venerdì 11 giugno 2010

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Lean Startup


Negli ultimi post abbiamo parlato del Customer Development Model, focalizzando l’attenzione sui due punti iniziali e più importanti del modello: Customer Discovery e Customer Validation. Su queste due fasi si basa il processo iterativo che dovrebbe terminare con un prodotto di “sicuro” successo.
Le ultime due fasi del modello, Customer Creation e Company Building sono elementi standard del processo di sviluppo di una azienda e, quindi, non verranno trattati (per i più curiosi: alla fine del post trovate tutti i riferimenti per ulteriori approfondimenti).

Un completamento, o se volete, una evoluzione, del CDM è il modello della Lean Startup introdotto da Eric Ries, un giovane imprenditore e venture advisor californiano.

Il nome del modello dice tanto, “lean” in inglese vuol dire magro, snello. Parliamo, quindi, di un modello che prevede un burn rate molto basso, ovvero le spese ridotte al minimo.
La sfida è quella di fondare, sviluppare e portare al successo una startup, avendo a disposizione un capitale minimo, cercando di concentrare le forze solo negli aspetti in cui realmente vale la pena investire tempo e denaro.

Sicuramente una sfida non facile, ma neanche impossibile. La maggior parte delle startup inizia con un capitale bassissimo, molte, però, si perdono per strada perchè non riescono a focalizzarsi solo sui punti cruciali del loro servizio e del relativo business.
In pratica, spesso le startup falliscono perchè investono male il loro tempo ed il loro denaro.

Lo scopo di questo modello è proprio quello di insegnare ai fondatori di una startup come e quando investire al meglio le poche risorse a disposizione.

Essenzialmente le regole di base sono:

1) Utilizzare sempre e solo software open source e free.

2) Durante lo sviluppo utilizzare l’agile development.

3) Tante iterazioni ma brevi e guidate molto dal feedback degli utenti.

Non vi ricorda nulla tutto questo?...è evidente che tutti i concetti di cui abbiamo discusso fino ad ora, nei precedenti post, minimum viable product (MVP), agile development e customer devolopment model (CDM), sono condensati nel modello della Lean startup.

Dovete sviluppare il vostro MVP sfruttando software free, sviluppando in maniera veloce (agile development), iterativa ed ascoltando sempre l’utente (CDM).

Ed ecco che il cerchio si chiude e tutto adesso dovrebbe risultare più chiaro.

MVP + Agile + CDM = Lean Startup Model = Low Burn Rate + Rapid Development + High Market Success

Questa è l’equazione finale che tutte le moderne startup dovrebbero seguire, pur disponendo di importanti capitali. Infatti, una startup lean, non solo punta a bruciare meno capitale possibile, ma cerca di abbracciare, il più possibile, le esigenze del mercato, grazie alla massiccia interazione con i customers.

Se fate attenzione a tutto il percorso fatto fino ad ora, attraverso le nuove teorie del web 2.0 (forse 3.0 ?!), vi renderete conto che per ogni passo, che una start compie, ci sono delle regole o consigli da seguire:

- Sviluppo prototipo/prodotto: MVP + agile

- Posizionamento prodotto e mercato di riferimento: CDM -> Customer Discovery

- Validazione mercato e vendita: CDM -> Customer Validation

Il tutto immerso in una mentalità lean, ovvero il massimo rendimento con il minimo sforzo.

Individuare i punti cruciali su cui intervenire, intervenire subito ed in maniera iterativa, usando strumenti gratuiti e basandosi sempre sul feedback dell’utente.
Questo è il modello delle Lean startup in generale, ovviamente, poi va applicato ai casi specifici e, quindi, le cose possono cambiare.
Ad esempio, non tutte le startup offrono servizi che possono essere erogati tramite prodotti gratuiti, in questo caso, allora, si potrebbe pensare all’outsourcing come sistema per bruciare meno capitale.

In pratica, siate snelli, siate veloci ed ascoltate il parere della gente!

Purtroppo, con Ibrii non abbiamo sempre seguito questa filosofia, spesso abbiamo perso tempo e risorse per implementare funzionalità che nessuno aveva mai richiesto, ma a noi sembravano utili.
E’ la cosa peggiore che potete fare, perdere tempo e soldi su qualcosa che nessuno userà e che, anzi, potrebbe solo creare problemi di manutenzione e portabilità. Purtroppo, questo accade quando, durante la fase iniziale, di progettazione e sviluppo, il team si chiude a riccio senza ascoltare il mondo esterno!

Per fortuna gli errori servono a crescere. Adesso, infatti, usiamo tantissimo il feedback degli utenti e cerchiamo di capire quali sono le ultime tendenze web che il popolo di internet reclama.

Secondo il mio modesto parere, il Customer Development Model ha rivoluzionato il modo di concepire il concetto di startup, più in generale di servizio offerto. In precedenza, il modello dominante era quello basato sul prodotto, Product Development Model, con tutte le conseguenze che abbiamo analizzato in precedenza.
Con l’introduzione del modello basato sul “customer”, le cose sono radicalmente cambiate.
Non si da vita ad un prodotto se non si è sicuri che ci sia il mercato e che vengano soddisfatte le esigenze degli utenti stessi.
In pratica, una buona startup dovrebbe costruire un servizio su misura per i propri utenti senza cercare di accontentare il mondo intero. Fate una cosa ma fatela bene.

LESS IS MORE!

Alla prossima!

Stefano Passatordi











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venerdì 4 giugno 2010

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Customer Development Model (II): Customer Validation


Continuando l’analisi del CDM iniziata nel precedente post, passiamo alla fase di Customer Validation.

A differenza del passo precedente (Customer Discovery), il cui scopo era individuare un problema e proporre il proprio servizio/prodotto come soluzione, durante la Customer Validation, l’obiettivo è dar vita ad un prodotto che abbia un mercato.
La domanda a cui deve rispondere questa fase è: “Il mio prodotto è qualcosa che gli utenti richiedono?

In pratica, la customer validation è la fase che metterà a punto il sistema di vendita del prodotto, basandosi, anche in questo caso, su fasi iterative.

In breve, il primo passo è individuare una posizione di mercato del prodotto, successivamente si sviluppa il sito web con eventuali demo, si pianificano i conversion funnel, si individuano i canali di distribuzione e si itera ancora sull’MVP.



Adesso, analizziamo le varie fasi.

1) Individuate una valida ed unica proposizione di valore per il vostro prodotto


Ciò che bisogna fare è pensare una frase “spot” che sia chiara e che spieghi cosa offrite, perchè siete diversi dai vostri competitor e perchè il cliente dovrebbe pagare per il vostro prodotto.
In genere, nella pagina web principale di ogni servizio/prodotto c’è sempre una frase breve e diretta che spiega cosa offrite all’utente, questa frase è il sunto della vostra value proposition.

La vostra frase spot dovrà rispondere a tre domande: Cosa? Per chi? Perchè?

Dopo aver formulato la vostra value proposition, bisogna sviluppare il sito web del servizio/prodotto che volete vendere. In realtà, non dovreste partire da zero perchè nella fase precedente di customer discovery, dovreste aver già inziato a sviluppare il vostro minumum viable product (MVP).
Sicuramente dovrete inserire :

- La pagina principale (landing page) che deve contenere la famosa frase spot ed un link ben visibile ad una demo/video del prodotto.

- La pagina dei prezzi che deve essere molto diretta e deve subito mettere l’utente in condizioni di capire quanto deve pagare e per cosa.

- La pagina di registrazione per permettere all’utente di accedere ad eventuali aree riservate. Ovviamente la fase di registrazione deve essere veloce e semplice, meglio se offrite anche servizi “one click login” come openId, Facebook Connect ecc.

- La pagina “About” perchè l’utente quando paga deve e vuole sapere a chi sta pagando e se siete rintracciabili.

Lo step successivo è la definizione dei conversion funnel, ovvero dei percorsi che portano l’utente fino alla pagina di acquisto del servizio/prodotto o di altri goal che avete deciso. In pratica, per ogni utente, dovete tracciare la sua storia, da quando arriva sul vostro sito fino a quando lo abbandona o raggiunge un goal.

A questo punto, avendo il sito, bisogna portare gli utenti. Dovete scegliere i canali di acquisizione utenti che possono essere sia gratuiti (blogs,SEO, referrals) che a pagamento (SEM, ads). Ricordate, però, che in questa fase il vostro obiettivo non è lanciare il prodotto, ma solo avere un numero accettabile di utenti che vi permetta di capire se il avete scelto il giusto mercato e state proponendo al meglio il servizio/prodotto.
Avendo recuperato gli utenti, a questo punto, il vostro MVP deve essere funzionante e dovete farlo usare il più possibile per raccogliere feedback.

2) Vendete ai primi utenti


Avendo l’MVP e gli utenti, adesso è il momento di provare a vendere il vostro prodotto.

- Mostrate all’utente la pagina iniziale del vostro prodotto

- Chiedetegli se ha capito cosa offrite

- Mostrate la pagina dei prezzi

- Chiedetegli se è interessato a provare il prodotto, se non lo fosse dovete chiederne il motivo

- Se è interessato, monitorate i passi che l’utente segue per registrarsi ed acquistare il prodotto

- Iterate finchè non raggiungete una alta percentuale di utenti interessati, migliorando sempre i messaggi e risolvendo i problemi riscontrati dall’utente stesso

3) Misurate quanto il vostro prodotto sia richiesto sul mercato

In questa fase dovete provare a cambiare i messaggi che mandate all’utente, tramite la frase spot, per capire quale descrizione del servizio/prodotto si avvicina di più a quello che l’utente sta cercando o si aspetta. Ovviamente, questa fase ha senso se tutto ciò che l’utente fa sul vostro sito viene registrato e messo in relazione con i dati ottenuti da altre prove con messaggi differenti. In poche parole, dovete individuare delle metriche e tracciarne l’andamento per ogni prova.

4) Iterate o abbandonate il loop

Nell’ultimo step, dovete tirare le somme di tutto il percorso precedente e valutare se è il caso di effettuare una nuova iterazione oppure se i risultati ottenuti sono già soddisfacenti.
Non esistono regole generali per valutare il successo di una iterazione, ogni servizio/prodotto avrà le sue metriche ed i suoi criteri di valutazione.

Così come per il primo passo relativo alla customer discovery, anche per la customer validation serve pazienza ed esperienza. Ogni step deve essere pensato e non improvvisato, ed i risultati devono essere interpretati. Sia durante la fase di creazione che di interpretazione delle varie fasi, un errore può portare a risultati non corretti che potrebbero falsare il reale interesse degli utenti verso il vostro servizio/prodotto.

A presto!

Stefano Passatordi
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venerdì 28 maggio 2010

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Customer Development Model (CDM) (I)



Dopo aver spiegato il concetto di Minimum Viable Product (MVP), possiamo iniziare l’analisi del processo noto come “Customer Development”.

Come spiegato in un precedente post, solo negli ultimi anni, molti imprenditori ed “addetti ai lavori”, sono giunti alla conclusione che il modello basato sul prodotto, Product development model, non sia il miglior esempio da seguire, soprattutto per startup web.
Per questo motivo, l’imprenditore e professore californiano (Stanford University) Steve Gary Blank, ha teorizzato un nuovo modello che è, appunto, il Customer Development Model. Quest’ultimo è una tecnica che permette alle startup di validare il loro business model tramite un processo iterativo, veloce e che limiti i costi.

In pratica, l’attenzione passa dal prodotto (PDM) al modello di business (CDM).

Lo scopo del CDM è quello di guidare lo sviluppo e la crescita della startup sfruttando al massimo il feedback degli utenti che diventano gli attori principali di tutto il processo. In buona sostanza, visto molto dall’alto, il CDM punta a far sviluppare il prodotto procedendo per piccoli passi (iterazioni), ogni volta chiedendo il parere degli utenti e migliorando in base ai loro suggerimenti. Alla fine, il risultato dovrebbe essere garantito: un prodotto che ha mercato e che non deluderà i suoi utenti.

Prima di tutto, bisogna dire che il CDM è un modello applicabile a tutte le aziende ma, in base alle esigenze, può cambiare la sua struttura. In questo post, valuteremo il CDM applicato ad una startup web.


Lo schema precedente è il percorso che tipicamente porta una startup a diventare una compagnia importante.

Ci sono tutti i passi necessari, in ordine:

1) Si parte con la startup, si individuano business model e mercato, si inizia a pubblicizzare e vendere il prodotto/servizio e si assume il personale.

2) Se tutto procede secondo i piani inzia la fase di transizione. La startup sta crescendo e va a breakeven, addirittura diventa profittevole.

3) Ultimo passo, ormai si è affermata ed ha raggiunto una buona fetta di mercato, è diventata una compagnia. In questo schema, il CDM si posiziona nel primo step, all’interno della fase “Scalable Startup”.



Brevemente, il CDM si basa sul concetto di iterazione per validare il proprio business model ed, in parallelo, sull’Agile Development per uno sviluppo veloce e mirato. Analizzando il modello più in dettaglio, si può affermare che le fasi più importanti sono essenzialmente due: Customer Discovery e Customer Validation.

Customer Discovery per le startup web

La domanda a cui risponde la fase di Customer Discovery è: Cosa dovrei costruire e per chi?

Lo schema sottostante mostra i passi relativi alla fase di customer discovery:


Una startup web, nella fase iniziale, deve individuare il principale problema che vuole risolvere con il suo servizio e stabilire le caratteristiche e le funzionalità del minimum viable product, al fine di testare il business model, tramite 3 differenti iterazioni: Build, Measure (Test) e Learn (Verify).

Possiamo scomporre lo schema nei 5 livelli che lo compongono:

1) Tutto parte dalle assunzioni sul business model:


Questa è una fase in cui il team fondatore della startup inizia ad analizzare tutti gli aspetti importanti come il mercato, la struttura iniziale del MVP, i prezzi del servizio, la possibile domanda ed, ovviamente, i competitors.

2) Il problema del testing


Come detto anche nel post relativo al MVP, una fase molto difficile è capire come strutturare i test per migliorare il proprio servizio/prodotto in base ai suggerimenti degli utenti. Prima di tutto, all’inzio, una startup non ha utenti e, quindi, inizialmente o si investe in campagne di marketing mirato o bisogna arruolare in qualche modo un discreto numero di utenti tester. Successivamente bisogna indicare agli utenti come essere utili ai vostri fini. A tale scopo si può usare la tecnica del “Problem presentation” :

1) Individuate al massimo 3 problemi principali che potete risolvere
2) Chiedete ai clienti di ordinarli per importanza
3) Chiedete come li risolvono in genere
4) Descrivete all’utente come voi potreste risolvere i problemi
5) Chiedete all’utente se la vostra soluzione potrebbe risolvere il problema
6) Chiedete se userebbero la vostra soluzione in maniera gratuita
7) Chiedete se pagherebbero per la vostra soluzione
8) Chiedete di diffondere la voce e portarvi nuovi tester

Basandovi su questo schema, potete decidere quale metodo usare per proporre queste domande agli utenti, alcuni esempi:

- Nella home page mettete questo sondaggio
- Pagate qualcuno per usare il vostro servizio e rispondere alle domande
- Fatelo usare ai vostri amici, amici di amici....
- Usate la fantasia :)

3) Sviluppate il vostro MVP


Vi rimando al post dedicato all’MVP.

4) Testate il vostro MVP


Avete sviluppato l’MVP iniziale, adesso però va testato per capire se è stato pensato in maniera corretta e coerente con il vostro obiettivo. In questa fase vi conviene anche inserire una presentazione o un video del vostro prodotto per far capire al meglio agli utenti come va utilizzato e cosa offrite. Se il comportamento degli utenti si discosta molto dai risultati delle interviste del passo 3, allora dovete rivedere sia le domande che l’MVP.

5) Iterate ancora o continuate


A quest punto dovete mettere tutto insieme, valutare i risultati e decidere se iterare ancora oppure continuare al passo successivo: la Customer Validation, di cui parleremo nel prossimo post.

All’inizio, tutto questo processo può sembrare ostico da comprendere, lungo e complicato. Come per tutte le cose, occorre fare della pratica ed acquisire esperienza. Dal mio punto di vista i punti critici sono :

- Insieme iniziale degli utenti tester, difficile trovarli sia in quantità che come attinenza al prodotto proposto
- Problem presentation, non è facile convincere un utente a darti del feedback in maniera spontanea
- Design dell’MVP, sbagliare la progettazione dell’MVP potrebbe compromettere l’intero lavoro e portare a risultati non previsti
- Testare l’MVP, interpretare il comportamento degli utenti ed imparare da loro non è per niente semplice

Per adesso ci fermiamo qui, nel prossimo post continueremo ad analizzare il customer development model che, negli utlimi anni, si è affermato in California come modello guida.

Buon weekend!

Stefano Passatordi
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venerdì 21 maggio 2010

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Minimum Viable Product (MVP)


Come promesso nell’ultimo post, adesso parleremo delle utlime tendenze della Valley per quanto riguarda la nascita ed i primi sviluppi di una startup: Customer Development e Lean Startup.

Prima però, è obbligatorio, dedicare un post al concetto di Minimum Viable Product (MVP) che, come vedremo, è alla base delle “nuove” teorie californiane.

Partiamo dalla definizione: “L’ MVP è una versione minimale del prodotto che permette ai fondatori di esplorare e capire il mercato e gli utenti, raccogliendo ed elaborando la maggior quantità di dati possibile per validare le ipotesi di base, con il minimo sforzo.”

Il nome, minimum viable product, potrebbe essere forviante e si potrebbe pensare che l’MVP sia solo una versione semplificata e ridotta all’osso del servizio finale. In realtà, non è solo un concetto legato all’aspetto tecnico e di sviluppo del servizio, ma è qualcosa di più generale e complicato che ha come scopo quello di lanciare un prodotto finale andando, quasi, a colpo sicuro.

L’MVP si basa sul concetto di iterazione seguito dall’apprendimento e lo studio dei risultati ottenuti. Prima di produrre l’MVP, i fondatori della startup, devono definire la vision del loro servizio ed individuare la funzionalità core di tutto il sistema.
A questo punto, in base alle esigenze, esistono due principali tecniche:

1) Product: si crea solo la pagina principale del servizio con, in risalto, le sezioni che intendiamo studiare. Ad esempio, se intendiamo valutare quanto possa interessare all’utente il servizio che si vuole offrire, allora nella home si mette in risalto la descrizione del prodotto con link fittizi al video e ad ulteriori chiarimenti. Si effettuano delle campagne di marketing per generare traffico verso il servizio stesso e si monitorizza la quantità di click per il video e la descrizione del prodotto. Se la rispsosta è buona, vuol dire che il servizio che vogliamo offrire piace e suscita attenzione, in caso contrario qualcosa è da rivedere.

2) Feature: come per il caso del Product, si creano dei link fittizi che simulano l’esistenza di una o più features e, quindi, in base alla quantità di click ricevuti, si può intuire quale può essere la funzionalità di maggior successo.

Ad ogni iterazione, si modificano e si aggiungono altri test per capire quale strada suggeriscono gli utenti, ma rimanendo sempre fedeli alla propria vision. Alla fine, dopo un certo numero di iterazioni e quando si raggiungono risultati soddisfacenti per i test eseguiti, si inizia a sviluppare seriamente il prodotto che, a questo punto, dovrebbe andare sul mercato con una ottima possibilità di piacere all’utente e, quindi, di avere successo.

Apparentemente l’MVP può sembrare una tecnica facile da applicare, ma non è così. Si possono verificare dei falsi negativi, ovvero gli utenti non reagiscono bene ai vostri test e voi decidete di abbandonare l’idea o di cambiare radicalmente il servizio. Potrebbe capitare che l’idea piace, ma avete strutturato male i test, per cui ci vuole una certa esperienza per formulare le prove e capire i risultati ottenuti.

Altre volte, potrebbe capitare di perdere di vista il focus del servizio e seguire quello che gli utenti chiedono, ma che, in realtà, è tutto un altro prodotto.

Inoltre, l’utilizzo di questa tecnica, porta ad un forte overhead di lavoro poichè, ad ogni iterazione bisogna:
1) Pensare il test
2) Raccogliere i dati
3) Elaborare i risultati
4) Sviluppare delle metriche nuove
5) Parlare con gli utenti
6) Ricominciare dal punto 1

L’MVP potrebbe sembrare simile al “release early, release often” del mondo open source, ma si differenzia per il fatto che le funzionalità non vengono scelte dall’utente, ma vengono solo validate dall’’utente ed il prodotto inziale, durante le iterazioni, mantiene costante la sua vision.

Questa tecnica viene utilizzata soprattutto per quesi servizi che richiedono un grosso investimento di tempo e denaro per essere sviluppati oppure quando si vuole immettere nel mercato un nuovo e costoso prodotto. Per servizi più semplici e veloci, bisogna valutare se è il caso di adattarla oppure, magari, solo in parte per valutare qualche aspetto e non tutto il prodotto.

Ad esempio, solo ultimamente, abbiamo usato questa tecnica in Ibrii. Nel pannello di condivisione, abbiamo inserito il bottone per condividere con Posterous, ma, in realtà, non è funzionante e ci serve solo per capire se è una opzione che gli utenti utilizzerebbero.

Adesso abbiamo le basi per poter parlare di Product development e Lean Startup, l’appuntamento è al prossimo post.

Ciao a tutti e buon weekend!

Stefano Passatordi


Minimum Viable Product
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domenica 16 maggio 2010

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Perchè il Product development model non è sempre corretto


Nell’ultimo post abbiamo analizzato il Product Development Model studiando le quattro fasi che lo compongono.
Più volte ho affermato che questo modello non è adatto per una startup, in particolare per quelle web, e non deve essere utilizzato quando si approccia ad un mercato di cui non si ha conoscenza.
In questo post vi spiegherò quali sono le motivazioni per cui il PDM non è valido per una startup.

Partendo dal nome, ovvero Product development model, è chiaro quale sia il fulcro del modello: il prodotto.
A questo punto, la domanda è : ”Come è possibile sviluppare le attività di marketing, di vendita, di assunzioni o di sviluppo del modello finanziario, su una procedure basata interamente sul prodotto?

Nel PDM , il prodotto è al centro di tutto ed il resto è strettamente legato al ciclo di vita del prodotto stesso. In realtà, per una startup, l’aspetto fondamentale e critico, non è di per sè il prodotto e la tecnologia ad esso associato, ma, piuttosto, l’acquisizione degli utenti e l’attività di promozione. A cosa serve avere un prodotto tecnologicamente avanzatissimo se non si sa come promuoverlo e come acquisire utenti?
Vi siete mai chiesti perchè servizi, tecnologicamente molto banali, hanno molto più successo di altri servizi più complessi ed efficienti? Il segreto è capire le esigenze dell’utente e fargli sapere che voi potete risolvere i suoi problemi.

Tornando al PDM, analizziamo, punto per punto, perchè non è adatto per una startup:

1) Dove sono i customers?

Nel processo di sviluppo basato sul prodotto, i clienti non vengono mai presi in considerazione. Questo è il principale aspetto che ha portato al fallimento numerose startup che hanno basato tutto sul prodotto: non hanno valutato cosa servisse davvero al cliente e non hanno costruito un business model profittevole. Forse, però, in compenso hanno rispettato la data di consegna del prodotto...
Per questo motivo, il PDM è valido solo quando già si conosce il mercato, ovvero si conoscone le esigenze dei customers e si ha, già, un consolidato modello di business.

2) Focus sulla data di rilascio

Nel PDM, tutta l’attenzione è relativa alla data di rilascio del prodotto, per cui, tutte le altre attività correlate si devono adattare a quella data. Se, ad esempio, il prodotto deve essere rilasciato a Giugno 2010, siamo sicuri che l’ufficio marketing abbia avuto il tempo di effettuare le attività di ricerca e verifica necessarie? Siamo sicuri che le ipotesi circa il modello di business siano state adeguatamente verificate e testate? Ecco perchè, lanciare il prodotto, rispettando solo la data di consegna, spesso porta al fallimento: il prodotto è pronto ma tutto il resto (esplorazione clienti, canali di distribuzione, prezzi, ecc) ancora no!

3) Focus sulla produzione

Il PDM assume che la conoscenza sui clienti e di quello di cui hanno bisogno siano fattori già noti, così come le funzionalità finali del prodotto ed il business model da applicare. Dando per certi, questi punti cruciali, la startup, in teoria, dovrebbe solo organizzare il team per il marketing e per le vendite ed iniziare ad incassare. Tutto questo è vero per una startup che sta nascendo?..ovviamente no!
Non si conoscono i customers, non si conosce e non si è testato il business model e, spesso, anche le funzionalità da offrire cambiano durante la fase di sviluppo del prodotto.

4) Sviluppo statico

Il PDM è basato su quattro fasi che vanno eseguite in ordine, dalla prima all’ultima, senza possibilità di ripensamenti o di cambi improvvisi. Quale startup può affermare che, durante il suo ciclo di sviluppo, tutto è andato come previsto e non ha avuto la necessità di ritornare su passi precedenti per modificarli?
Le startup hanno bisogno di un modello di sviluppo flessibile, agile, dinamico e non statico e a senso unico.

5) Nessun contatto con i customers

Come più volte anticipato, il PDM, non prende in nessuna considerazione le reali esigenze di mercato e le necessità dei clienti. La startup si isola e sviluppa il prodotto senza alcun feedback esterno, in grado di guidarla verso le giuste scelte. Il risultato, spesso, è un prodotto che non rispecchia le esigenze del mercaro e dei customers, ed è del tutto imprevedibile.

6) Milestones prodotto

Il PDM si basa sul susseguirsi di un certo numero di milestones che devono essere rispettate. In base a questa logica, come è possibile sfruttare le milestones di prodotto per validare e valutare il business model, il piano di marketing e delle vendite? Non c’è alcuna relazione tra la data di rilascio di una milestone e, ad esempio, la bontà del business model oppure la valutazione del mercato di riferimento.

7) Problemi di scalabilità

Non basandosi su alcuna stima realistica del mercato e delle esigenze dei customers, il prodotto che viene lanciato, potrebbe essere un completo insuccesso o, al contrario, per pura fortuna, diventare famoso. In entambi i casi, si corre un enorme rischio legato alla scalabilità. Nel caso di insuccesso, la startup potrebbe, ad esempio, aver investito tantissimo in marketing e sviluppatori, per poi trovarsi con spese enormi da affrontare senza avere alcun ricavo. Questo è il caso che si verifica più spesso e che, inevitabilmente, porta la startup al fallimento. Nel secondo caso, invece, il successo arriva così all’improssivo che non si hanno i mezzi adeguati per far fronte alle numerose richieste.

Questi sono i principali motivi per cui il modello di sviluppo basato sul prodotto non è consigliato alle startup.

Negli ultimi anni, l’imprenditore e professore (Stanford University) californiano Steven Gary Blank, ha teorizzato un nuovo modello per le startup, conosciuto con il nome di Customer Development che si è evoluto nel Lean Startup model.
Attualmente il suo modello è quello standard utilizzato nella Valley e lo esamineremo nel prossimo post.

Ciao a tutti!
Stefano Passatordi
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giovedì 13 maggio 2010

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[OT] Il nuovo Ibrii è online!


Ciao a tutti!

La settimana scorsa ho saltato il classico appuntamento del "post del venerdì" perchè ero impegnato con lo sviluppo della nuova versione di Ibrii.

Finalmente, ieri, dopo settimane di duro lavoro, dopo aver risolto assurdi problemi, degni della famosa sfortuna fantozziana, abbiamo pubblicato la nuova versione del nostro caro Ibrii.

La nuova versione ha cambiato direzione, spostandosi dalla tipologia notebook a quella del real real time content sharing con tanto di live stream.

La grafica e l'interazione utente sono state completamente rinnovate e spero che non vi deluderanno!

In realtà, l'attuale versione online, non è ancora quella definitiva. A parte la classica fase di bug fixing (che è d'obbligo e non può mancare!), nelle prossime settimane saranno implementate nuove funzionalità e, grazie al vostro feedback, saranno migliorate quelle già esistenti.

Ibrii è una piattaforma cross-browser ma, per testare al meglio le sue potenzialità, vi consiglio l'estensione per Firefox: una vera bomba per mischiare i contenuti prelevati da pagine diverse!

Sarei felice di ricevere un vostro parere sul nuovo Ibrii, vanno bene anche critiche :)


Tornando al blog, nelle prossime ore scriverò un nuovo post che riprende il precedente sul Product Development Model.

Un saluto a tutti, a presto!

Stefano Passatordi
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venerdì 30 aprile 2010

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Product development model


Il primo prototipo della vostra idea è stato un successo, funziona ed è la prova concreta che la startup può iniziare il processo che la porterà a diventare una realtà importante.
Avete raggiunto un primo ed importante risultato che conferisce nuova energia a tutto il team, adesso, però, inizia la parte più difficile..

Da questo momento in poi, l’unico obiettivo di tutto il team deve essere uno solo : il prodotto.

Non ci devono essere altre distrazioni o progetti, se non portare a termine una implementazione funzionante della vostra idea. In questo caso, bisogna parlare di minimum viable product (MVP), ovvero un prodotto con le funzionalità core, minimali, da mettere subito in produzione per raccogliere tanto feedback.

Iniziando da questo post, vi spiegherò quale è la teoria più recente in merito alla fase di sviluppo del prodotto. Inizialmente vi spiegherò il modello basato solo sul prodotto, detto, appunto, Product development model (PDM), a cui, negli ultimi anni, è stato contrapposto il modello Customer Development.

Il PDM è utilizzato sin dagli anni ’50 in tutti gli ambiti industriali ed è una ottima soluzione se si sta sviluppando un prodotto per un mercato già noto e ben definito, ma non è consigliabile per un mercato nuovo e non conosciuto. Purtroppo, solo negli ultimi anni, gli imprenditori hanno capito che il PDM è stato la causa del fallimento di numerose startup. Se ci pensate, infatti, una startup è caratterizzata dall’essere innovativa (almeno si spera), di conseguenza punta ad un mercato nuovo, spesso del tutto vergine, quindi è una realtà non adatta al PDM.

Per capire perchè il PDM è un modello sbagliato per una startup, bisogna analizzare la logica che lo domina. Di seguito lo schema del PDM:


Il PDM è composto da quattro fasi che, partendo dal concept, portano al prodotto finale pronto per essere commercializzato/lanciato al pubblico.
Analizziamo adesso le fasi che lo compongono.

1. Concept

La prima fase ha l’obiettivo di individuare l’anima del vostro progetto, il concetto fondamentale su cui si basa tutto il resto. Tipicamente in questa fase viene definita la vision della vostra startup, ovvero cosa volete diventare nel giro di pochi anni, come vedete la vostra azienda nel futuro. Altro argomento affrontato è il mercato, ovvero a chi vi rivolgete, chi saranno e che caratteristiche avranno i vostri potenziali utenti. Ovviamente questa analisi è legata ad uno studio di mercato mirato che porta, anche, ad una valutazione di eventuali competitor e di come sia possibile offrire del valore aggiunto rispetto alle offerte già presenti. Il passo successivo è individuare i canali di promozione e distribuzione del prodotto, oltre che alla questione prezzo, in caso di servizi/prodotti a pagamento.
A questo punto vengono definite delle milestone da rispettare durante lo sviluppo e quali sono i costi ad esse associati. In definitiva, se ci pensate bene, in questa fase viene sviluppata la prima bozza del famoso business plan!

2. Product development

In questa seconda fase inizia il lavoro di implementazione, chi di competenza inizia a progettare il prodotto e coordina le unità di sviluppo. A questo punto si rivalutano le milestone, per capire se possono essere realistiche e, quindi, anche il piano dei costi di sviluppo.
Intanto, l’ unità di Marketing continua e migliora lo studio del mercato e pianifica un piano di vendita, ove presente.

3. Alpha/Beta Test

Quando è pronta una prima versione funzionante del prodotto/servizio viene fatta testare da un numero ristretto di utenti per risolvere eventuali bug e per capire cosa e come migliorare. L’ufficio di Marketing sviluppa un piano di comunicazione ed inizia a contattare le agenzie di promozione (PR). Vengono ricontrollati e testati i canali di diffusione del prodotto, mentre l’ufficio vendite inizia a raccogliere le prime commesse.

4. Product Launch

Nell’ultima fase, il prodotto è pronto per essere commercializzato e reso noto al resto del mondo. In questa fase, il reparto sviluppo si prende una piccola vacanza, mentre gli uffici di Marketing e Sales raggiungono il massimo carico di lavoro.

Questo è, molto brevemente, il modello basato sul prodotto che è sicuramente il più conosciuto in tutti gli ambiti industriali e tecnologici, ma è anche quello più pericoloso quando si vuole entrare in un mercato ancora non esplorato.

Sicuramente, per molti di voi, questo processo sarà già ben noto, ma a questo punto la domanda è: “Quanti di voi hanno fallito seguendo, sin dall’inizio, il modello basato sul prodotto?”

Nel prossimo post analizzeremo i motivi per cui questo modello non è valido per delle startup, in particolare per quelle web.

Prima, però, vi anticipo un punto di riflessione molto importante: nel modello di sviluppo basato sul prodotto, non vengono mai prese in considerazione le esigenze degli utenti..

Buon weekend a tutti!

Stefano Passatordi
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sabato 24 aprile 2010

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[OT] Ibrii su "Il Mondo"














Permettetemi questo post out of topic per rendervi noto che nell'ultimo numero de "Il Mondo", a pagina 78, la giornalista Elvira Pollina ha scritto un pezzo su Ibrii.

Grazie a tutti!

Stefano Passatordi
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venerdì 23 aprile 2010

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Proof of concept: il primo prototipo


Adesso che avete l’idea del secolo, avete formato il team, avete trovato un nome perfetto per la vostra startup, è arrivato il momento della verità, si inizia a fare sul serio, il vostro progetto sta per compiere i primi passi: il prototipo.

Siamo arrivati al punto in cui bisogna concretizzare e dare una forma all’idea iniziale, per capire se è davvero fattibile e quali potrebbero essere i problemi tecnici da affrontare.

Questo è un passo che assume una importanza diversa in base alla tipologia del progetto. Per le idee fortemente legate a tecnologie avanzate, lo sviluppo del primo prototipo è essenziale. In questa fase, è di fondamentale importanza la figura del tecnico/sviluppatore/nerd del team, meglio se più di uno.

Nel post dedicato al Team, vi avevo accennato che, nel gruppo, ci deve essere almeno uno sviluppatore ed ecco svelato il motivo, chi svilupperebbe il prototipo altrimenti?

Sulla questione “sviluppatore all’interno del team” oppure “elemento esterno che lavora a progetto”, ci sono due scuole di pensiero ben distinte:

- Il team non ha bisogno di tecnici, lo sviluppo si effettua in outsourcing

- Senza lo sviluppatore non si può iniziare

Due punti di vista ovviamente constrastanti che hanno come principale fattore discriminante l’aspetto economico. Personalmente, ritengo che dare in outsourcing lo sviluppo tecnico della vostra startup non sia un buon inizio. Vorrebbe dire, non solo bruciare tanti soldi già da subito (prima ancora di capire se l’idea è realmente fattibile o meno) ma, soprattutto, affidare il cuore del vostro progetto a persone che non lavorano spinti dalla passione ma dal denaro. Credetemi che questo “dettaglio” fa la differerenza, soprattutto all’inizio, quando, lo sviluppo, molto spesso, supera le 12 ore giornaliere. Per questo, secondo me, serve credere in quello che si sta facendo e ci vuole molta passione, tutte qualità che non si possono comprare in outsourcing!

Quindi, il mio consiglio è di avere almeno un tecnico nel team e di non dare in outsourcing lo sviluppo del core della vostra idea.
In futuro, quando avrete soldi da investire, potrete sicuramente pensare di esternalizzare lo sviluppo di parti del vostro sistema.

Per Ibrii, io ed il mio socio, abbiamo avuto la fortuna di essere due sviluppatori .Net discreti e, quindi, abbiamo sviluppato tutto da soli, dalla prima all’ultima riga di codice.
Ricordo quando, per la prima volta, abbiamo fatto funzionare il primissimo prototipo di Ibrii, credetemi, è stata una emozione indescrivibile! Dopo mesi di brainstorming, di incertezze, di ricerche, di confronti, finalmente vedevamo la nostra creatura vivere e prendere forma. All’inizio, era solo un rettangolo colorato di rosa, con dentro del testo, che poteva essere draggato nello schermo..non era niente di speciale, ma per noi, in quel momento, rappresentava tutto, ha acceso una scintilla che, ancora oggi, è uno stimolo quotidiano.

Se dopo mesi di incontri, di dubbi, di discussioni, iniziate a chiedervi se avete fatto la scelta giusta, entrando nel fantastico mondo delle startup, vi assicuro che vedere funzionare il prototipo della vostra idea vi servirà tantissimo per recuperare energie ed entusiasmo. E’ la conferma che la vostra idea è fattibile e potrebbe presto diventare realtà. E’ il così detto proof of concept che tutti i membri del team aspettano di vedere dal primo giorno.

I tempi di sviluppo possono variare di molto, da caso a caso, ma esistono comunque dei consigli generali che, in base alla mia esperienza, posso darvi per risparmiare tempo e denaro:

- Usate tecnologie opensource per non dover pagare le licenze. (Nei post successivi vedremo quanto sia importante mantenere il burn rate mensile al minimo, ovvero quanti soldi “bruciate” al mese)

- Discutete molto all’interno del team, durante lo sviluppo, lavorando molto su lavagna. Aiuta a focalizzare meglio i problemi e a trovare soluzioni più velocemente.

- In questa fase, come detto anche nel post precedente, concentratevi solo sulle funzionalità core del vostro sistema. Il resto si aggiungerà in seguito. Parleremo nei prossimi post di minimum viable product.

- Usate la tecnica di “attacco costruttivo” introdotta nel post precedente

- Riportate tutte le idee, dubbi ed eventuali schemi di sviluppo sulla lavagna o su carta, rileggete la lista a voce alta prima di inziare a lavorare. Provate e capirete quanto vi sarà utile.

Per lo sviluppo di Ibrii, noi abbiamo usato .Net + SQLServer per il server e per il client Javascript (jQuery). Quindi, sul server, la tecnologia non è affatto opensosurce, ma, all’inizio, abbiamo avuto la fortuna di avere delle licenze gratuite, in quanto eravamo ancora studenti universitari, grazie al progetto DreamSpark. Invece, adesso, che non siamo più studenti, continuiamo ad avere le licenze gratuite grazie al progetto BizSpark.

Ad ogni modo, che la tecnologia sia opensource o proprietaria l’importante è averla gratis!

Cercate di sviluppare il prototipo nel minor tempo possibile, così da poter passare subito allo sviluppo del vero prodotto. Durante questo tempo di sviluppo, inziate a raccogliere feedback, anche solo tra i vostri amici e non abbiate paura di raccontare la vostra idea! (parleremo di questo timore diffuso in uno dei post successivi)

Nei prossimi post analizzeremo una tecnica usata nella Silicon Valley che riguarda proprio lo sviluppo del prodotto in relazione al feedback, alle esigenze/richieste degli utenti e al business model.

Prima di concludere questo post e di augurarvi un ottimo lavoro, per lo sviluppo del prototipo, ancora due consigli fondamentali che non sono legati direttamente a questa fase, ma è bene che vi entrino in testa sin dall’inizio:

- Ricordate che “Less is more”, fate una sola cosa ma fatela bene!Non riempite l’utente di funzionalità che lo distraggono e lo confondono, questo è un consiglio soprattutto per gli sviluppatori..

- Fate, sin dall’inizio, molta attenzione all’ interaction design del vostro servizio. Dovete sempre puntare alla semplicità di utilizzo da parte dell’utente, la vostra interfaccia deve essere semplice ed intuitiva. Oltre che super accattivante!


Buon weekend a tutti!

Stefano Passatordi
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venerdì 16 aprile 2010

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Prima di iniziare, trovate la vostrà identità: l’Idea ed il nome


Nel post precedente, abbiamo seguito le fasi della selezione e formazione del team fondatore, adesso non rimane che iniziare a lavorare!

Molto banalmente, il primo passo è incontrarsi per discutere ed organizzare il lavoro dei mesi successivi!

Vi consiglio di organizzare i primi incontri in maniera del tutto informale, molto rilassati, magari seduti intorno ad un tavolo con pizza e birra (..non troppa però!). Siete all’inizio, come detto anche nel post precedente, nessuno di voi ha ancora le idee molto chiare, per cui sarebbe meglio qualche brainstorming prima di iniziare a sviluppare un prototipo.

Successivamente alla formazione del team, inizia una fase molto importante, la vostra idea originale deve iniziare a modellarsi e a prendere forma, è il momento in cui ponete le basi del futuro della vostra startup. Consideratelo come un processo iterativo, siete partiti da una idea grezza e, adesso, dovete rivedere il tutto, più e più volte, finchè non arrivate ad un risultato che soddisfi tutti. (In uno dei prossimi post, affronteremo questo argomento in maniera più specifica e vi spiegherò una tecnica usata in Silicon Valley)

In questo processo di analisi della vostra idea originale, dovete iniziare a valutare aspetti che prima, forse, non avete preso in considerazione:

- Effettuate altre ricerche riguardo i possibili competitor, non è mai abbastanza!

- Individuate, eventuali, limiti o problemi legali, in questo caso dovete valutarne l’entità. Potrebbe esservi utile contattare un esperto in materia oppure trovare un modo per aggirare il problema. Non sottovalutate questo aspetto, vi renderete conto della sua importanza quando un investitore vi negherà il finanziamento perchè vi sono troppe implicazioni legali non risolte!

- Pensate e concentratevi solo sui punti essenziali della vostra idea, sui pilastri senza i quali nulla potrebbe funzionare. Non perdete tempo e risorse per discutere e progettare aspetti che all’inzio non sono basilari per il vostro progetto. Il resto, lo aggiungerete in seguito.

- Iniziate a percepire la vostra idea come un qualcosa di più ampio respiro, una “idea di business”: ovvero qualcosa che un giorno (si spera presto!) possa dare da vivere a tutto il team, magari allargato. Questo diverso punto di vista vi porterà, inevitabilmente, ad affrontare temi più importanti, con cui si scontrano quotidianamente tutte le startup. Sicuramente la domanda principale dovrà essere: “Come guadagno con questa idea?” (affronteremo meglio questo fondamentale argomento nei prossimi post)

Anche noi, con Ibrii, abbiamo vissuto questa fase e, in realtà, lo facciamo ancora oggi, perchè, come ho detto in precedenza, si tratta di un processo iterativo che vi porterete sempre dietro. Durante i nostri primi brainstorming, adottavamo una tecnica molto semplice ma efficace, che noi abbiamo chiamato di “attacco costruttivo”. A turno, uno di noi vestiva i panni del difensore dell’idea e l’altro provava ad “attaccare” il progetto sotto ogni punto di vista.

In pratica, il team deve collaborare in maniera obiettiva, essere cosciente dei problemi e limiti dell’idea stessa e cercare, il più possibile, di metterli in risalto per capire come risolverli. Durante questo simpatico esercizio, a turno dovevamo rispondere ai mille “perchè?”, “come funziona?”, “è davvero utile?”, “come risolvi?”, ecc. , e così sono emerse tutte le problematiche, conosciute e nuove, legate all’idea iniziale. Questi “incontri” sono avvenuti svariate volte, finchè non abbiamo raggiunto una versione (quasi) buona della nostra idea. Con il tempo, vi renderete conto di quanto possa cambiare la vostra idea rispetto alla forma inziale, in molti casi, alla fine, vi ritroverete con qualcosa di completamente diverso.

Non abbiate paura di modificare la struttura iniziale del vostro progetto, non affezionatevi troppo alle origini e pensate, piuttosto, a come evolvere per centrare l’ obiettivo del processo di iterazione: giungere ad una idea di business che sia fattibile, efficace e rivendibile.

Sicuramente il primo problema da affrontare è il nome da dare al vostro progetto. Può essere sicuramente un compito divertente, ma ricordate che è importante!
Un buon nome dovrebbe:

- Essere breve. Nomi lunghi non sono consigliati, cercate sul web e vi renderete conto che difficilmente i servizi più famosi superano le 8 lettere.

- Avere un suono piacevole, scorrevole. Aiuta a ricordare meglio il nome. Per capirci, evitate nomi tedeschi :)

- Essere anglofono. Dalla pronuncia si deve poter risalire subito allo spelling e, quindi, all’URL da scrivere nel browser. Se puntate ad una startup internazionale, vi sconsiglio di dare un nome italiano al progetto. (anche se la parola “spaghetti” ha sempre il suo fascino nel resto del mondo)

- Essere autodescrittivo. Il nome dovrebbe, da solo, rendere l’idea del servizio che si offre. (facile a dirsi...)

Con Ibrii, all’inizio abbiamo stilato una lista di possibili nomi per poi scegliere quello attuale. Non è facile trovare un nome che abbia tutte le caratteristiche di cui sopra, ma con un pò di fantasia e pazienza ci riuscirete. Ibrii, ad esempio, come nome non è autodescrittivo e, secondo qualche nativo anglofono, non è facile risalire dal suono della pronuncia allo spelling. Alcuni lo pronunciano ‘aibri’ e altri ‘ibri’ e, non avendo una pronuncia ovvia, comune per tutti, lo spelling risulta ambiguo. Comunque, per noi è sempre stato ‘aibri’.

Se, già dall’inizio, sapete che la vostra sarà una startup che offrirà diversi servizi agli utenti allora cercate di non legare il nome ad un servizio specifico, ma, piuttosto, trovate un nome che diventi il vostro brand ed assegnate ad ogni servizio un nome a parte.
L’esempio più eclatante è, ovviamente, Google, il quale ha dato ad ogni suo servizio un nome specifico, legato al brand iniziale, es: GoogleDocs, iGoogle, GoogleMaps ecc.
Nella maggior parte dei casi, però, in questa fase, non si può pensare così in grande ed il nome della startup rappresenta il primo servizio che viene lanciato.

A questo punto siete pronti per registrare il vostro dominio (sperando che sia disponibile..) e a pubblicare una pagina con una frase di effetto che vi rappresenterà per molto tempo, finchè non svilupperete il primo prototipo!

Cercate di registrare il dominio il prima possibile e non rimandate perchè serve per iniziare a conferirvi una identità, a sentirvi un team e, soprattutto, ricordate che, nel mondo, almeno un’altra persona ha avuto la vostra stessa idea e, probabilmente, vorrà acquistare lo stesso dominio.

Buon weekend a tutti!

Stefano Passatordi
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venerdì 9 aprile 2010

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Il primo tassello: il team


Nell’ultimo post abbiamo discusso dell’evento che può scatenare la nascita di una startup, il Bing Bang della vostra avventura: una buona idea.

A questo punto, il secondo passo da compiere è costituire il team che diventerà l’anima e la forza della vostra startup. Per farvi capire quanto sia importante il team, possiamo tranquillamente affermare che esso è come le fondazioni per un palazzo; se non sono solide e ben progettate, possono essere la causa del crollo dell’edificio.
Qualcuno potrebbe pensare che la composizione del team sia il momento più facile e divertente durante la nascita di una startup, ma se non volete che il vostro progetto si sgretoli, come un gigante con i piedi di argilla, allora dovete prestare molta attenzione a questo importante tassello.

Personalmente, ritengo che il numero ideale di membri del gruppo fondatore sia tre (almeno nella fase iniziale), perchè:

- Un team composto da una sola persona non è un team. Si parla di un singolo individuo che crede di poter fare tutto da solo: sviluppo, gestione, fundraising e tutte le altre attività necessarie. Se le vostre giornate non sono lunghe almeno 48 ore e se non disponete del dono dell’ubiquità, personalmente, ritengo molto difficile (ma non impossibile!) gestire professionalmente una startup da soli. Molto più semplicemente, se dovesse accadere qualcosa all’unico fondatore, anche una semplice influenza, si bloccherebbe tutto. Inoltre, considerate che, in genere, un investitore non è molto propenso ad investire in una startup composta da una sola persona (i motivi sono ovvi, si parla di “Effetto Cuba”, ma ne discuteremo in seguito).

- Un team composto da un numero di persone superiore a 3 potrebbe essere difficile da gestire, almeno all’inizio. Considerate che, soprattutto nella fase inziale, nessuno dei fondatori può avere la certezza di quello che succederà e di come evolveranno le cose. In una situazione del genere, è facile intuire che avere troppe teste a confronto, soprattutto in una fase delicata, come quella iniziale, non è consigliabile.

Per questi motivi, ritengo che il team fondatore di una startup non debba superare le tre unità (al max 5 in casi particolari.)

Stabilito il numero, bisogna capire come selezionare le persone del team.

Se siete fortunati ed avete partorito l’idea insieme con uno o due amici, allora il team è già formato. Chi ha avuto l’idea ed ha partecipato attivamente a migliorarla, ha diritto di far parte del team. Se, invece, avete bisogno di reclutare dei founders, preparatevi ad un compito non facile.

Prima di tutto, dovete capire che profilo cercare. Proviamo, quindi, ad individuare quali sono le caratteristiche essenziali che deve avere un ipotetico candidato:

- Deve essere libero da altri impegni per dedicarsi in toto al vostro progetto.

- Deve essere disposto a fare tanti sacrifici, in termini economici e di lavoro. All’inzio, finchè non troverete qualcuno che finanzi il vostro progetto, nessuno potrà percepire uno stipendio (leggi come: deve avere delle proprie risorse finanziare, altrimenti con voi non potrà mantenersi!). Senza considerare che gli orari di lavoro sono massacranti, almeno finchè non si ha un prototipo concreto e funzionante della vostra idea di partenza.

- Deve essere un amante del mondo startup, ovvero, deve leggere blog/riviste in merito e deve essere super informato su tutte le ultime voci dell’ambiente.

- Deve credere in quello che gli state proponendo, deve essere convinto che potete farcela e deve realmente sentirsi parte del progetto. In questo caso, molto dipende anche da voi, se riuscite a vendere la vostra idea e a trasmettere la passione giusta.

- Deve avere delle competenze professionali che non siano già presenti nel gruppo. Insieme dovrete essere in grado di affrontare tutte le difficoltà che incontrerete nei vari settori, tecnico, economico, gestionale, ecc. Tenete in considerazione che, soprattutto all’inzio, nel team non può mancare la figura del tecnico, ovvero di colui che rende concreta e tangibile la vostra idea inziale!

- Deve piacervi come persona :)

Queste sono alcune delle caratteristiche principali della figura che dovete cercare.

In teoria, potreste trovare questa persona in un qualsiasi locale, magari mentre beve fiumi di birra, ma nella realtà vi consiglio, come prima cosa, di contattare amici che ritenete giusti per lo scopo. Successivamente, potreste provare nell’ambiente universitario oppure in quello degli eventi di networking, dedicati a persone come voi (vedi UpStartRoma).

Inizialmente, provate a rivolgervi agli amici perchè, durante l’evoluzione del vostro progetto, i rapporti tra i diversi membri del team potrebbero esser messi a dura prova, soprattutto nelle situazioni in cui la stanchezza e lo stress si fanno sentire. Alla base, quindi, servono dei rapporti già consolidati, se non volete che all’improvviso vada tutto a monte per delle incomprensioni. Il team deve essere molto affiatato!

Inoltre, dovete essere certi che la persona su cui state puntando non venga colpita dal così detto “Effetto Cuba”, ovvero: improvvisamente, abbandona tutto per seguire una cubana/o in giro per il mondo! In poche parole, nessun membro del vostro team deve avere “grilli per la testa”, altrimenti metterebbe in serio pericolo la riuscita dell’intero progetto.

Durante questi mesi di vita di Ibrii, ho avuto modo di capire a fondo l’importanza del team. Ogni difficoltà, da quella tecnica a quella gestionale, passando per quella economica, è più facilmente risolvibile se il team, visto nel suo insieme, possiede due caratteristiche fondamentali:

- Eterogenità delle competenze

- Affiatamento

La prima caratteristica serve affinchè il team sia autosufficiente, in grado di rispondere ad ogni esigenza in maniera autonoma, senza dover cercare degli aiuti esterni (quasi sempre a pagamento!). Questo è sicuramente un punto molto importante anche per l’investitore (ma ne parleremo nei prossimi post).
La seconda caratteristica è ovvia, un gruppo che non è affiatato non può avere una vita lunga.

Concludo questo post con due consigli:

1) Cercate di creare un ambiente di lavoro stimolante e rilassato (..ma non troppo!)

2) Ricordate che idea e team vivono in simbiosi. Una idea fantastica non può essere realizzata se non c’è un team adatto, e ,viceversa, un gruppo di founders, se pur eccellente, perde il suo valore se non lavora ad una idea valida.

Insomma, una buona idea ed un buon team, sono un ottimo inizio per una startup che punta al successo!

Ciao a tutti!
Stefano Passatordi



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venerdì 2 aprile 2010

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Il Bing Bang: l'idea


Con questo post, darò inizio ad un percorso durante il quale verranno affrontati tutti i momenti topici della vita e lo sviluppo di una startup.

Forse, molti di voi si saranno chiesti come nasce una startup, qual è il primo evento da cui tutto ha inizio.

E’ probabile che la risposta possa sembrare scontata per alcuni di voi, ma, in realtà, non è così : tutto nasce da una idea!

Ripeto, la risposta non è scontata, come potreste pensare, perchè se è vero che tutto ha inizio da una idea, è pur vero che quest’ultima non ci sarebbe se voi non aveste la mente predisposta. Quindi, scavando a fondo, si scopre che il punto di partenza siete proprio voi e la vostra voglia di cambiare, di fare qualcosa di diverso rispetto agli altri, qualcosa di potenzialmente molto innovativo. Partendo da questo presupposto, possiamo, allora, affermare che il BingBang di una startup è : l’idea.

In genere, le dinamiche sono, fondamentalmente, due:

• L’idea vi viene all’improvviso, magari mentre passeggiate o siete al teatro oppure a cena con degli amici. In ogni caso, state pur certi, che è il frutto del lavoro in background della vostra mente che, per giorni, ha lavorato silenziosa (magari stimolata da qualcosa che avete visto o vissuto giorni prima) e poi, all’improvviso, ha partorito la vostra nuova ed incredibile idea.

• La vostra voglia di cambiare e di fare qualcosa di nuovo è così forte che decidete di dover pensare a tutti i costi ad una idea. Ed ecco che, mentre siete a lavoro, mentre studiate, mentre fate le vostre cose, il vostro unico pensiero è la ricerca dell’idea che vi cambiarà la vita.

Per quanto riguarda me e la mia personale esperienza con Ibrii, posso affermare di rientrare nel secondo caso, quelli che cercano ed inseguono l’idea. Già nel lontano 2006, io ed il mio socio, iniziammo a pensare che “da grandi” (ovvero dopo l’università :) avremmo provato ad iniziare un progetto insieme, ma, ovviamente, non sapevamo cosa. Durante i mesi successivi, eravamo quasi ossessionati dal fatto che dovevamo pensare a qualcosa da realizzare e, così, le giornate all’università erano diventate sessioni di brainstorming, in cui, spesso, coinvolgevamo altri amici. Nei primi mesi del 2008, inziammo ad appassionarci ad una idea: un notebook online con la capacità di prelevare dal web i contenuti da annotare. Questa era l’idea “grezza”, ma ci piacque subito e così decidemmo di iniziare a lavorare su questo progetto.

Quando credete di aver trovato l’idea giusta, la prima cosa da fare è cercare in rete se qualcuno vi ha già preceduti. Inizia, quindi, una fase di ricerca per capire, essenzialmente, due aspetti importanti:

1. Qualcuno ha avuto prima di voi la stessa idea

2. Valutare la fattibilità dell’idea stessa

Se trovate uno o più progetti molto simili o uguali a quello che voi avete in mente, allora dovete ponderare seriamente se conviene puntare su quell’idea oppure se sia meglio cambiare. Avrebbe senso investire risorse su un nuovissimo e super mega fantastico motore di ricerca uguale a Google? Bhè, a meno di reali colpi di genio, perdereste solo il vostro prezioso tempo..bastano Google e Bing, per farvi capire che forse non è il caso di puntare su qualcosa già implementato da un colosso del web.

Invece, vi potrebbe capitare di trovare qualcuno che abbia già sviluppato la vostra idea, ma non è un colosso del web e non offre un servizio qualitativamente valido. In questo caso, la cosa da fare è analizzare bene il competitor e capire quali sono i suoi punti di forza e quali quelli di debolezza. In questo modo, avete maggiori possibilità di sviluppare un prodotto che abbia tutte le caratteristiche positive del vostro concorrente, ma, allo stesso tempo, capace di offrire un servizio migliore, per cui un utente può decidere di smettere di usare lui e scegliere voi.

Al contrario, se in rete non trovate nessuno che abbia già implementato la vostra idea allora dovete chiedervi il motivo. Se pensate di essere gli unici al mondo ad avere una idea....bhè, sbagliate! Nello stesso periodo in cui voi incubate il vostro nuovo colpo di genio, potete esser certi che, nel mondo, almeno un altro sta pensando la stessa cosa. Poichè internet ha abbattutto le distanze, anche se foste gli unici in Italia ad aver pensato a qualcosa di interessante, aspettatevi che un americano, un indiano, uno svedese o chiunque nel mondo, stia facendo la stessa cosa e vi troverete, quindi, a concorrere nello stesso mercato globale.

Ci potrebbero essere vari motivi per cui nessuno ha ancora sviluppato una idea come la vostra: è possibile che abbia una fattibilità troppo bassa (c’è un motivo se ancora non esiste nessuna startup che ha sviluppato il teletrasporto!), oppure, molto più semplicemente, la vostra idea non è valida. Esiste, però, anche il caso in cui voi siete i così detti “first mover”, ovvero avete avuto una brillante idea, che ha anticipato i tempi e siete i primi ad offrire un nuovo servizio. Questo è il caso ideale: una idea rivoluzionaria, che nessuno ha ancora sviluppato e che sicuramente porterà i suoi frutti, poichè state per prepararvi a cavalcare, da soli, una nuova ondata tecnologica che sta per impazzare nel web. Esempi famosi in merito, possono essere Google e Skype che hanno introdotto tecnologie rivoluzionarie, rispettivamente nel campo della ricerca ed in quello del Voip.

Nel caso di Ibrii, cercando in rete parole come “notebook” e “notes”, abbiamo scoperto che esistevano già delle startup che offrivano un servizio molto simile al nostro, una su tutte era Evernote. A quel punto, io ed il mio socio, abbiamo deciso di studiare i vari competitor per valutarne i punti di forza e di debolezza. Così facendo, abbiamo capito che, per avere maggiori speranze, dovevamo differenziarci dagli altri, ovvero offrire agli utenti qualcosa che i nostri concorrenti non offrivano: la possibilità di creare appunti anche con contenuti prelevati direttamente dal web.

Ricapitolando, quando credete di aver avuto una bella idea, da cui partitre per fondare una startup, la prima cosa che dovete fare è assumere un punto di vista critico (assolutamente non facile!) e cercare in rete se qualcuno vi ha anticipato.

In ogni caso, va eseguito uno studio relativo ad eventuali competitor, insieme con una sana valutazione di fattibilità del vostro progetto. Inoltre, è una buona pratica, discutere con i vostri amici della vostra idea...non potete immaginare quanto possa essere utile per avere una visione più ampia e dettagliata di quello che state facendo. Nessuno potrà essere più critico di un vostro amico bastardo!

Ricordate solo una cosa importante, il fatto di avere tanti competitor non è necessariamente un fattore negativo, anzi, dimostra che il mercato esiste ed è ampio. In un caso del genere, dovete essere voi bravi a trovare una soluzione per differenziarvi, al fine di rubare fette di mercato agli altri.

Per chiudere il cerchio e tornare all’assunto iniziale, il quale si basa sul fatto che, in realtà, tutto parte da voi, bisogna tener presente che può capitare di avere una bella idea, ma, purtroppo, in quel momento della nostra vita non siamo pronti a metterla in atto. Fondare una startup è, un pò, anche un atto di coraggio, vuol dire abbandonare tutto quello che si sta facendo per dedicarsi in toto al nuovo progetto. Non tutti sono disposti o possono farlo...ma questo è un altro discorso!

Concludo qui questo post dedicato all’idea da cui partire per fondare una startup. In realtà il discorso è molto più ampio, ma, per non creare confusione, cercherò di affrontare ogni aspetto legato alla questione “idea” nei prossimi post.

Ciao a tutti e buona Pasqua!
Stefano Passatordi
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