domenica 20 febbraio 2011

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Gioco Digitale, exit milionaria. Intervista ad uno dei fondatori: Carlo D'Acunto

Chi non conosce o non ha mai sentito parlare di Gioco Digitale????

Oggi vi propongo l'intervista a Carlo D'Acunto, co-founder di Gioco Digitale SpA e Technologies and Operations Director presso Bwin European Markets Holding.


1) Ciao Carlo, vuoi presentarti e dirci chi sei e cosa fai?

Ho 44 anni, vivo a Roma, ho una formazione liceale classica e una laurea in Ingegneria elettronica all’università La Sapienza di Roma. La tecnologia e l’arte sono tra le mie grandi passioni. Ho lavorato in piccole software house e in grandi aziende come Telecom Italia, Tin.it, Seat Pagine Gialle, Trenitalia, Lottomatica (in ciascuna azienda per qualche anno) prima di fondare Gioco Digitale alla fine del 2006 con Carlo Gualandri e Fausto Gimondi. Si comprende come io abbia avuto un’esperienza di manager nel mondo ICT orientato ai servizi prima di decidere di compiere il passo dell’impresa.

2) Potresti raccontarci qualcosa in più circa il tuo inizio, quando, per la prima volta, ti sei affacciato al mondo startup?

La mia prima volta, anche se da manager e non da founder, è stata all’inizio del 1996 quando sono entrato a far parte del primissimo team (eravamo in 6) che in Telecom Italia aveva l’obiettivo di seguire lo start-up di un Internet Service Provider (sarebbe poi nato nel marzo 1997 Tin.it) e quando, sempre nel 1996, ho collaborato alla nascita del portale Virgilio allora joint venture tra Telecom Italia e la start-up Matrix.
Proprio in quell’occasione ho conosciuto Carlo Gualandri, co-founder di Matrix, e altre persone con le quali sarebbero nate nel futuro importanti occasioni professionali. Gli anni successivi fino al 2001 mi hanno visto coinvolto nella nascita e nello sviluppo di alcuni servizi come la comunità virtuale Atlantide, l’instant messenger C6, Virgilio Community, diventati per un po’ di tempo fenomeno sociale e precursori “locali” di servizi come Microsoft Messenger e Facebook.

3) Quali sono state le maggiori difficoltà che hai incontrato lungo il tuo percorso da founder ad imprenditore di successo?

All’inizio la difficoltà maggiore è stata quella di trovare le persone con la giusta seniority con le quali costruire l’azienda, questo è accaduto per un insieme di fattori legati alla cultura e alla realtà del lavoro in Italia dove nel senso comune (esistono per fortuna eccezioni) start-up significa rischio piu’ che opportunita’.
La soluzione è stata sopperire direttamente e personalmente alla mancanza di una struttura di middle management e assumere e far crescere giovani di talento che non sentivano il peso di lasciare altrove una posizione professionale faticosamente conquistata.

4) Quali gli errori più importanti che hai commesso e che potrebbe commettere un giovane startupper?

Gli errori da evitare sono:

- non concentrarsi sul proprio core business, sulla sostanza del valore che si vuole creare cercando di creare e operare direttamente in modo inefficiente quello che altri potrebbero fornire dall’esterno con qualita’ maggiore;

- sottostimare l’impegno e l’energia richiesti e quindi pensare che possa bastare il talento. Per la mia esperienza non e’ cosi’: il talento, la capacità di vision e’ una condizione necessaria, ma non sufficiente per il successo della start-up. L’impegno, il lavoro e all’inizio il sacrificio del proprio tempo sono fondamentali ed è una cosa importante da mettere in conto.

5) Potresti raccontarci come è nata l’idea di GD, come avete iniziato e che numeri fate?

Nel 2006 lavoravo in Lottomatica insieme con Carlo Gualandri nella progettazione e quindi nella realizzazione del servizio Gratta e Vinci online (piattaforma+prodotto). Nell’estate di quell’anno viene approvato il decreto Bersani che liberalizza il gioco in Italia e stabilisce le regole per operarlo e per richiedere la licenza con gara europea a fine ottobre 2006.
In quel decreto che tendeva a regolare anche il gioco online abbiamo riconosciuto un’opportunita’ confidando nella nostra capacità di progettare ed erogare servizi online di qualità con costi accettabili e in tempi brevi. Siamo usciti da Lottomatica per partecipare in modo indipendente alla gara e fondare quindi Gioco Digitale cui subito dopo si e’ unito Fausto Gimondi.
Ottenuta la licenza abbiamo deciso di non cercare lo scontro frontale con gli altri operatori sul terreno delle Scommesse Sportive che in quel momento appariva il servizio con i numeri di business piu’ interessanti, non potendo noi competere con i budget a disposizione dei giganti del settore del gioco, ma abbiamo invece optato per offrire tatticamente Lotterie e Scommesse e puntare alla realizzazione di nuovi servizi come il Poker e il Bingo online.
Gioco Digitale è stato cosi’ il primo operatore legale a lanciare il Poker online in Italia prima for fun e poi per soldi e il primo operatore a lanciare il Bingo online.

Nel mese di gennaio 2011 il circuito di Poker Bwin - Gioco Digitale ha gestito transazioni online B2C e B2B per oltre 45 milioni di euro.

6) Potresti raccontarci come si è evoluto l’intero iter di acquisizione di GD da parte di bwin?


Una start-up di successo diventa facilmente appetibile: per alcuni mesi siamo stati corteggiati da diversi possibili investitori finche’ all’inizio dell’estate del 2009 abbiamo iniziato a sentire l’esigenza di farci affiancare da un partner in grado di realizzare economie di scala e di supportare la crescita in altri mercati regolati. Bwin che era interessata ai nostri numeri ci e’ parso il partner industriale giusto.
Ne sono seguiti incontri bilaterali di studio, discussione e approfondimento, due diligence su GD da parte di Bwin, certificazione del bilancio e quindi acquisizione il 6 ottobre 2009.
Erano passati meno di tre anni dalla fondazione.

7) Quale la sfida più importante che hai affrontato durante la tua esperienza con GD?

Riuscire a coniugare vision e pragmatismo, abbinare qualità e time to market.

8) Se tu ne avessi il potere, cosa cambieresti in Italia per agevolare e stimolare i giovani imprenditori?

Inserirei in tutte le scuole superiori e nella maggioranza delle facolta’ universitarie un corso di economia e cultura d’impresa, supportando il valore della “creazione” di lavoro da affiancare a quello tradizionale della “ricerca” di lavoro. Aumenterei la flessibilità’ del lavoro in generale e le agevolazioni fiscali per l’imprenditoria giovanile.

9) Quali sono i consigli che ti senti di dare ai giovani che oggi decidono di fondare una startup?

Una startup ha bisogno di un’idea di business valida e sostenibile e della capacità di realizzarla, cioe’ di persone motivate e consapevoli delle proprie capacità, know-how, principi etici condivisi, finanziamenti. La passione e’ un fattore fondamentale, portare a bordo persone che hanno passione per quello che fanno e che condividono l’etica fondamentale del lavoro è un fattore importante per il successo dell’iniziativa.
E’ sicuramente istruttivo studiare le esperienze di successo e di insuccesso degli altri. Prima di partire e’ fondamentale verificare con severita’ e rigore la vision, la strategia, il business plan, il sistema dei valori etici di riferimento. Dopo essere partiti e’ fondamentale essere flessibili, saper riconoscere il cambiamento, gli errori, l’evoluzione, non dando nulla per scontato e cambiando rotta per seguire le opportunita’.

10) Se oggi tu decidessi di fondare una startup, in che ambito punteresti?Sempre giochi online?

Il mondo del gioco non ha ancora esaurito le opportunita’, ma in generale punterei sull’Innovazione, intesa come servizi innovativi e tecnologici che migliorano l’esperienza delle persone. In realta’ insieme ad altre persone e in accordo con Bwin ci stiamo gia’ pensando...


Grazie Carlo!


Un saluto a tutti,
Stefano Passatordi
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domenica 13 febbraio 2011

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Startup e Italia

Tra il 2007 ed il 2008, ho avuto enormi difficoltà ad avvicinarmi al “mondo startup”. Su internet non riuscivo a trovare nulla che riguardasse il panorama italiano, nessun riferimento, nessun contatto. ZERO.

Quando spiegavo ai miei colleghi universitari cosa avevo in mente di fare e usavo il termine “startup”, la prima domanda era: “Cosa vuol dire startup?”

Io stesso, ho iniziato a leggere Techcrunch e Mashable per caso e grazie a loro ho imparato il significato di parole come startup, round, VC, Angel, seed e tutto il resto.

Pensate che sia Techcrunch e sia Mashable sono state fondate nel 2005. Parliamo di poco più di 5 anni fa. In cinque anni tutto è cambiato e si è evoluto alla velocità della luce.
Ad oggi, se penso ai pomeriggi del 2008, passati a leggere articoli sulle startup californiane, mi sembra di tornare indietro di 10 anni. Eppure ne sono passati solo poco più di tre.

Se oggi ripenso alla situazione che c’era in Italia nel 2008 e la confronto con quella attuale, non mi sembra possibile che in poco più di 3 anni le cose siano cambiate così rapidamente!

Sono arrivato a Roma a fine agosto 2009, dopo poche settimane il primo passo importante: è nato UpStart Roma. Il gruppo composto da 7 giovani amanti del web, è nato con lo scopo di iniziare a diffondere la cultura delle startup tra i giovani. Ricordo che il primo evento siglato UpStart fu un successone, oltre 100 persone si sono riunite per la prima volta a Roma, per parlare di startup e per presentare la propria idea agli altri.

Quell’evento è stata la prova che, oltre a noi 7, tantissimi altri giovani avevano voglia di incontrarsi per scambiare le proprie esperienze, idee e consigli sul proprio progetto, sulla propria startup. Nei mesi e negli anni a seguire, fortunamente, sono nate tantissime altre iniziative.

A livello nazionale, un importantissimo impatto lo ha sicuramente avuto Working Capital, che tramite il suo tour, ha dato la possibilità agli studenti di presentare le proprie idee. In parallelo, anche tante altre iniziative a livello locale. A Roma, ad esempio, sono nati: InnovationLab, gli Indigeni Digitali, le Girl Geek Dinners, Ignite Italia. Senza contare tanti altri eventi e gruppi che hanno contribuito ad affermare due concetti importanti: startup e networking. Negli ultimi anni, abbiamo anche visto la nascita di incubatori di startup distribuiti sull’intero territorio nazionale. Per non parlare dell'attivissimo gruppo ISS di Facebook con oltre 1.300 membri.

Insomma, non solo a Roma, ma anche a Milano, Bologna, Torino, Palermo e in tutte le maggiori città italiane sono nati spontaneamente gruppi ed iniziative che hanno contribuito e contribuiscono tutt’ora a far sì che l’Italia inizi ad essere un paese più innovativo e moderno.

Nel giro di pochi anni in Italia sono state gettate delle importanti basi per un futuro sempre più appartenente ai giovani che hanno voglia di fare tanto e di fare bene. A questo punto, però, credo che occorra fare il grande passo.

Da un pò di tempo, ormai, quando partecipo agli eventi, vedo ed incontro sempre le stesse persone. Vengono dette e raccontate sempre le stesse cose.

Quando vado ad un evento di networking e torno a casa con zero nuovi biglietti da visita, nessuno stimolo esterno, nessun nuovo feedback, nessun nuovo consiglio, nessun nuovo contatto..dal mio punto di vista, questo dovrebbe essere un campanello di allarme.

Fino ad ora è stato fatto tanto e ne siamo tutti contenti. Nell’ultimo anno, però, ho visto uno stallo della situazione. Non ho visto nuove iniziative per permettere ancora a questo ambiente di crescere, ho solo visto azioni di “contenimento”.

La mia domanda è: “Adesso che abbiamo posto le basi tutti insieme, vogliamo puntare in alto e riprendere a crescere o vogliamo continuare ad essere sempre gli stessi e a dirci sempre le stesse cose ad ogni evento?”.

Purtroppo, quello che sto vedendo troppo spesso in giro per gli eventi ed i vari incontri, sono solo parole, bellissime parole, piene di speranza e voglia di fare. Nella pratica però, non vedo cambiamenti. Forse, adesso siamo nella fase più difficile. Prima abbiamo piantato il seme e sembra che ci siamo riusciti, ora però c’è bisogno di prendere davvero coscienza di cosa vogliamo fare da grandi.

Ecco, secondo il mio modestissimo parere, quello che potremmo provare a fare per creare un tessuto socio-economico basato sulle startup e su un network che da e genera valore:

- Andare nelle università e anche nei licei per spiegare ai ragazzi che è possibile crearsi un lavoro e non bisogna sempre attendere che qualcuno ti chiami per lavorare. Questo compito, secondo me, spetta agli investitori e a tutti quelli che si dichiarano innovatori.
Bisogna partire dal basso e scuotere il sistema alla base. Così, forse, agli eventi avremo facce ed idee nuove.

- Consiglio agli investitori di smetterla di porsi sempre in una posizione più importante rispetto agli imprenditori. Non restate chiusi nei vostri uffici aspettando che gli imprenditori bussino alle vostre porte, uscite anche voi a cercare giovani brillanti e con la voglia di fare. Agli eventi (purtroppo è capitato troppo spesso durante l’ultima social media week) non siate rigidi ed impettiti, aspettando che qualche imprenditore si avvicini solo perchè: “Io sono l’investitore!”. Presentatevi voi ai ragazzi e chiedete voi a loro di raccontarvi la loro idea. Durante un evento a San Francisco, mentre io sorseggiavo tranquillo il mio cocktail, un certo Jeff Clavier si è avvicinato per parlare con me.

- Ai ragazzi consiglio di evitare di perdere tempo a lamentarsi del fatto che non riescono ad ottenere un finanziamento, peggio ancora di parlar male di chi lo ha ottenuto. Consiglio di concentrarsi sul perchè non hanno ottenuto un finanziamento e sul perchè altri ci sono riusciti. Da qualche parte state sbagliando.

- Affinchè si riesca a creare un network potente, c’è bisogno che tutti capiscano che non esistono guerre o interessi personali. Non deve vincere il concetto “se io fallisco allora devono fallire anche gli altri”, un network è potente quando tutti collaborano in maniera costruttiva. Spesso si può aiutare qualcuno senza pretendere per forza qualcosa in cambio. Un giorno, sarai tu ad essere aiutato.

E' un discorso troppo lungo e complicato da affrontare in un solo post. Spero che queste righe servano almeno a smuovere un poco gli animi.

Concludo dicendo che dobbiamo essere tutti contenti per i risultati che abbiamo ottenuto in Italia nel giro di pochi anni, ma c’è ancora tanto da fare. Secondo me, adesso, ci serve un cambio di mentalità. Da parte di tutti. Sicuramente la parte più difficile da affrontare e superare.

Ciao,
Stefano Passatordi
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mercoledì 2 febbraio 2011

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Startup e outsourcing

Uno dei principali ostacoli che deve affrontare una startup è la mancanza di cassa. Non avere i fondi necessari può voler significare non partire mai, oppure partire zoppicando ed essere costretti ad arrangiarsi.

In una situazione ideale, con cassa infinita, ogni startup dovrebbe avere: sviluppatori, esperti di user interaction, grafici, ingegneri, sistemisti, maghi del marketing, addetti alle vendite e bla bla bla.

Dimenticavo un particolare, ovviamente…tutti assunti!

Cosa avviene, invece, nel caso reale???

Nei casi fortunatissimi, la startup può contare su almeno due founder con competenze complementari e non uguali. In ogni caso, difficilmente due/tre persone potranno ricoprire in maniera efficace tutte le figure professionali necessarie per fare bene!

In questi casi la soluzione più comune si chiama outsourcing. In italiano si può tradurre con esternalizzazione, ovvero affidare parte del proprio processo produttivo a entità terze, esterne alla propria azienda.

Prima di affrontare il tema dell’outsourcing per le startup, vorrei ricordare e consigliare a tutti i team di provare a “completarsi” prima di rivolgersi all’esterno. In poche parole, quando formate il team provate a tirare dentro persone con professionalità diverse, ne “bastano” quattro: 1 programmatore bravo, 1 (mezzo)programmatore capace di occuparsi anche della parte gestionale, 1 grafico ed 1 che capisca di usabilità. Se partite con un team di questo tipo, in “teoria”, dovreste fare meglio e prima di altri..ma non è detto che due sole persone non possano far meglio di quattro!

In genere, una startup è fondata da almeno due persone. Nella maggior parte dei casi, queste persone sono tecnici. Se fossero due economisti, ad esempio, allora converrebbe far entrare nel team dei tecnici. (vedi paragrafo precedente)
Storicamente, i tecnici non sono bravi grafici e neanche bravi a valutare l’usabilità di una interfaccia. Per questo motivo, nella maggior parte dei casi, una startup si rivolge al mondo dell’outsourcing soprattutto per la grafica e l’usabilità. Ad esempio, 99designs è una ottima risorsa per arruolare grafici professionisti.

Sull’usabilità, per esperienze personale, vi sconsiglio di affidarvi a persone che si presentano come grafici e poi dicono che sono bravi anche nel valutare l’esperienza utente. Essere esperti in grafica è diverso da essere esperti in usabilità.

Un altro caso in cui si ricorre spesso all’esternalizzazione è quello del SEO (Search Engine Optimization). Personalmente ho avuto una pessima esperienza con un gruppo di “esperti” di SEO che si trovano in India. Per farla breve, ho perso tempo e denaro.

Così come il SEO, anche per le attività di marketing e PR (Public Relations), in genere, ci si rivolge all’esterno. Il giorno in cui farete seriamente marketing e PR internamente, vorrà dire che non siete più una startup :)

Diciamo che in generale, almeno a livello startup, vengono esternalizzate un pò tutte le attività tranne, ovviamente, lo sviluppo della parte core.

Vediamo adesso i vantaggi e gli svantaggi dell’outsourcing.

Come vantaggi sicuramente la capacità di scalare le risorse in base alle esigenze. Si pagano le risorse solo quando c’è effettivamente bisogno. Inoltre, potendo ogni volta scegliere il professionista di turno, si ha sempre la possibilità di trovare la persona giusta in base al budget a disposizione. In un unico concetto direi che l’outsourcing, se gestito bene, abbatte i costi di produzione e rende la struttura dell’organico snella e agile. Oggi siamo in 3, domani in 6, tra una settimana torniamo in 3.

Come svantaggi, secondo me, il più dannoso è l’impossibilità di costruire un know-how solido all’interno della startup. Affidarsi tutte le volte a persone nuove ed esterne, vuol dire investire in una risorsa che produce qualcosa ma che non apporta conoscenza all’interno del team. Inoltre, tutte le volte bisogna sperare di trovare la persona giusta, il professionista valido, che non fa perdere tempo e denaro.
C’è anche un altro aspetto, spesso sottovalutato, ovvero la lingua. Con piattaforme come odesk, ad esempio, è possibile contattare persone da tutto il mondo. Oggi capita il cinese, domani il bulgaro, poi il turco e poi il russo. Purtroppo, non tutti conoscono bene l’inglese e questo problema, spesso, è una barriera.

Per concludere, credo che l’outsourcing, se usato bene, sia un ottimo sistema per portare avanti la startup sostenendo costi adeguati.

Il mio consiglio è di affidare all’outsourcing sempre parti NON importanti del proprio progetto. Mai far sviluppare pezzi di codice core, va bene per componenti periferiche. Per tutto il resto, se non si ha nessuno nel team, allora potete affidare all’outsourcing un pò tutto. Dalla grafica, al marketing, all’usabilità, al SEO.

Ciao,
Stefano
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giovedì 20 gennaio 2011

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Gianluca Dettori: l'imprenditore

In questa intervista Gianluca Dettori si racconta prima come imprenditore e poi come investitore.

Immagino che la maggior parte dei giovani startupper conoscano Gianluca principalmente come fondatore di dPixel. Non tutti (soprattutto forse i più giovani) sanno che Gianluca è stato uno dei fondatori di Vitaminic, società quotata in borsa.

Ho chiesto a Gianluca di raccontarci la sua esperienza da imprenditore, dagli inizi ad oggi.

Nota: l'intervista è avvenuta a voce, le risposte che troverete scritte sono il frutto di un riassunto il più possibile puntuale di ciò che Gianluca ha detto a voce. In ogni caso, metterò a disposizione la versione audio per ogni domanda.

1) Ciao Gianluca, anche se in Italia sei già conosciuto ed affermato, vuoi presentarti brevemente, per i pochi che ancora non ti conoscono?

Ho 43 anni ed ho iniziato la mia carriera da imprenditore 15 anni fa in una startup internet che si chiamava ItaliaOnLine, successivamente sono passato in Lycos che era un motore di ricerca. In seguito ho fondato la mia startup, Vitaminic, con cui abbiamo effettuato diverse acquisizioni e la quotazione in borsa. Terminata l’esperienza con Vitaminic ho fondato dPixel, che è una società di venture capital che si occupa di investimenti seed nel campo di internet.




2) Potresti raccontarci qualcosa in più circa il tuo inizio, quando, per la prima volta, ti sei affacciato al mondo startup come imprenditore? Quali risultati hai raggiunto e in quanto tempo?

La prima esperienza significativa è stata in ItaliaOnLine. E’ stata fondata da un gruppo di 4 giornalisti del Sole24Ore e quando sono entrato io erano 10/15 dipendenti. La startup è stata finanziata sia dal Sole24Ore che da Olivetti. Il mio ruolo inziale è stato quello di assistente marketing. Il nostro obiettivo era quello di offrire un servizio di connettività consumer in Italia. In due anni siamo passati da un servizio che non esisteva a centinaia di migliaia di utenti. Durante questo percorso sono diventato prima direttore marketing e dopo direttore vendite. Dopo poco tempo dalla mia uscita dalla società, ItaliaOnLine è diventata Libero.



3) Quali sono state le maggiori difficoltà che hai incontrato lungo il tuo percorso da giovane founder ad imprenditore di successo?

Sicuramente dover affrontare molto rapidamente tante situazioni diverse che prima non avevo mai vissuto. Abbiamo fondato la società in 3 e nel giro di quasi 2 anni avevamo già raccolto 2 round di venture capital, assunto 100 persone, aperto in diverse nazioni, quotato la società in borsa e fatto la prima acquisizione. Quindi la difficoltà maggiore è stata la velocità. Cose che in genere capitano in 10 anni di lavoro, io le ho affrontate compresse in 3/4 anni.




4) Quali gli errori più importanti che hai commesso e che potrebbe commettere un giovane startupper?

Errori legati all’inesperienza, che ovviamente sono fisiologici. Certamente il maggiore errore è stato quello di non capire i tempi corretti di alcuni fenomeni. Eravamo un pò avanti rispetto al mercato. Anche quando avevamo 10Milioni di ricavi, in realtà, quella era solo una parte rispetto al vero mercato che noi abbiamo anticipato.




5) Se fosse possibile viaggiare nel tempo, credi che otterresti gli stessi risultati rifacendo adesso lo stesso percorso che hai fatto in passato?

Se penso a Vitaminic, credo che adesso sia più facile perchè adesso quella è una industria che ha una storia. 10 anni fa era tutto da inventare, adesso abbiamo sviluppato una consocenza tale che tutto diventa più semplice. Oggi c’è un mercato più solido, con fatturati altissimi e competitivo almeno quanto 10 anni fa. Diciamo che adesso è meno facile poter portare avanti progetti ambiziosi e trovare finanziamenti. E’ pur vero che oggi puoi fondare una azienda internet con meno risorse di 10 anni fa. In conclusione, credo che oggi sia più facile.




6) Sei un sostenitore della Banca Nazionale dell’Innovazione, ci spieghi perchè e come potrebbe migliorare la situazione attuale?

Attualmente, in Italia, il più importante venture capitalist è lo Stato. Siamo noi contribuenti. Ad oggi, in questo settore vengono assegnate cifre dell’ordine di 10Miliardi di euro, di cui una parte provengono dalla Comunità Europea. In quest’ultimo caso, se i fondi non vengono usati non vengono neanche erogati e, quindi, risultano persi. Per me, la Banca Nazione dell’Innovazione dovrebbe essere una community in grado di gestire in maniera privata almeno una parte dei fondi a disposizione. Credo che basti solo una parte di quei fondi, affidata a persone con esperienza e che investono in realtà ad alto impatto tecnologico, per poter migliorare la situazione attuale del Paese nel giro di qualche anno. Essendo fondi pubblici, la domanda è se i fondi a disposizione vengono spesi in maniera efficiente oppure se è possibile fare di meglio. La BNI vuole essere uno stimolo per provare a creare una nuova governance per questi fondi. Il mio suggerimento è di affiancare alle istituzioni delle persone esperte nel settore del venure capital per decidere come destinare ed investire le risorse a disposizione.




7) Secondo te, quale dovrebbe essere il ruolo delle università nell’ecosistema startup di un paese?

Secondo me, prima di tutto l’Università deve far bene l’Università. Questo è il suo ruolo principale. Un ruolo che, oggi come oggi, non riguarda solo la didattica, ma anche la ricerca e la capacità di creare valore anche all’esterno. Questo avviene tipicamente tramite la creazione di imprese (spinn-off) ed il trasferimento delle tecnologie.




8) Quali sono i consigli che ti senti di dare ai giovani che oggi decidono di fondare una startup?

Prima di tutto, consiglio di credere in se stessi. Bisogna però anche sapersi sempre mettere in gioco e in dubbio, almeno finchè non si arriva ad una validazione delle proprie idee e competenze. E’ importante avere delle idee ma è anche importante saper interagire con persone con esperienza maggiore. Quindi consiglio di raggiungere quel gisuto livello di consapevolezza del proprio progetto che ti permette di essere convincente e di trovare i soldi per inziare.




9) Quale è la tua posizione rispetto alla questione Silicon Valley, credi che oggi sia un passo dovuto quello di provare ad aprire la propria startup lì?

No altrimenti non avrei fondato dPixel! Noi siamo in Italia perchè siamo sicuri che si possa aver successo anche in Italia e restando in Italia. La Silicon Valley è il posto più bello della terra per provarci, però è la Silicon Valley. Il punto è capire il mercato. Se è un mercato internazionale allora credo che si possa aver successo anche dall’Italia.




10) A Londra è nato il London’s Silicon Roundabout , per tentare di contrastare la Silicon Valley. Ad oggi, cosa manca in Italia per poter creare una zona tecnologia forte, magari a Roma o Milano?

In Italia iniziano ad esserci un alto numero di startup, per cui potrebbe iniziare ad aver senso di aggregarsi fisicamente. A Roma sicuramente esiste un ecosistema startup molto significativo, sicuramente anche a Milano. Credo che dipenda tutto dal valore delle varie iniziative. Se sono solo questioni immobiliari allora ce ne sono già molti e non credo che questo possa aiutare ancora lo sviluppo delle startup italiane. Credo sarebbe più interessante se si creassero delle sinergie tra le varie startup e ci fosse un lavoro più coordinato e collaborativo.



11) Quali sono i tuoi progetti futuri?

Quest’anno saremo impegnati con i nuovi investimenti, poi con Working Capital che quest’anno sarà ancora più impegnativo. Lo scorso anno avevamo avviato il progetto di Startup Master che poi ha subito un rallentamento, ma contiamo di riprenderlo quanto prima.




Grazie Gianluca!


Ciao,
Stefano Passatordi



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domenica 16 gennaio 2011

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Incubatori in Italia

I problemi che deve affrontare una startup sono tantissimi e di varia natura. In questo post parleremo del problema degli spazi di lavoro e delle relative necessità.

Soprattutto nella fase iniziale, un team ha bisogno di:

- Un minimo di budget per sopravvivere.

- Un posto in cui lavorare tutti insieme.

- Creare un network che possa aiutare il team a crescere.

Per cercare di far fronte a queste esigenze, nel corso degli anni, sono nati i cosiddetti “incubatori di impresa”.

Lo scopo di questi posti è proprio quello di inglobare i vari team all’interno dei loro spazi, offrendo loro servizi di logistica e supporto in generale.

Ricordo che quando ero piccolo, alle scuole elementari, le maestre mi avevano fatto inserire in un bicchiere un pò di ovatta e sopra di essa un seme di una piantina. Poche gocce di acqua al giorno a temperatura ambiente e dopo qualche tempo il seme si trasformava in qualcosa di più grande e bello...una piantina!

Ecco, quando penso ad un incubatore di impresa...mi torna sempre in mente l’esperimento del seme nel bicchiere :)

Un incubatore di impresa, nel caso ideale, dovrebbe offrire un sostegno economico al team per almeno 3 mesi, uno spazio di lavoro con tutti i necessari strumenti, organizzare eventi ed incontri per mettere in contatto le varie startup incubate con potenziali investitori.

Insomma, l’incubatore dovrebbe creare un ambiente ideale per far diventare il seme una pianta forte e robusta!

Come tutti voi sapete, nella vita, nessuno vi regala nulla...in cambio di questi servizi, in genere, gli incubatori chiedono equity della società.

Tra il caso ideale ed il caso medio, esistono diverse sfumature. Conosco incubatori che offrono spazio e networking, ma non aiutano economicamente...anzi, chiedono di essere pagati a stanza/scrivania.

Altri, invece, prendono una parte di quote della società in cambio di somme che possono arrivare anche a 10/15k euro ed offrono spazi e contatti. Insomma, le offerte non mancano!

Dal mio punto di vista, almeno in teoria, un incubatore è una ottima opzione per una startup. Nel caso meno fortunato, avete degli spazi di lavoro a costi molto competitivi ed entrate in un network di persone e realtà che possono aiutarvi a crescere.

I criteri che io valuterei per scegliere un incubatore sono, in ordine:

1. Possibilità di ricevere aiuti economici. Se si, in cambio di cosa? Il gioco vale la candela? Non vorrano un pò troppo?

2. Lo spazio di lavoro. É importantissimo che lo spazio di lavoro stimoli la creatività, lo scambio di idee e che ti faccia sentire bene. Gli open space sono gli spazi che preferisco (il Pier38 che ho visitato a SF ne è un esempio eccellente!) perchè facilitano e stimolano la comunicazione e lo scambio di idee tra i team....ma spesso impediscono di lavorare a causa del troppo caos. Lo spazio dovrebbe avere dei posti in cui tutti i membri dei vari team si possano incontrare e rilassare. Una bella sala relax con delle console ed un LCD gigante non sarebbe una cattiva idea! Da non sottovalutare anche la possibilità di poter cucinare e mangiare direttamente negli spazi condivisi.In California, ho avuto modo di visitare degli incubatori che offrivano spazi con le caratteristiche di cui sopra..e vi posso assicurare che non volevo andar via da quei posti!

3. Quanto è “agganciato” l’incubatore? Avrete la possibilità di incontrare investitori importanti durante gli eventi? Insomma, valutate la potenza del network che l’incubarore può offrirvi. (...questo dovrebbe essere il primo criterio di scelta se avete dei fondi per sopravvivere)

Abbiamo visto cosa sono gli incubarori, cosa dovrebbero offrire (almeno in teoria) e quali possibili criteri usare per scegliere il migliore per le nostre esigenze. Adesso, vediamo quali incubatori ci sono in Italia:

*Nella mappa sono stati inseriti solo gli incubatori di mia conoscenza, sono certo che ve ne siano altri, vi prego di farmi sapere quali così da poterli aggiungere alla mappa


View Incubatori in a larger map


Adesso avete tutte le informazioni necessarie per poter decidere se e quale incubatore fa al caso vostro!

Grazie,
Stefano Passatordi
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martedì 28 dicembre 2010

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YouStartUp: i primi 9 mesi



Prima di augurarvi un buon 2011, qualche numero circa i primi 9 mesi di vita di questo blog:

- 52 post totali -> quasi 6 al mese

- oltre 9000 accessi unici. Dopo l'Italia, il secondo paese sono gli USA, in particolare la California.



- 2 dicembre il giorno con maggiori accessi unici (oltre 300) dovuti al post: "Startup: la dura verità!"

- I 5 post più letti in assoluto:

1. Startup: la dura verità! - 589 letture

2. L'esperienza di un imprenditore italiano che ha tanto da insegnare: Augusto Coppola - 512 letture

3. Un imprenditore italiano che si è affermato anche in Silicon Valley: Fabrizio Capobianco - 509 letture

4. SRL, LTD o INC ? Quale società per la vostra startup? - 487 letture

5. Imparare dall’esperienza: 10 errori da non commettere (di nuovo) - 476 letture

- Facebook si conferma come maggiore sorgente di accessi (42%), seguito da accessi diretti (21%), google (14%). Il restante 23% da vari altri blog e siti.

- Secondo feedburner, 148 persone leggono il blog direttamente nel loro feed rss

- Il browser più usato per leggere il blog è Firefox (42%), seguito da Chrome (29%), Safari (13%). Il restante 16% diviso tra altri browser.

Questi numeri per me sono un successo, grazie a tutti!




BUON ANNO A TUTTI!

Stefano Passatordi
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venerdì 24 dicembre 2010

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Buon Natale a tutti!


Auguri di Buon Natale e buone feste a tutti!


Stefano Passatordi
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lunedì 20 dicembre 2010

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Classi di azioni e dintorni, interviene l'esperto: Filippo Beretta


Il 21 Novembre ho postato sul tema del Term Sheet.
A seguito del post, molti mi hanno scritto chiedendo chiarimenti ulteriori specialmente sulle clausole e sui tipi di azioni.

Come già avevo fatto lo scorso Luglio, ho chiesto all’amico Filippo Beretta di aiutarmi a dare una risposta precisa e strutturata.Filippo è il fiduciario in USA di Ibrii e da quasi un decennio vive e lavora a Boston, ed è il fondatore di Motu Novu.

In questo suo post, come già l’altra volta, Filippo correggerà alcune mie inesattezze (non voletemene, provo a fare l’imprenditore, non il commercialista!) e approfondirà il discorso.

Ecco:

-- Su richiesta di Stefano, che ringrazio per l’ospitalità sul suo utile blog, intervengo questa volta sui seguenti temi:

1) tipologie di azioni e generale differenza tra common stock e preferred stock;
2) diritti patrimoniali;

3) diritti di governance;

4) classi di azioni.


Sorvolo le presentazioni, potete trovare tutto sul mio profilo.
Segnalo per trasparenza: la mia società di advisory, Motu Novu, offre tra l’altro servizi fiduciari (leggi: apertura e gestione amministrativa, legale, contabile, fiscale di società) in USA, e si rivolge sia a startup tecnologiche che a PMI industriali che desiderino aprire/gestire una sussidiaria commerciale in america. Sono anche l'entrepreneur in residence di DPixel e uno dei finanziatori (indiretti) di Ibrii.

1. Common e Preferred

La proprietà e il controllo delle società per azioni (es. SpA in Italia o Inc in USA) è esercitato attraverso strumenti finanziari chiamati “azioni” (“shares”).
Nella loro totalità, tutte le azioni di una società ne rappresentano il capitale (“stock capital”). Per questo, quando ci si riferisce ad azioni in modo collettivo, talvolta si usa il termine “stock”, come abbreviazione di “shares of stock capital”.
Le azioni sono strumenti finanziari che cartolarizzano alcuni diritti, ovvero attribuiscono questi diritti non ad uno dei soci direttamente in quanto tale, ma indirettamente in quanto possessore delle azioni, e spesso in misura proporzionale al numero di azioni possedute. In questo modo, per trasferire i diritti basta trasferire le azioni. Una società può avere diverse tipologie di azioni, dette “classi”, ciascuna con differenti diritti. Il tipo più semplice di azione assegna 1 diritto di proprietà e 1 diritto di voto per ciascuna azione posseduta. Il socio avrà dunque diritti di proprietà e di voto proporzionali al numero di azioni possedute.

Se un’azienda ha emesso 100 azioni di questo tipo, e il socio Stefano ne possiede 40, si può dire che Stefano possiede il 40% dell’azienda e vota per il 40% nell’assemblea dei soci. Questo tipo “base” di azioni è tipicamente detto “azioni ordinarie” o “common stock”.

Azioni con diritti ulteriori rispetto a quelli delle azioni ordinarie sono dette “azioni privilegiate” (privilegiate nel senso che hanno diritti diversi, e tipicamente più diritti, ovvero hanno dei privilegi, rispetto a quelle ordinarie o common) o anche “preferred stock”.

Da notare che le azioni privilegiate possono in alcuni casi avere anche meno diritti di quelle common. Caso tipico: le azioni privilegiate di società quotate, che hanno diritto a dividendi superiori rispetto alle azioni ordinarie, ma non hanno diritto di voto.

2. Diritti patrimoniali

Per “diritti patrimoniali” si intendono tutti quei diritti – associabili ad una classe di azioni – che attribuiscono un benefici economico diretto, attuale o potenziale.
Propongo qui una lista dei principali, descrivendo soltanto quelli non già descritti da Stefano nel suo post sul Term Sheet.

• Diritto di proprietà / Property right.

Attribuisce il diritto fondamentale di proprietà (pro-quota) della società. Di norma, la % di proprietà (“fractional ownership”) di una società da parte di un socio è direttamente proporzionale al numero di azioni posseduta dal quel socio.
Tuttavia, in alcune giurisdizioni, è possibile assegnare una quota più (o meno) che proporzionale.

• Diritto di prelazione / Right of first refusal.

Rimando alla descrizione fatta da Stefano nel suo post, aggiungendo solo che questo diritto di norma non è incapsulato in una classe di azioni, ma deciso tra i soci con un patto parasociale. Questo per evitare che sia “trasferibile” come lo sono le azioni, mantenendo il diritto esclusivamente tra i soci originali.

• Diritto di partecipazione agli utili / Dividend right.

Per una startup allo sbaraglio parlare di utili e di dividendi può far sorridere, ma almeno per alcune startup il giorno verrà in cui l’azienda potrà pagare dei dividendi, anche magari soltanto come strumento per un’operazione semi-complessa di ricapitalizzazione.
Il dividend right determina se e in quale misura il possessore di una azione può ottenere dei dividendi, qualora ve ne siano.
Il caso tipico: azioni privilegiate i cui possessori hanno diritto preferenziale ai dividendi, se ve ne sono e fino ad una certa misura (es. 5% del valore di mercato dell’azione) rispetto ai possessori di azioni ordinarie.

Attenzione: il tema è rilevante anche per gli startupper perchè talvolta il dividend right è usato in modo surrettizio come un tipo di liquidation preference (vedi sotto.)

• Accordi di co-vendita / Tag-along e drag-along.

Rimando al post di Stefano.

• Preferenza di liquidità / Liquidation preference.

Rimando al post di Stefano.

• Diritto di riscatto / Redemption right.

Rimando al post di Stefano.

• Diritto di registrazione / Registration right.

Nota: questo diritto è rilevante solo per le società di diritto americano, ma per queste può avere un effetto imporantante, quindi lo includo.

Il diritto di registrazione consente il possessore (tipicamente: il VC) di costringere l’azienda a registrare le proprie azioni con la Security and Exchange Commission (SEC). La registrazione è necessaria per l’initial public offering (IPO) e anche in alcuni casi di compravendita. Poichè può costare facilemente $1-$2m, l’azienda potrebbe voler far pagare al VC: “vuoi fare l’IPO a queste condizioni? Bene, paga tu”.
Il VC dunque si premunisce e inserisce questo diritto nella classe di azioni privilegiate in suo possesso sin dall’inizio.

• Accordo di non diluzione / Anti-dilution provision.

Questo è senz’altro, insieme a liquidation preference (vedi sopra) uno dei due diritti più dibattuti (talvolta in modo molto acceso) tra imprenditori e investitori in sede di negoziazione del term sheet e conseguente definizione delle classi di azioni.

Incidentalmente, si tratta anche di un tema dalle meccaniche talvolta abbastanza complesse, che forse (se Stefano mi ospiterà di nuovo) meriterebbe un post a parte. ["Filippo puoi già metterlo in agenda! ;) "]

In estrema sintesi, e senza entrare nel merito delle varie tipologie di anti-dilution (ce ne sono molte): il possessore di azioni con anti-dilution ha diritto di ottenere, in caso di down round, altre azioni a prezzo scontato o gratuito, cosi che non si diluisca.

Faccio un esempio, il più semplice. L’azienda Obroo ha emesso il primo round a $10 per azione. L’investitore DBit ha 100 azioni privilegiate, con anti dilution di tipo full-ratchet, che gli danno il 40% dell’azienda.
Se nel round successivo le cose non sono andate troppo bene, e il prezzo di emissione è di $5 per azione, l’investitore DBit avrà diritto ad ottenere gratis tante azioni quante ne avrebbe avute se il prezzo del round precedente fosse anch’esso stato $5.

Leggi: se l’equity story dell’azienda funziona e il prezzo di emissione nei vari round segue una funzione monotona crescente, l’anti-dilution non viene mai esercitata. Se qualcosa va storto, l’investitore è protetto appunto, contro la diluzione, a spese dei possessori di classi di azioni meno privilegiate o common (tipicamente gli imprenditori.)

• Diritto di conversione / Conversion right.

Pressochè tutte le azioni privilegiate includono il diritto di conversione, a richiesta del possessore, in un uguale numero di azioni common. Questo diritto è tipicamente esercitato in caso di cessione o IPO, quando l’acquirente / il mercato preferisce aziende con un solo tipo di azioni.

3. Diritti di governance

• Diritto di voto / Voting right.

Per ovvio, ma quasi tutte le tipologie di azioni hanno dei diritti di voto.
Il caso più semplice è un’azione common con 1 diritto di voto per azione. In assemblea, hai tanti voti quante azioni possiedi. Tuttavia, si possono creare classi di azioni con molteplici diritti di voto, o con nessuno. Il primo caso è talvolta usato per fare “founders shares” che mantengono il controllo dell’assemblea anche in caso di forte diluizione dovuta a successivi e ingenti round di finanziamento. Questo è possibile solo se l’equity story “gira davvero”, e tipicamente non è accettato dagli investitori istituzionali.
Il secondo caso, già menzionato sopra, è quello di azioni privilegiate con forti diritti patrimoniali (specie in tema di dividendi) ma senza diritto di voto.

• Diritto di partecipazione al consiglio di amministrazione / Board seat(s).

Rimando al post di Stefano.

• Information rights.

Rimando al post di Stefano.

• Veto rights.

Rimando al post di Stefano.

4. Classi di azioni

Come scritto sopra, una società può avere diverse tipologie di azioni, dette “classi”, ciascuna con differenti diritti.
Tipicamente, i fondatori ricevono azioni di tipo common, anche se talvolta queste hanno diritti di voto allargati e/o altre privilegi, e in questo caso vengono spesso chiamate founders’ shares. Eventuali round successivi di raccolta di capitale completati con l’emissione di azioni spesso utilizzano classi di azioni privilegiate.

Queste nuove classi di azioni sono tipicamente indicate con lettere maiuscole progressive, dalla A in avanti, chiamate dunque, per esempio: “Series A”, “Series B”, ecc. dove sta per “serie o gruppo di azioni emesse”.

Di norma, le azioni di series successive tendono ad avere prezzo di emissione più alto (a meno di un down round, che fa scattare l’anti-dilution, vedi sopra) e diritti più ampi, specie quelli patrimoniali, rispetto alle azioni di series precedenti. --


Spero di aver contribuito (sebbene in misura del tutto generale) a chiarire un pochino la questione.

Invito chi abbia ulteriori dubbi o domande a contattarmi direttamente.

Filippo Beretta Founder, Motu Novu
Email: fiduciary at motu novu dot com


Grazie Filippo!

Stefano Passatordi
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domenica 12 dicembre 2010

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Un imprenditore italiano che si è affermato anche in Silicon Valley: Fabrizio Capobianco

Quanti giovani startupper italiani sognano di andare in California e portare la propria startup a livelli internazionali?! In realtà, quanti ci hanno provato e quanti ci sono davvero riusciti?!

Oggi pubblico l'intervista ad un imprenditore che è diventato un esempio per tutti coloro che partono dall'Italia e sognano di affermarsi in California: Fabrizio Capobianco.

Quando ho iniziato a fare lo "startapparo", in tanti mi hanno parlato di questo imprenditore italiano che si era affermato in Silicon Valley con una azienda chiamata Funambol.

A qualsiasi evento andassi, sentivo sempre frasi del tipo: "Se tutti fossero bravi come Capobianco", "Dovete fare come ha fatto Capobianco", "Fabrizio Capobianco come esempio" e frasi simili.

Insomma, non lo conoscevo ma, per me e tanti altri come me, era già diventato un esempio da seguire.

Quando, finalmente, sono andato in Silicon Valley, gli scrissi per chiedergli di incontrarlo. Così ho avuto l'onore ed il piacere di stringere la mano a Fabrizio Capobianco!

Durante il nostro incontro, mentre lui parlava e raccontava la sua storia, io ho pensato due cose:

1. Tutto ciò che mi avevano detto su di lui era vero. Esiste! Non era una leggenda metropolitana.

2. Quanto sarebbe bello poter arrivare dove è arrivato lui e poter raccontare, un giorno, la mia storia con tanta fierezza con cui Fabrizio ha raccontato la sua a me.

Che dire...ascoltate con attenzione le parole di Fabrizio!


Prima parte



Seconda parte



Ancora grazie Fabrizio!
Un grande in bocca al lupo per la tua nuova avventura.

Grazie,
Stefano Passatordi
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giovedì 2 dicembre 2010

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Startup: la dura verità!

Sembra che ultimamente in Italia sia esplosa una nuova moda che si chiama “startup”.

Soprattutto da parte dei giovanissimi italiani sta nascendo e sta crescendo sempre più un importante interesse nei confronti di un mondo, fino a poco tempo fa, quasi del tutto inesistente in Italia.

Sta scoppiando, anche in Italia, la “moda” delle startup. Così, come avviene in alcune zone degli Stati Uniti, anche in Italia, i giovani iniziano a pensare che dopo il liceo o dopo l’università (anche mentre), grazie ad internet, c’è la possibilità di creare qualcosa di nuovo.

La possibilità di creare lavoro piuttosto che cercarlo.

Sicuramente un dato positivo, segno che, anche in questo paese, qualcosa inizia a cambiare.

Meglio tardi che mai!

Così, negli ultimi mesi, sono nati nuovi siti online dedicati al mondo delle startup, nuovi blog (vedi questo), nuovi eventi, nuovi gruppi dedicati (soprattutto su Facebook).
Insomma, ad oggi, se un giovane dovesse decidere di intraprendere il percorso della startup, saprebbe da dove iniziare.
In Italia, ormai, c'è un numero discreto di startup, di gente con esperienza, di investitori, di eventi e di punti informativi.

Non ci sono più scuse, oggi, anche in Italia, puoi fondare la tua startup! WOW!!!!

Quello che mi capita spesso di leggere, sui gruppi su Facebook oppure sui vari blog degli addetti ai lavori, sono essenzialmente due correnti di pensiero:

1. In Italia non si può fare niente per mille motivi, mentre in California è tutto più semplice.
2. In Italia è più difficile, ma non è vero che è impossibile fare una startup.

Il mondo è bello perchè è vario, ognuno ha un proprio pensiero e, giustamente, lo condivide con il resto del mondo per confrontarsi. Entrambe le correnti di pensiero vanno rispettate.
Ognuno adduce le proprie motivazioni e riporta le proprie esperienze per sostenere la sua tesi.

Confesso, che, a volte, leggendo alcuni post e/o commenti, in merito al mondo startup in generale, mi viene da sorridere. Effettuando una veloce ricerca sugli autori dei vari post/commenti, viene fuori (almeno da quello che Google e tutti i sistemi social possono dire) che queste persone non hanno mai neanche provato a fare una startup.

Insomma, un pò come quando vai al bar lunedì mattina e tutti sono esperti allenatori di calcio.

Al contrario, apprezzo tantissimo tutti quegli interventi di persone che esprimono giudizi o fanno paragoni, portando esempi concreti e, soprattutto, di esperienza diretta e non sentita da amici di amici.

A questo punto, per quel poco che può valere, vorrei fare alcune considerazioni su quello che davvero vuol dire fare una startup. Ovviamente, tutte le considerazioni che farò sono legate alla mia personalissima esperienza reale (quindi non sono verità assolute!) e, quando possibile, userò i numeri. La matematica non è una opinione!

Il messaggio che passa spesso è: “Fare startup è bello, stimolante, una figata assurda! Può regalarti emozioni e soddisfazioni uniche.”

Sono il primo a pensare questo sul fare startup e lo sottoscrivo in toto.
Credo , però, che fino ad ora nessuno abbia messo il giusto accento sul fatto che fare startup non è un gioco! E’ difficile, non è per tutti, ti assorbe completamente, ci vuole tempo e pazienza, richiede tantissimi sacrifici.

Come promesso, analizziamo insieme le difficoltà con elmenti concreti e tangibili. Tutte le considerazioni di seguito sono generali e, tranne nei casi in cui eplicitato, valgono, secondo me, sia in Italia che nel resto del mondo.

L’idea, per quanto possa sembrare strano, è la parte più facile. Se decidi di fare una startup, in teoria, vuol dire che hai già l’idea in cui credi fermamente. Se sia valida o meno è un altro discorso, lo dirà il mercato.

Il primo scoglio da affrontare è la composizione del team (se pensate di fare tutto da soli è n volte più difficile.) Trovare persone con cui vai d’accordo, che condividono la tua vision, che sono disposti a fare sacrifici con te e che hanno la stessa fiducia che hai tu nella tua idea...NON E’ FACILE!

Lo sto vivendo sulla mia pelle, sto cercando ragazzi in gamba da far entrare nel team di Ibrii...ma è dura!

Per definizione, una startup non ha soldi e non può dare certezze. Quindi, quello che puoi offrire sono equity, tante speranze ed entusiasmo. In casi fortunatissimi, uno stipendio che rappresenta il minimo sindacale. In queste condizioni, soprattutto in Italia, è difficilissimo trovare persone disposte a seguirti..per ovvi motivi.

Bisogna anche considerare che l’età è un fattore importantissimo, più ti rivolgi a persone adulte e più è difficile che ti seguano. Rispetto ad un 20enne cambiano le prospettive, lo stile di vita, cambia tutto. In California, per quella che è stata la mia breve esperienza, è comuque difficile, ma hai delle possibilità superiori rispetto all’Italia.
Lì di 20enni che hanno voglia di fare startup ce ne sono tantissimi, grazie al fondamentale ruolo che svolgono i college e le università nel creare la mentalità imprenditoriale giusta.

Se sopravvivete alla questione team, arriva il lato economico. Come vi mantenete?

In merito, devo levarmi qualche sassolino dalla scarpa. Troppo spesso ho letto nelle varie discussioni frasi del tipo: “Che ci vuole, bastano poche migliaia di euro e fai la startup”.

La mia domanda è: “Ma state scherzando?Dove vivete?”

Quando leggo queste cose, mi viene da pensare che:

1. Chi le scrive non ha mai provato a fare una startup e fa un altro lavoro con posto fisso. Quando ha tempo esprime la sua opinione in merito.

2. Chi scrive ha dimenticato gli inizi, oppure, ha avuto un inizio facile perchè i soldi già li aveva.

3. Scrivono per scherzare.

Senza considerare l’opzione “lavoro già e nel weekend o la sera mi dedico alla mia startup”, consideriamo chi, come me, ha deciso di dedicare anima e corpo al proprio progetto.
In questo caso, bisogna considerare che da qualche parte dovrai pur prendere il denaro per sopravvivere.
Per quanto mi riguarda, mi posso ritenere molto fortunato. Per i primi mesi la mia famiglia mi ha sostenuto e subito dopo è subentrato l’investitore. Non tutti sono così fortunati però.

Non considerando il caso in cui si vive a casa con la famiglia, la mia domanda è: “Dove si prendono i soldi per portare avanti il progetto e poter sopravvivere? (attenzione, ho usato il termine sopravvivere...)”

Quando lanciate una startup, il tempo minimo che dovete considerare affinchè qualcosa di buono possa accadere sono 8/12 mesi, anche questo caso fortunato. Se non siete soli, ma siete un team, il problema è amplificato. Allora, è ancora vero che bastano poche migliaia di euro?!

Secondo me, la frase corretta è:
“Grazie ad internet e alle nuove tecnologie, se vuoi lanciare una startup WEB, serve un investimento molto inferiore rispetto alle aziende classiche. SE hai qualche migliaia di euro da investire, puoi PROVARE a metter su la tua starup”.

La questione economica è la prima causa per cui tanti validi progetti non partono o falliscono dopo poco.
Per questo motivo, in California esistono incubatori che non danno solo spazio e contatti, ma anche denaro per far sopravvivere il team.

Evidentemente, Paul Graham, non ha pensato “Tanto ci vogliono poche migliaia di dollari, che ci vuole!?” ma ha pensato “Sono poche migliaia di dollari, però servono!”.

Anche da questo punto di vista, in Italia è più difficile. Molto probabilmente sbaglio, ma non conosco incubatori italiani che ti finanziano “poche migliaia di euro” solo per sviluppare la tua idea e poi...come va va. Conosco incubatori che ti offrono spazi a costi ridotti e contatti. Meglio di niente direi! In California esistono realtà come Ycombinator, TechStars, fbFund e altri ancora.

Se risolvete anche la questione economica, siete a buon punto. Secondo me, avete superato le difficoltà maggiori. Ma non rilassatevi troppo, dovete ancora fare i conti con il prodotto, il mercato, altri investitori e gestione della società.
Queste parti le evito, ci vorrebbe troppo tempo e spazio per parlarne seriamente.

Arrivati a questo punto, siete ancora convinti di voler fare una startup?
Se ancora ci credete, continuate a leggere...

Adesso vorrei sfatare un mito: la California.

Premesso che, secondo me, è vero che è più facile fare una startup in California rispetto all’Italia, è vero anche che non è proprio un gioco da ragazzi.

Sul fatto che sia più facile fare una startup in California rispetto all’Italia, credo che sia un dato oggettivo dovuto ad aspetti socio-culturali differenti. Per farvi capire di cosa parlo, vi faccio un piccolo esempio. In questo post e poi anche qui, un finanziamento di oltre $1M di dollari viene ritenuto un seed. In Italia, il seed, arriva fino a max 250k euro (ma proprio esagerando!).
Non voglio neanche provare a mettere a paragone la quantità di equity che chiedono in Italia rispetto alla California...

Questo dato deve servire per farvi capire che sono due mondi completamente diversi, con scale così diverse da renderli non paragonabili.

Veniamo adesso ad un aspetto importantissimo. Si parla sempre e solo dei casi di successo, vedi Facebook, Twitter e ancor prima Google. Perchè non si parla mai dei casi di fallimento? Perchè non si dice che anche in California, per ogni startup che ha successo ce ne sono altre n che muoiono? Questo cosa vuol dire?!..che anche in California non è facile!
Non è detto che basti andare lì per avere successo, non è detto che basta un post su Techcrunch per diventare la startup del momento.

In merito a questo aspetto, vorrei analizzare con voi i dati presi da qui.

Su un totale di 476 startup incubate, abbiamo:

- 20 con exit, di cui il 99% appartenenti a Ycombinator
- 27 sono fallite
- Le restanti 429 sopravvivono grazie a “piccoli” seed o investimenti di varia grandezza.

In ogni caso, quante startup di queste sono davvero conosciute???!!!

Quello che viene fuori da questo spaccato californiano, che esclude i grossi VCs, è che, mediamente, in California il 4% delle startup arriva ad una exit, poco più del 5% muore, il restante 90% sopravvive (sarebbe interessante sapere quanto tempo passa in media prima di fallire o avere una exit).

E’ importantissimo sottolineare che parliamo di startup che hanno ottenuto un finanziamento.

Se dovessimo considerare tutte le startup in assoluto che nascono in California, credo che la % di quelle che falliscono sia molto ma molto superiore.

Per concludere, fare una startup è una sfida che, se vinta, credo che possa regalare emozioni e soddisfazioni senza pari, ma il percorso è molto difficile, in salita. Che tu sia in Italia o in California, varia solo la pendenza, da nessuna parte nel mondo fare impresa è una passeggiata e, soprattutto, non c’è posto sulla terra dove tu possa partire senza avere anche poche migliaia di euro da investire.

Grazie,
Stefano Passatordi
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venerdì 26 novembre 2010

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L'esperienza di un imprenditore italiano che ha tanto da insegnare: Augusto Coppola

Dopo Marco Magnocavallo, vi presento l’intervista ad un imprenditore che molti di voi già conosceranno di persona, soprattutto gli startupper di Roma: Augusto Coppola, CEO di Eris4.

Permettetemi di spendere due parole su Augusto, prima di passare all’intervista.

Conosco Augusto Coppola, personalmente, da poco tempo, meno di un anno, ma sento di poter affermare che Augusto dovrebbe essere preso come esempio da tutti i giovani imprenditori. Me per primo.
Sono sicuro che la maggior parte di voi, non sa che Augusto ha alle spalle una exit che potrei definire “clamorosa” (60X come leggerete nell’intervista).
In pochi sanno questo perchè Augusto, oltre ad essere un gran lavoratore, è una persona umile. Uno di quelli che pensa ai fatti più che alle parole.
Tutte caratteristiche che un giovane imprenditore dovrebbe avere, secondo me.

Ho chiesto ad Augusto di sfruttare questa intervista per trasmettere qualcosa a noi giovani imprenditori. Per farci capire gli errori che si possono commettere e quale dovrebbe essere lo spirito giusto per portare una startup a livello di azienda.

Il mio consiglio è di leggere con attenzione le sue parole e farne tesoro.

1) Ciao Augusto, anche se nell’ambiente di noi startupper sei già conosciuto, vuoi presentarti e dirci chi sei e cosa fai?


Sono un imprenditore e manager con un focus sull’execution. Ho fatto parte del team di founders di due startup: Smarten Software ed ERIS4. Ho speso una parte consistente degli ultimi 15 anni a presentare le mie startup a clienti, partner ed investitori in molti paesi europei, in America, Asia ed Africa. Ultimamente ho iniziato ad essere maggiormente attivo nelle iniziative per la nuova imprenditoria: faccio parte della governance del chapter italiano di BAIA (www.baia-network.it), cerco di dare una mano alle startup italiane fornendo consigli e contatti, sono presente a molti eventi di networking del settore, vado in giro a tenere inspirational speech :) e, infine, ho contribuito alla creazione di Innovation Lab (http://innovationlab.dia.uniroma3.it), un’iniziativa che ambisce ad insegnare ai giovani universitari come sia possibile fare una startup di interesse per i fondi di Venture Capital internazionali. Nel tempo libero amo stare in famiglia, i piacere conviviali, la conversazione brillante e le lunghe passeggiate.

2) Potresti raccontarci qualcosa in più circa il tuo inizio, quando, per la prima volta, ti sei affacciato al mondo startup?

Dopo un’esperienza in UK sono tornato in Italia nel 1997 come responsabile di business unit di una dinamica software factory romana. Dopo pochi mesi, il proprietario di questa società mi chiese di entrare a far parte di un progetto di startup nel quale, con il contributo anche di altri colleghi, avremmo fatto confluire le idee che erano maturate in azienda su come utilizzare le nuove tecnologie per progettare sistemi di Customer Care & Billing innovativi. All’inizio rimasi molto perplesso: non sapevo cosa fosse una startup, non mi era chiaro cosa questo avrebbe comportato e non avevo mai lavorato nello sviluppo di prodotti software, ma solo in progetti di system integration. Inoltre in quel momento avrei potuto guadagnare molto di più se avessi lasciato l’azienda e fossi andato a lavorare da qualche altra parte. Fortunatamente alla fine accettai la scommessa e, pur con molti momenti di dubbio e anche di serrato confronto interno al team, riuscimmo in circa tre anni ad ottenere dei risultati che credo siano di assoluto interesse ancor oggi: chiudemmo importanti contratti con clienti di assoluto prestigio, aprimmo sedi a Londra, Parigi, Vienna, Dubai, Kuala Lumpur e negli States e alla fine vendemmo l’azienda ad un importante gruppo fornendo ai nostri investitori un ritorno di oltre 60 volte l’investimento iniziale.

3) Quali sono state le maggiori difficoltà che hai incontrato lungo il tuo percorso?

All’inizio la paura del futuro. Sono cresciuto, come molti altri della mia generazione, nella cultura del posto fisso. E’ una cultura che implicitamente demanda ad altri (chi ci dà lavoro e ai politici) il compito di scrutare il mercato e scegliere per noi che, nella migliore delle ipotesi, siamo solamente esecutori di strategie individuate da altri. Da questo punto di vista anche la cura della nostra professionalità viene demandata ad altri: molte volte non sarà affatto necessario chiedersi se le esperienze che stiamo maturando hanno un qualche significato professionale, ma solamente se sono funzionali allo sviluppo dell’azienda che ci fornisce il posto (pensa, ad esempio, ai tanti che fanno carriera semplicemente gestendo gli aspetti “politici” dentro una grande azienda). Ancora oggi, dopo molti anni di imprenditorialità, questo “imprinting” non mi lascia, e sono sempre dubbioso sulle mie capacità di affrontare il futuro e di intraprendere dei percorsi professionali di valore. Il secondo ostacolo è stato la mancanza di una preparazione anche solo teorica di cosa significhi fare impresa che né l’università, né le esperienze lavorative, né, infine, la società in cui vivevo mi avevano fornito. Tale carenza mi ha portato a fare diversi errori come, solo a titolo di esempio, quello di pensare che la qualità dell’execution fosse limitata alla capacità di realizzare in modo compiuto ed economicamente efficiente l’idea tecnica alla base della startup. Non è così. La qualità dell’execution è legata alla capacità di costruire un’azienda efficiente, in cui, ad esempio, gli aspetti tecnici siano la piattaforma sopra la quale quelli commerciali possano funzionare generando i flussi di cassa necessari a remunerare gli investitori, a premiare chi ci lavora e ad auto-finanziare nel tempo l’evoluzione dell’azienda stessa. Nessuna idea ha una validità che dura per sempre anzi, molto più spesso, la validità di un’idea non dura neanche il tempo della sua realizzazione.

4) Quali gli errori più importanti che hai commesso e che potrebbe commettere un giovane startupper?

Ho commesso così tanti errori che non credo tu abbia lo spazio blog sufficiente per darne conto. Un aspetto di cui sono orgoglioso, però, è che tutti gli errori commessi li ho sempre pagati, e senza sconti, in prima persona. Ci tengo a fare questa precisazione perché credo che, prima di ogni altro discorso, un giovane startupper debba essere cosciente che inevitabilmente farà diversi errori e molti di questi, con il senno del poi, saranno così solarmente stupidi da far sentire chi li ha commessi un perfetto idiota. Alcuni errori saranno gravi, di altri ci vergogneremo, altri ancora li dimenticheremo dopo un po’, ma in ogni caso è fondamentale che lo startupper si chieda se sia realmente pronto ad accettare sempre, personalmente e a schiena diritta, tutte le conseguenze delle proprie azioni. Se non lo è, consiglio di lasciar perdere: la capacità di imparare dai propri errori è direttamente proporzionale alla nostra capacità di riconoscerli ed accettarli come tali, senza cercare puerili giustificazioni. Per rispondere alla domanda: ritengo che due degli errori che ho commesso siano abbastanza comuni: il primo è relativo alla mancanza di disciplina nell’analisi del mercato, il secondo, invece, nella mancanza di disciplina nella gestione del team. Credo inoltre che entrambi questi errori abbiano una comune radice nella presunzione. Provo a spiegarmi: cominciamo dal primo errore. Sia nella prima che nella seconda startup, siamo partiti con un’idea molto precisa del prodotto che avremmo offerto al mercato, di quali sarebbero stati i suoi elementi di forza, quali problemi dei nostri clienti avremmo risolto e, ovviamente, di chi fossero i nostri clienti. Purtroppo però tali assunzioni erano del tutto erronee. Di fatto, in entrambe le startup il modo in cui i nostri clienti usavano il prodotto, i motivi per cui lo facevano e anche chi fossero realmente i nostri clienti erano tutti elementi che avrebbero dovuto sorprenderci non poco se solamente avessimo avuto una disciplina di raccolta ed interpretazione dei dati che non fosse superficiale. Il motivo per cui l’errore fu reiterato nella seconda startup fu molto semplice: il successo della prima, dovuto in gran parte all’aver indovinato la vision, cioè di aver capito quale evoluzione era in atto sul mercato, mi rese talmente arrogante da non capire bene cosa fosse realmente successo e la mancanza di una disciplina di analisi rese più facile crogiolarmi nella mia sciocca vanità Solamente quando nella seconda startup, che si è chiusa senza alcun ritorno tangibile per gli investitori, mi sono dovuto confrontare con i miei errori allora ho visto con chiarezza che lo stesso pattern si era instanziato due volte e che, in quest’ultima occasione, i messaggi ricevuti dal mercato non solo indicavano che il prodotto non era pienamente centrato sulle esigenze dei clienti, ma che il mercato stesso stava cambiando in una direzione che non era quella prevista dalla nostra vision. Per quanto riguarda, invece, il secondo errore si deve tener presente che nella prima startup il team dei founders non era stato una mia scelta, ma quella del CEO. Io fui responsabile solo della formazione del team dei miei collaboratori. Dopo qualche tempo notai che mentre nel team dei founders c’erano dei contrasti interni, a volte anche aspri, tali contrasti erano del tutto assenti nel team dei miei collaboratori. Ancora una volta il successo della startup e, al suo interno, il successo del mio team mi rese presuntuoso: pensai che al momento di fondare una nuova startup avrei scelto io il team dei founders e che non avrei certamente fatto gli stessi errori che avevo visto nel team scelto dal CEO della prima. Effettivamente non feci nessuno di quegli errori, ma in compenso riuscii a farne di nuovi! In estrema sintesi formai un team di superstar dello sviluppo software, un gruppo di persone divertenti con un incredibile talento tecnico e creai un ambiente nel quale lavorassero in piena armonia. Purtroppo non tenni conto del fatto che in una startup le cose difficilmente vanno come preventivato e che può accadere che le persone con grande talento tecnico tendano a cercare sempre nuove sfide nello sviluppo piuttosto che seguire una disciplina di azienda. In sostanza, dopo un po’ quello che si fa non è più “eccitante” perchè si deve passare dalla entusiasmante fase di progettazione e sviluppo a quella apparentemente meno stimolante e routinaria di saggio di mercato ed aggiustamento di quello che si è fatto. E’ il solito contrasto tra chi pensa che una buona idea tecnica emerga sempre per i soli propri meriti e chi invece crede sia la base sulla quale costruire, ma che la differenza la faccia l’execution. Laddove non si sia fatta molta attenzione alla costruzione della compagine sociale, questa situazione può portare di fatto ad una vero e proprio stallo dal quale è impossibile uscire.

5) Credi che rispetto a qualche anno fa, quando hai iniziato, qualcosa sia cambiato in Italia? Chi inizia oggi, è più o meno fortunato rispetto a prima?


Credo che in Italia siano in atto dei mutamenti che rendono complessivamente più facile fare una startup che in passato. Non parlo tanto di mutamenti legislativi, ambito nel quale purtroppo il panorama non è cambiato molto, quanto dei mutamenti a livello globale in termini economici, sociali e di accesso alle risorse. Ovviamente fare una startup in ambito web 2.0 è immensamente più facile che farne una in ambito, dico per dire, Waste Management, ma anche per startup in ambiti più complessi lo sviluppo del web da un lato e i riflessi delle nuove condizioni del mercato globale dall’altro hanno portato ad una facilità di accesso e condivisione delle informazioni e alla necessità di trovare impieghi efficienti del capitale che fino a qualche anno fa erano impensabili.

6) Se tu ne avessi il potere, cosa cambieresti in Italia per agevolare e stimolare i giovani imprenditori?

Cercherei di aprire il mercato per tutti, intervenendo sulle relazioni tra pubblico e privato. Anzi tutto eviterei gli interventi di salvataggio delle aziende decotte. Credo che sia socialmente saggio, e dunque necessario, dare un sostegno a chi rimane senza lavoro, ma le aziende vanno lasciate fallire. Se non si segue questa strada, il management non si rinnova e senza tale rinnovamento si creano dei circoli chiusi ed auto-referenziali di dirigenti incapaci il cui unico asset è quello relazionale (generando quello che alcuni chiamano il “capitalismo dei compari”). Poi abolirei del tutto i sostegni pubblici diretti alle aziende. Credo che l’enorme quantità di denaro che si riversa sulle aziende sotto forma di sostegni comunali, provinciali, regionali, statali, europei sia assolutamente perniciosa e vada combattuta in tutti i modi (in quanto genera quello che, parafrasando quanto sopra, chiamo il “socialismo dei compari”). Infine stimolerei la competizione attraverso misure fiscali, di riassetto della giustizia civile e di apertura del mercato finanziario. In un ambito a bassa competizione, è inevitabile che ci sia un’alta avversione al rischio (perché paga poco) e quindi alle innovazioni. E un mercato che non innova è un mercato chiuso alle idee e quindi, per chiudere il cerchio, basato solamente sulle relazioni.

7) Quale è il tuo punto di vista circa la Banca Nazionale dell’Innovazione, proposta da Gianluca Dettori?

Conosco poco il progetto per esprimere un parere puntuale. In termini generali, direi che i punti di maggiore attenzione nascono dal capire che i politici cercano consenso di natura elettorale. Tale ricerca del consenso è spesso a brevissimo termine. Un progetto che sia basato su risorse pubbliche, controllate quindi dalla politica, deve avere delle garanzie di lunga durata che impediscano le interferenze dovute al continuo alternarsi delle esigenze politiche, una governance cristallina, massima pubblicità di tutte le operazioni di investimento e dei risultati tangibili in termini di RoI ottenuti (per capirci, è la capacità delle aziende di creare ricchezza che crea occupazione e non viceversa).

8) Quali sono i consigli che ti senti di dare ai giovani che oggi decidono di fondare una startup?

Ne dò tre: due molto terra terra ed un altro, invece, con prosopopea didascalica :) Cominciamo dal primo: fate un lavoro durante il periodo degli studi. Meglio ancora se iniziate alle scuole superiori. Non parlo di lavori occasionali, parlo di spendere una parte importante del vostro tempo libero a lavorare: diciamo che dovreste essere almeno in grado di pagarvi completamente gli studi e tutte le spese voluttuarie (tasse, libri, spostamenti, cinema, cellulare, serate e così via). Passiamo al secondo: imparate l’arte del pitch, cioè a presentare le vostre idee in modo completo, accattivamente e in poco tempo. In ogni momento dovete essere in grado di dire tutto quello che è veramente importante in meno di un minuto (il cosidetto elevator pitch) e dovete essere in grado di recitare a memoria il vostro 7 minute pitch. Se usate le slide, cercate di imparare come si debbono strutturare. Se non ci riuscite, allora significa che l’idea non riuscirà mai ad interessare un investitore professionista e che, molto probabilmente, non ha molte chance di generare una startup valida in ambito internazionale. Infine il terzo: non siate superbi. Molte volte chi fa una startup innovativa è mosso da una sincera ambizione di cambiare il mondo in meglio. Questo idealismo però a volte si scontra con la dura realtà del mercato e degli uomini. Quando questo accade, la reazione del superbo è molto semplice: sulle prime si intestardisce nel suo approccio e poi, alla fine, rinuncia a lottare rifugiandosi nello sdegno auto-assolutorio. Ti faccio un esempio: supponi di sviluppare un prodotto eccezionale che risolve un problema marketing di grandi clienti. Provi a venderlo e improvvisamente ti accorgi che la cosa è più difficile di quanto pensassi: i grandi clienti hanno delle strutture complesse in cui ciascuna ha un qualche potere di veto sulle decisioni di un’altra; i fornitori già presenti fanno pressioni per non farti entrare; vieni avvicinato da presunti facilitatori che ti chiedono delle elevatissime commissioni per semplificare le procedure; l’ufficio acquisti ti dice che devi fare uno sconto del 70% perché altrimenti comprano un’altra soluzione che tu sai benissimo non c’entra nulla con quello che fai tu e così via. In questo caso, la reazione dettata dalla superbia è spesso quella di lasciare stare il cliente al suo destino, che immagini sempre a fosche tinte, e reiterare l’esperienza con un altro fino a quando, vinto dagli eventi, mollerai la tua startup rimettendoci soldi, tempo, entusiasmo, senza aver reso il mondo un posto migliore, ma con la auto-giustificazione che sei moralmente superiore agli altri. Io credo, invece, che questo non sia vero. E’ umano rinunciare a lottare per stanchezza, ma pur sempre una rinuncia è e, prima di farlo, bisognerebbe avere il coraggio di chiedersi se si è fatto tutto per riuscire. Nell’esempio fatto, ovviamente, l’errore dell’ipotetico startupper è quello di non capire che i grandi clienti hanno delle strutture e che proporre prodotti trasversali su queste strutture implica dover fornire a ciascuna dei chiari vantaggi competitivi e che dunque è su questo aspetto che bisogna lavorare.

9) Quale è la tua posizione rispetto alla questione Silicon Valley, credi che oggi sia un passo dovuto quello di provare ad aprire la propria startup lì?

Credo che chiunque voglia fare startup farebbe bene a passare un periodo di “condizionamento” in Silicon Valley. Lo credo perché è necessario avere un modello di riferimento di come dovrebbero funzionare le cose, per accumulare tanto entusiasmo, per iniziare a sviluppare una rete di rapporti di valore da utilizzare nella propria attività ed anche per capire meglio cosa significa lavorare in un ambito fortemente competitivo e, di conseguenza, se si ha la stoffa dello startupper. Non credo, invece, che sia sempre necessario aprire la propria startup nella Silicon Valley come recenti casi di successo (ad esempio Venere, Gioco Digitale e Neptuny) insegnano.

10) Secondo te, quali sono le tre principali caratteristiche che deve avere un giovane che decide di fondare una startup in Italia?

Grinta, non arroganza.
Determinazione, non testardaggine.
Capacità di sognare, non infantilismo.

11) Attualmente di cosa ti occupi e quali sono i tuoi prossimi progetti?

Al momento sto terminando le operazioni di vendita di ERIS4 e, tanto per dare un senso alle mie giornate, ho dato vita, insieme a due amici professori universitari, ad Innovation Lab. Si tratta di una iniziativa che si rivolge principalmente, seppur non esclusivamente, ai neo-laureati e ai giovani nella università italiane. Lo scopo è quello di favorire la nascita di una nuova cultura imprenditoriale che guardi al mercato e alla interdisciplinarietà come elementi chiave per la propria formazione. La visione del mercato è acquisita esponendo gli studenti per oltre il 75% del tempo ad incontri diretti e non mediati con investitori privati (angels e fondi di Venture Capital) e con imprenditori (possibilmente di prima generazione) che abbiano maturato significative esperienze sui mercati nazionali ed esteri (ce ne sono molti di più di quanto si sia portati a credere). La interdisciplinarietà nasce dal fatto che siamo convinti che le innovazioni che cambieranno il mercato nel prossimo futuro non possano venire che dalla capacità di abbattere le barriere che tradizionalmente separano ambiti come l’ingegneria, la biologia, il design, l’economia e così via. Durante i nostri corsi, che sono del tutto gratuiti e non prevedono la presenza di presunti consulenti a latere, gli studenti imparano quella che, a mio modo di vedere, è la cosa più importante che si possa insegnare ad uno startupper: fare un pitch. Vedi, io credo che nel pitch ci sia tutto quello che ti serve per capire il valore della tua idea e sono altresì convinto che sia il passo più importante e critico nel relazionarti con gli investitori, i partner e i clienti. Sintetizzando direi che il famigerato business plan è solamente un’estensione del pitch e non, come molti sono portati a pensare, che il pitch sia un’esposizione ridotta del business plan. Innovation Lab ha preso vita a febbraio 2010 e ritengo di poter dire che i risultati ottenuti sono stati apprezzati da tutti coloro che hanno partecipato inclusi i fondi di investimento privati operanti nel nostro Paese (DPixel, Innogest, 360 Capital Partners, Meta Group, Vertis, Quantica, IAG e così via). Alcuni ragazzi selezionati da Innovation Lab ora lavorano nella Silicon Valley, altri hanno vinto premi presitigiosi, altri ancora stanno negoziando le loro startup con i fondi e inoltre le aziende più innovative (quelle, per intenderci, che cercano talenti e non solo “laureati”) cominciano a chiedermi di assumere i ragazzi di Innovation Lab. Tutto questo è molto gratificante, ma non potrà continuare senza il sostegno e la simpatia di chi nel nostro Paese si batte per la creazione di un nuovo tessuto imprenditoriale, per cui vorrei chiudere con un appello ai tuoi lettori: se non conoscete Innovation Lab contattatemi e se dopo averlo conosciuto pensate che ne valga la pena, allora dateci una mano a far crescere l’immagine di questa iniziativa a livello nazionale e internazionale. Farlo è semplice: basta parlarne ed indicarla a tutti coloro che ne hanno bisogno. Se poi volete mettere a disposizione la vostra esperienza con i ragazzi, avrete, per quel che può valere, la mia sincera gratitudine così, come ben sai, l’hai tu che sei sempre stato disponibile non solo con Innovation Lab, ma con l’intero ecosistema della nuova imprenditoria italiana.
Grazie.


Grazie ad Augusto Coppola!


Stefano Passatordi
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