quanto voi e se, anche sotto pressione, riuscite ad andare d’accordo.

Lezione 3: un team affiatato spesso è composto da amici, ma il team vincente si vede nel lungo termine, quando passa indenne tutte le bufere che vi portano al successo.

I prodotti/servizi di successo sono quelli che risolvono un problema all’utente, che gli rendono la vita più semplice. Se riuscite a sviluppare un prodotto/servizio che diventa “indispensabile” allora avete fatto centro! Quasi sempre, un buon prodotto di successo ha un focus ultra definito, ovvero, fa una sola cosa, ma la fa molto bene.

Lezione 4: non pensate di implementare 1000 features nel vostro servizio/prodotto, ne basta solo una, ma pensata bene ed eseguita magistralmente. Le idee migliori sono sempre quelle più semplici.

Un aspetto di fondamentale importanza, ma spesso ritenuto secondario, è il messaggio o tag line che dovrebbe essere la prima frase che l’utente vede quando approda nella vostra home. In poche parole e/o immagini, dovete essere in grado di far capire all’utente cosa gli offrite e che valore aggiunto gli potete offrire. Se sbagliate il messaggio, tutto il lavoro fatto sarà inutile..l’utente non perderà tempo ad usare il vostro “giocattolo”.

Lezione 5: non basta spiegare all’utente cosa gli state offrendo, dovete anche fargli capire che vantaggi avrà usando il vostro servizio/prodotto. Il messaggio sembra un aspetto semplice e banale, ma, vi assicuro, vi giocate una grossa fetta dei potenziali utenti se non è pensato nel migliore dei modi.

L’usabilità viaggia insieme al messaggio. Avere un servizio/prodotto super potente è inutile se non è facilmente e velocemente gestibile. Potreste perdere giornate ad implementare funzionalità stellari, ma se non spiegate agli utenti che ci sono e come vanno usate, allora tutto quel lavoro è perso.

Lezione 6: ognuno deve svolgere il proprio mestiere, rivolgetevi ad un esperto di usabilità quando progettate la UI del vostro servizio/prodotto. Anche su questo aspetto, vi giocate grosse fette di utenti.

Ascoltate sempre i consigli, soprattutto quelli degli utenti. Saranno gli utenti a decretare il successo o meno della vostra startup, non potete pensare di non dare ascolto alle loro voci. Inoltre, spesso, gli utenti hanno un punto di vista diverso dal vostro, possono davvero consigliare modifiche e/o aggiunte che possono fare la differenza.

Lezione 7: inserite ovunque un link al modulo del feedback, in questo modo un utente può farvi sapere cosa pensa di voi, consigli e critiche. Fate attenzione, però, a valutare quali consigli possono essere seguiti e quali vanno scartati, perchè, a volte, sono troppo diversi dal vostro focus di servizio/prodotto.

Ricordate sempre che nel mondo di internet e della tecnologia, tutto viaggia a velocità assurde. Dovete sempre partire dal presupposto che, nello stesso istante in cui voi pensate qualcosa, almeno altre 5 persone nel mondo hanno già pensato lo stesso, o lo stanno per fare. Mettete a fuoco la vostra idea e lavorate sodo per renderla un servizio/prodotto concreto il prima possibile.

Lezione 8: non importa quanto sia geniale ed unica la vostra idea, sicuramente qualcuno è già più avanti di voi. Pensate, sviluppate e mettete in produzione nel minor tempo possibile, adottate un processo di sviluppo agile, veloce, mirato ed iterativo (lean).

Se ci pensate, tutte le più famose startup che adesso sono delle vere e proprie aziende, hanno lanciato servizi/prodotti innovativi rispetto allo stato dell’arte delle cose. Hanno introdotto nuovi concetti, come il microblogging (vedi Twitter) o hanno migliorato meccanismi già esistenti (vedi Facebook). In pratica, le startup che hanno avuto successo hanno creato qualcosa di nuovo o hanno migliorato quello che già esisteva.

Lezione 9: non perdete tempo a sviluppare qualcosa che già esiste. Cercate di essere originali ed innovativi per creare qualcosa di nuovo, se puntate a tipologie di servizi/prodotti già esistenti, sforzatevi di trovare il valore aggiunto che vi farà avere successo.

Spesso mi sono chiesto quando è possibile definire una startup fallita. E’ fallita quando non ci sono più soldi in cassa? E’ fallita perchè perde utenti? E’ fallita quando riceve tanti feedback negativi? Secondo me, una startup fallisce solo quando lo decidono i founders.

Lezione 10: Anche se le cose non vanno bene, anche se tutto sembra andare nel peggiore dei modi e la strada si fa ancora più in salita, non mollate mai se dentro di voi sentite che avete ancora tanto da dare e raccontare. Se scappate alle prime difficoltà è segno che forse è meglio cambiare mestiere. Concedetemi una espressione “volgare”, ma che rende bene l’idea: “Ragazzi, se avete gli attributi..dimostratelo e non mollate!MAI!”

Queste sono 10 piccole lezioni che ho imparato sulla mia pelle e osservando i miei colleghi, spero vi possano essere utili.

Stefano Passatordi
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sabato 9 ottobre 2010

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Business Plan: esperienza di un founder


Questo articolo nasce da una discussione nata su Facebook intorno all'argomento "Business Plan".

Chi scrive è Andrea Giannangelo e sta avviando una startup di nome iubenda; studia Economia e Marketing all'Università di Bologna ed è Web Designer da diec'anni.

In primo luogo intendo precisare che quanto leggerete riflette nient'altro che la mia esperienza, unita al punto di vista, tratto da ciò che sono e dalle convinzioni che mi muovono.
Non amo ch'impartisce lezioni senza il sostegno dei fatti e voglio sia ben chiaro l'approccio umile di chi sente fra le mani poco più che un pugno di mosche. Evito di scrivere "io credo che" in cima ad ogni frase.
Infondete voi stessi quanto segue con questo spirito, puramente soggettivo. Questo articolo descrive il modo in cui, a 21 anni, ho scritto il Business Plan di Iubenda (la startup che sto fondando) e tutti gli insegnamenti che ho tratto da questa attività.
Mi auguro che queste parole interessino chiunque debba affrontare la scrittura di un Business Plan (o di altri documenti sulla propria idea), oppure intenda interrogarsi sull'utilità di questo compito.
Specie chi si trovi a quello stadio in cui l'infante è nel pancione dei fondatori, dall'aspetto informe ed immerso ben oltre la testa in un viscoso liquido amniotico.

Vorrei spazzare via da questa discussione ogni preconcetto o barriera mentale.

Finiamola con l'abitudine di considerare "business" e "product" come due "visioni", e per giunta visioni contrapposte. Business-view e product-view devono coesistere e sono l'una indispensabile all'altra.

Per quale sia il background di appartenenza o il sostrato iniziale, prodotto e business rivestono un ruolo fondamentale ad ogni stadio e vanno curati in modo parallelo.
Il mio background è sia tecnico che economico (e vorrei dire anche umanistico, visti miei studi ed interessi): forse sono la persona giusta per sanare questa frattura.

Quando ci si trova agli stadi iniziali di un progetto di Startup, il prodotto ha per natura un ruolo dominante. Ho tuttavia sperimentato su me stesso come scavare nei dettagli della mia idea, sondarla ad uno sguardo attento e spendere ore ed ore, a scrivere pagine e pagine, sia d'enorme aiuto.

Scrivere un Business Plan è un'attività molto più semplice di quanto si creda.

Spesso lo si vede come una sorta di mostro dalle fattezze non ben definite, persino come un essere odioso.

Non si tratta d'altro, in realtà, che d'approfondimento del più simpatico Pitch, suo fratello minore. Parafrasando la struttura di realizzazione di un Business Plan proposta da Wikipedia, provo ad definire uno scheletro:

- Idea (Problema -> Soluzione/Prodotto);

- Team;

- Mercato, Concorrenza, analisi SWOT (Punti di forza, punti di debolezza, opportunità, minacce), Distribuzione.

- Piano di Marketing. Ossia: come raggiungi i clienti? Advertising, Viralità, uno ad uno, amici e parenti o quello che sia.

- Use of Proceeds (quanto denaro ti serve e come intendi utilizzarlo).

- Revenues: come intendi guadagnare (modello di business, pricing etc) e quanto programmi di guadagnare (dato ad alto contenuto di creatività).

- Altre indicazioni finanziarie (eventuali investitori coinvolti o altre fonti di finanziamento individuate).

- Conto Economico e Stato Patrimoniale (su 3 o 5 anni).

Quanto, tutto ciò, è distante dalle componenti fondamentali di un Pitch? Poco o nulla, dico io.

Nonostante ciò, tutti amano la formula del Pitch, ma molti sono i detrattori del Business Plan.
Scavare nei dettagli del proprio progetto consente di comprendere molti aspetti che non si erano prima considerati, oppure di scoprirne di nuovi.
Di analizzarli con approccio sistematico e per questo di assicurarsi che nulla sfugga. Qualcosa mi dice che le parti finanziaria e di bilancio siano quanto fa inorridire tutti i product-men, toglie loro il sonno, li spinge a maledire santi e diavoli.

Di seguito vi racconto qual è stata la mia maniera di affrontare l'ostacolo.
Ecco come ho elaborato una previsione su numero di vendite e ricavi:

1. Distribuire un sondaggio (tramite Surveymonkey) per sondare la Willingness To Pay (WTP, Disponibilità a pagare); in questo modo ho potuto capire quale fosse l'interesse verso il mio prodotto (un generatore di privacy policy per siti web), ho potuto capire quanto i potenziali clienti, almeno idealmente, sarebbero stati disposti a sborsare per esso. Sondare la Willingness To Pay non è semplice, a causa degli effetti distorsivi (di ancoraggio) che il questionario può indurre. Dopo alcune ricerche, ho deciso di adottare un metodo chiamato "billing game", declinato nella sua forma discendente, che prevede di proporre in domande successive se l'intervistato sia disposto a pagare una cifra stabilita (es. 20 Euro). Se l'intervistato risponde di no, gli viene proposta una cifra più bassa nella domanda successiva, e così via.

2. Raccogliere informazioni sul modello di business che ho scelto di adottare (Freemium), da cui ho anche scritto un enciclopedico articolo , cercando metriche di conversione e modelli di Pricing in uso.

3. Operare alcune scelte riguardanti i piani d'offerta, decidendo quanto far pagare per ogni set di features.

4. Incrociare i dati raccolti sul modello di business e le decisioni riguardo l'offerta in un foglio di calcolo, impostando come variabili queste dimensioni: il numero di adottanti free, il tasso di conversione relativo ad ogni piano (ancorato ai dati di mercato raccolti), il prezzo di ogni piano.

5. Cercare di prevedere dei tassi di crescita, dividendo la previsione in periodi. Ho immaginato un leggero bump (aka "botto") iniziale, poi un periodo di crescita lenta, uno di crescita sostenuta, dunque di nuovo crescita lenta. In sostanza, ho elaborato un moltiplicatore di crescita per ogni trimestre, da applicare al trimestre precedente. L'andamento della crescita negli adottanti proposto è molto comune ed universalmente accettato; per info potete leggere qui.

6. Infine, dare tutto ciò in pasto al foglio di calcolo. N'è venuta fuori una previsione accettabile di vendite e ricavi.
Ora viene la parte di bilancio (conto economico e stato patrimoniale). Devo dire che per questo serve davvero della competenza specifica, ma si può rimediare. Ecco come: www.pdfor.it.
Pdfor vi consente di generare Conto Economico, Stato Patrimoniale ed indici di bilancio senza saper nulla di contabilità. Tutto ciò che serve è aver elaborato una stima dei ricavi (sopra ho proposto un metodo) ed una dei costi (lo Use of Proceeds, immancabile in ogni Pitch che si rispetti).

Per quanto riguarda l'opportunità che il Business Plan sia il documento iniziale richiesto dagli investitori, sorgono parecchi dubbi che io condivido.
Partire dal Pitch è importante, poiché questo strumento permette modifiche veloci grazie alla sua struttura snella ed evita ancoraggi od effetti di framing ulteriori. Vedo il Business Plan come un'evoluzione del Pitch stesso, un suo approfondimento.

Parlando di questioni concrete, negli ultimi mesi ho preso contatti sia con dPixel che con Annapurna Ventures (due dei pochi operatori di Venture Capital italiani di tipo Early Stage focalizzati sul web). Nessuno di questi due interlocutori mi ha domandato un Business Plan per il primo incontro, che si è invece svolto in modo del tutto informale.

Mind The Bridge offre da quest'anno uno spazio dedicato alle Idee di Business (denominato per l'appunto "Call For Ideas"), parallelo alla Business Plan competition. Per accedere a questo spazio è sufficiente inviare un Executive Summary.

Ciò che ho riscontrato è l'opinione diffusa che il Business Plan non sia necessario quando i tempi sono ancora giovani ed il progetto necessita di nient'altro che definizione e labor limae.
Molti obiettano come queste previsioni siano inutili, poiché avulse dalla realtà, inconsistenti; creative, nella migliore delle ipotesi.

Tutto ciò è vero, ma ininfluente se si considera un fatto: nessuno si aspetta che queste previsioni si realizzino, nessuno. Ed allora perché queste previsioni sono importanti ed utili? Perché consentono di concentrarsi sulla realtà dei numeri e sulla loro spietatezza. Ci costringono a considerare sul serio quanti dovranno essere i nostri clienti e quale il prezzo da essi pagato.

La previsione è l'unico sistema per conoscere in anticipo quali numeri il nostro prodotto dovrà muovere per sopravvivere, quali dovranno essere prezzi e tassi di conversione. L'alternativa è navigare a vista.

Nello specifico della mia esperienza, scrivere documentazione sul progetto mi ha aiutato enormemente in queste direzioni:

- Comprendere i miei clienti ed il mercato di riferimento, capirne la struttura decisionale e di spesa, nonché abitudini, interessi, attitudini.

- Scavare nella concorrenza, scoprendone rigidità e punti di debolezza, così come punti di forza e caratteristiche distintive.

- Esplorare il modello di business ed indagarne i casi d'uso.

- Individuare le caratteristiche chiave del prodotto e le dimensioni su cui fare leva.

- Comprendere appieno la difficoltà delle sfide da affrontare e la pericolosità delle minacce, così come la concretezza delle opportunità.

- Scoprire le criticità del modello Freemium, come l'onere di assistenza dei clienti free.

- Invitarmi a raccogliere ulteriori dati sul mercato di riferimento.

- Indurmi a definire il confine delle attività "core", da considerare cruciali per la riuscita del progetto e su cui concentrare lo sviluppo del know how.

Ma più di tutto ciò, guidare l'entusiasmo. Poiché l'entusiasmo può essere un'emozione potente quanto pericolosa, foriera d'agire impulsivo. Ma soprattutto l'entusiasmo rischia in ogni momento d'indebolirsi o venir meno.

Ciò ch'è importante è la determinazione, e la determinazione non può che vivere di approccio sistematico. Una determinazione ricca di passione. E di coinvolgimento.


Questi sono i pensieri di Andrea, circa la questione Business Plan. E voi cosa ne pensate?



Ciao a tutti,
Stefano Passatordi



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giovedì 7 ottobre 2010

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Fundraising: Convertible note

Grazie al viaggio nella Valley, ho potuto capire quali sono le “ultime” (..si fa per dire, esistono da almeno 3 anni!) tendenze dei grossi angels californiani.
Quando una startup riesce ad ottenere un finanziamento da un angel, non viene più utilizzato il classico “contratto di investimento” (investment agreement), ma vengono usate le convertible notes.

In questo post, cercheremo di capire cosa è una convertible note e perchè sta diventando uno standard per le startup.

Prima di tutto va precisato che le convertible notes vengono usate nel caso di una startup che è al suo primo o secondo seed round o bridge financing. Non avrebbero molto senso per società che puntano a series B e oltre, vedremo il motivo in seguito.

Attualmente, in Italia, se ottieni un seed vuol dire che, insieme con l’investitore, avete deciso la valutazione della società (pre-money), avete fissato quindi il prezzo per share e, di conseguenza, la percentuale di equity di cui l’investitore si appropria, a fronte del suo investimento. Tutta questa procedura può essere lunga, costosa e, a lungo termine, potrebbe causare seri problemi quando si cerca il primo series A.

Per rendere il processo più veloce e semplice, vengono usate le convertible notes.
In pratica, l’investitore ti da il finanziamento sotto forma di prestito alla società, con la possibilità, in caso di series A, di convertire il prestito in equity.

Dal punto di vista dell’investitore è un credito nei confronti della startup. Dal punto di vista della società, la convertible note è un debito.
Questo è il concetto di base, ovviamente ci sono delle condizioni per regolamentare la convertible note.

Se pensiamo alla condizione e alle prospettive di una startup, in particolare WEB, possiamo capire a fondo il senso delle convertible notes. Una startup (web) ha due sole possibilità: avere successo o fallire. In generale, non esistono vie di mezzo. Per cui, l’investitore che scommette un seed nella vostra startup, avrà solo due possibilità: guadagnare o perdere tutti i soldi.
Sia per voi che per l’investitore, il successo si ha quando si inizia a parlare di series A.
Se non si riesce ad arrivare a quel punto entro un certo tempo, purtroppo, si può iniziare a parlare di fallimento. Ovviamente, questo è il caso generale, ma non è sempre così, basti pensare alle startup che si autosostengono con il loro business model.

Quindi, se il successo si inizia ad avere col series A, che senso ha perdere tempo e denaro (tutto l’iter per cedere equity in cambio di un seed è un procedimento lungo e costoso!), frammentando inutilmente la società, prima di raggiungere un round importante?..questa è esattamente la filosofia alla base dell’utilizzo delle convertible notes per le early stage startup.
Infatti, in questi casi, si parla di “bridge”. Proprio perchè l’investimento (seed) serve alla startup per maturare quanto basta e provare a chiedere un series A.

A questo punto, dovrebbe essere chiaro il concetto di convertible note e perchè si usa. Vediamo adesso i vantaggi e gli svantaggi.

Dal punto di vista dei founders, le convertible notes rappresentano più un vantaggio che uno svantaggio. A patto che si raggiunga il series A in un anno al massimo. Si può ottenere un finanziamento, spendendo il minimo e in poco tempo. L’iter burocratico è corto, veloce e poco dispendioso. Inoltre, non bisogna cedere subito equity della società. Però, bisogna ricordarsi che, a tutti gli effetti, una convertible note è un debito. In quanto tale, va inserito sotto la voce “debiti” del vostro bilancio.
Se fallite, i vostri investitori sono dei creditori e devono essere ripagati tramite gli asset societari.

Dal punto di vista di un investitore, la situazione è più complicata, ma potenzialmente più remunerativa rispetto alle “classiche” equity. Chi investe parte dal presupposto che il series A arriverà subito, nel giro di un anno al massimo. Il vantaggio per l’investitore sta nel fatto che, in caso di series A, lui potrà convertire le sue notes (ovvero il suo credito) in equity della società, alle stesse condizioni dell’investitore che porta il series A. Generalmente, per l’investitore, le condizioni del series A sono migliori rispetto al seed.
Inoltre, per far valere il suo investimento, avvenuto in tempi molto più “rischiosi”, il possessore delle convertible notes potrebbe aver diritto ad uno sconto (in genere, va dal 20% al 30%) sull’acquisto delle nuove shares della società che sta per chiudere il series A.
Se questo non dovesse bastare per proteggere il suo investimento, il possessore delle convertible notes ha il diritto di fissare una valutazione massima per il calcolo della conversione da notes a shares, sempre in caso di series A.
Questo è necessario per difendersi da una valutazione della società troppo elevata, che rischierebbe di annullare lo sconto che l’investitore del seed avrebbe sulle shares, durante il series A. Questa operazione viene chiamata “cap”.
E’ importante precisare che se viene fissato un cap, ovvero un tetto massimo per la valutazione usata durante la conversione da note a shares, non stiamo parlando della valutazione dell’intera società al momento del series A. E’ una valutazione fissata in anticipo ed usata solo per la conversione da note a shares dell’investitore che ha fatto il seed inziale.

Un ulteriore strumento a favore dell’investitore, sono le warrant coverage, ovvero una specie di stock option sul prossimo round. Se una note di $100k prevede una warrant del 20%, allora il possessore della note stessa ha diritto di comprare $20k di shares al prezzo dell’ultimo round (il prezzo può anche essere fissato all’inizio della note) e può effettuare questa conversione quando vuole lui, entro il limite di vita della warrant.
Le warrant, infatti, hanno un tempo di vita che va dai 3 ai 5 anni.

Per i founders sono preferibili warrant con una alta percentuale, ma con un tempo di vita basso. Al contrario, un investitore punta a basse warrant, ma con un tempo di vita superiore, per poter scegliere il tempo migliore per convertire in shares.

Come tutti i contratti, è possibile aggiungere clausole in base alle esigenze.

In questo caso, però, a vantaggio dell’investitore. Ad esempio, essendo la note un prestito, può essere soggetta ad interessi. Range standard sono 6% - 10% sulla durata della note.

In genere una note dura 12/18 mesi al massimo.

Se alla fine di questo periodo, la note non viene convertita in shares perchè non c’è stato il series A, allora si può convertire in common ad una valutazione fissata inzialmente (potrebbe essere la stessa della cap).

In genere, la durata della note viene decisa dai founders insieme con l’investitore, in base al tempo stimato per raggiungere un series A.

Queste sono le nozioni più importanti riguardo le convertible notes, adesso decidete come fare il prossimo seed round!

Ciao a tutti,
Stefano Passatordi
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Italia, investitori e startup

[Da: http://blog.tagliaerbe.com/2010/10/italia-investitori-startup.html]

In queste ultime settimane, nei blog dedicati al mondo startup e tecnologico, c’è stato un gran discutere circa la questione “fare la propria startup in Italia oppure andare in Silicon Valley”.

Il polverone è stato alzato da Augusto Marietti, co-founder di Mashape, che attualmente si trova con Marco e Michele (gli altri due co-founder) a San Francisco, nel mitico Pier 38.

In brevissimo, i tre giovanissimi founder sostengono che, dopo aver provato inutilmente a cercare dei finanziamenti in Italia, sono andati nella Valley ed hanno ottenuto quello che cercavano. Anche se con dispiacere, Augusto consiglia a tutti i giovani come lui e con idee innovative, di scappare dall’Italia perchè altrimenti le speranze di aver successo sono minime.

Queste affermazioni hanno scatenato un dibattito virtuale molto acceso, in particolar modo di Massimo Ciociola, seguito, in ordine temporale, da Stefano Bernardi e da Gianluca Dettori.

Fino ad oggi, ho letto in maniera passiva i vari post e commenti sui blog, senza mai intervenire in alcun modo, perchè, non avendo mai respirato l’atmosfera della Valley, non avevo alcun metodo di paragone per poter giudicare chi avesse ragione e chi no.

Prima di esprimere la mia opinione in merito, mi presento. Sono Stefano Passatordi e sono il co-founder di Ibrii, un servizio per la condivisione in tempo reale di contenuti web. Ibrii è nata nel novembre 2009 ed è stata, sin da subito, incorporata in Delaware. Per cui, a tutti gli effetti, è una società americana. In realtà, però, lo sviluppo e la gestione della società stessa avvengono a Roma. Tutto ciò è stato possibile grazie ad un seed ottenuto da dPixel.
Se vi state chiedendo perchè la società è stata registrata in Delaware, la risposta è semplice: “il nostro obiettivo è sempre stato quello di ottenere finanziamenti da investitori USA”.
Da novembre 2009 ad oggi, sono cambiate tante cose, sicuramente la più rilevante, ai fini della discussione, è che Lorenzo Thione è entrato a far parte della società già da molti mesi.

Grazie proprio ad Ibrii, ho avuto l’occasione di andare a San Francisco e nella Silicon Valley per qualche settimana.

Adesso, sento di poter esprimere il mio parere in merito, in quanto, non solo ho potuto constatare personalmente di cosa stiamo parlando, ma, soprattutto, incarno il prototipo dello startupper che è di base in Italia e cerca di far crescere la sua startup.

L’impressione che ho avuto leggendo i vari post delle settimane scorse, in merito a questa faccenda, è che si stia facendo confusione. Credo che sia fondamentale capire bene di cosa stiamo parlando: si parla di startup WEB e non di startup che producono macchine a idrogeno!

Questo, secondo me, è il punto principale da chiarire. Altrimenti, sarebbe sbagliato dire che in Italia è difficilissimo fare impresa e che non è possibile avviare una startup, mentre negli USA tutto è possibile. In Italia esistono tante aziende, in vari settori, che sono diventate famose nel mondo e che esportano la nostra cultura e che meritano il massimo rispetto.

Invece, secondo me, il discorso cambia quando si parla di fare l’imprenditore web. Raccontandovi la mia esperienza, cercherò di fare i paragoni tra quello che ho vissuto e vivo tutt’ora in Italia e quello che ho percepito nella Bay Area. Alla fine tirerò le somme di tutto il discorso.

Partiamo dal fundraising. (Va precisato che stiamo parlando di un seed, non di un series A!) In questi mesi, stiamo effettuando un secondo fundraising e abbiamo approcciato sia investitori italiani che della Valley. In Italia, SOLO PER RACCONTARE LA NOSTRA IDEA, TUTTI hanno chiesto tre cose: pitch, business plan e financials. A San Francisco, così come nella Valley, hanno voluto soltanto una demo..ovvero: “accendi il PC e fammi vedere di cosa stiamo parlando”.

Credo che le differenze siano ovvie, in Italia si pensa prima ai numeri e alle carte, mentre nella Valley il prodotto viene prima di tutto.
Con questo non voglio dire che business plan e financials non servono. Assolutamente NON è così. Però bisogna dargli il giusto peso in base allo stato attuale della startup e dei finanziamenti che si chiedono.
Un discorso è allenarsi a progettare e pianificare durante la fase di inizio. Un altro discorso è che, senza questa documentazione (deve essere almeno credibile, non improvvisata), non hai neanche la possibilità di raccontare la tua idea. Scusate, ma a me sembra una bella differenza!
Sicuramente, andando avanti con le trattative e con l’avanzare della startup verso uno stadio più maturo, il business plan diventa uno strumento fondamentale anche nella Valley.
Nessuno può immaginare di chiedere dei finanziamenti importanti, in Italia o all’estero, senza un business plan definito.
Forse vi potete salvare se trovate un angel e gli chiedete poche migliaia di dollari/euro.
(Circa questa questione, Dettori e dPixel sono stati gli unici ad ascoltarci e a credere in noi SENZA presentare un business plan sin dal primo giorno).

In Italia, il fatto che io ed mio il socio abbiamo un background tecnico (siamo due laureati magistrali in Informatica a Pisa) è sempre stato un punto a nostro sfavore.
Poichè siamo tecnici e, secondo gli investitori, sicuramente non capiamo nulla di prodotto e numeri..allora non possiamo aspirare a seed più corposi. Fiducia limitata! Se guardate la storia di tutte le più famose startup, vi renderete conto che sono quasi tutti tecnici.
In California, infatti, è stato esattamente il contrario. Essere due laureati in informatica è stato un ottimo biglietto da visita. All’inizio non sono i numeri che servono, ma il prodotto (ovvero servono tecnici)!
Senza quello, alla fase numeri non ci si arriva mai.

In questi ultimi mesi, stando comodomante a Roma, abbiamo stretto una partnership con una società che si trova a Sunnyvale, California. Tutto iniziato e portato avanti tramite Skype e email. In Italia, nonostante fossimo andati di persona nelle sedi di piccole, medie e grosse realtà con cui potevamo collaborare, abbiamo ottenuto solo tante false promesse, abbiamo perso tempo e risorse finanziarie.

Durante le settimane in Valley, siamo riusciti ad avere una media di 2 incontri al giorno con i più grossi angels della California, oltre a famosi blogger e affermati entrepreneurs.
Premetto che non li conoscevamo già da prima, ma, molto semplicemente, i contatti sono avvenuti tramite email oppure tramite Lorenzo.
In Italia, gli investitori li devi inseguire per settimane..

Un’altra importante differenza che ho riscontrato, riguarda i contratti di investimento per i seed. Durante gli incontri con i vari angel della Bay Area, tutti ci hanno parlato di convertible notes e di contratti lunghi una pagina, molto laschi.
Perchè la filosofia della Valley è questa: una startup potrà essere o ZERO o UNO. Se un giorno varrà UNO allora convertono in equity ed assegnano una valutazione, contestualmente all’interesse di un VC.
In Italia, invece, già il primo contratto di investimento (per un seed) è lungo oltre 15 pagine e contiene clausole da series A. Senza parlare della valutazione che viene assegnata inizialmente e che, nella maggior parte dei casi, limita la startup anche per i round futuri.

Concludendo, credo che sia sbagliato asserire che in Italia è impossibile fare impresa e che, per forza, bisogna andare fuori dal paese. Condivido in parte le affermazioni di Ciociola e Dettori, ma allo stesso tempo capisco Augusto Marietti.
Va benissimo cercare di restare in Italia per far crescere il paese e contribuire a renderlo un posto migliore per le future generazioni.
Va benissimo dire che, spesso, non dipende dall’Italia, ma dalla NON bravura dell’imprenditore e che ognuno deve assumersi le proprie responsabilità, senza fuggire.
Però, bisogna anche essere onesti e raccontare i fatti per quello che sono attualmente in Italia. Per cercare di replicare l’ambiente che si trova nella Valley, serve uno sforzo da parte di tutti: imprenditori, investitori, università, politiche economiche, il sistema paese.

Negli ultimi 3 anni, in Italia le cose sono cambiate molto riguardo la questione startup ed investitori. Oggi, a differenza di prima, se un giovane ha una idea ha più di qualche porta a cui bussare.
Quindi, se da un lato ci sono stati dei passi in avanti e continuano ad esserci, dall’altro, però, c’è ancora tanto lavoro da fare.

Dal mio punto di vista, ecco alcuni consigli per migliorare:

- Investitori: evitare di ingessare le startup con basse valutazione per potersi prendere una percentuale di equity sempre più alta. Questa tecnica porta solo a svalutare la startup e diventa un deterrente per un grosso VC. Ricordarsi sempre che fare il venture capital è una attività che intrinsecamente vive di rischio, non potete cercare garanzie che nessuno può darvi.

- Imprenditori: cercare di portare avanti la propria idea anche senza grossi capitali iniziali, questo discorso vale soprattutto per le startup web. Ci sono startup che con meno di 20k euro di investimento iniziale ci sono riuscite (leggetevi Founders at Work). Pensare a creare un network collaborativo piuttosto che lucrativo. Ad un evento a San Francisco, un giovane startupper mi ha detto che quando incontra un altro entrepeneur come lui, non pensa a come quella persona possa aiutarlo, ma pensa a come lui possa aiutare quella persona. Capite la differenza? Basta con le invidie e con la guerra tra poveri.

- Università: le università sono il vero valore aggiunto della Silicon Valley, secondo me. Formano le menti imprenditoriali dei giovani studenti fin dai primi anni. Ad esempio, Stanford e Berkeley hanno almeno un corso all’anno su cosa significhi fare l’entrepeneur e come si fa.

Secondo me, un errore comune di tutti è quello di non capire da subito che, grazie ad internet, tutte le startup (web) sono sul mercato globale. Che tu stia in Italia, in Cina, in Russia o in America, devi sempre ricordare che il tuo mercato è globale.

Questo vuol dire che l’investitore non deve applicare regole di investimento diverse, in genere più pesanti, da quelle applicate dagli investitori americani, altrimenti la startup, nel mercato globale, partirà già svantaggiata.
L’imprenditore (web) non può pensare di offrire il suo servizio prima in italiano e dopo, forse, in inglese.
Le università non possono pensare di fare dei corsi di imprenditorialità limitandosi ad esempi e contesti italiani.

Per tutti questi motivi, credo che, almeno in questo momento, sia meglio provare a far crescere una startup WEB nella Valley, piuttosto che in Italia.

Secondo me, Augusto ha fatto la scelta giusta. In Italia nessuno ha voluto ascoltarlo, cosa avrebbe dovuto fare? Abbandonare tutto e fare altro? NO! Ha deciso di provarci nella mecca della tecnologia, ha avuto il coraggio di lasciare il paese che non lo ha capito e non lo ha aiutato.

Se vogliamo cambiare le cose in Italia, ed evitare che i giovani vadano oltre oceano, è ora di smettere di fare solo chiacchiere. Servono i fatti!

Stefano Passatordi
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