lunedì 18 ottobre 2010

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Imparare dall’esperienza: 10 errori da non commettere (di nuovo)

Soprattutto in queste ultime settimane, c’è un gran discutere circa la possibilità di replicare l’ambiente Silicon Valley in Italia. Ritengo che uno dei fattori che ha reso la Silicon Valley il posto più ambito dalle startup sia il networking.

In Italia, in base alla mia personale esperienza, posso affermare che con il termine ‘networking’ si intende: incontrare e conoscere nuove persone, scambiarsi i biglietti da visita e, in casi rari, si arriva addirittura a parlare di collaborazioni. Nelle poche settimane passate nella Bay Area, ho notato un approccio abbastanza diverso rispetto all’Italia. Il networking non è solo incontro e scambio di biglietti da visita, ma anche scambio di esperienze.

Quando parlo di esperienze, mi riferisco per lo più agli errori commessi e ai fallimenti. In più eventi, ho incontrato ragazzi che si sono presentati dicendomi che avevano una startup, ma era fallita e stavano cercando la giusta ispirazione per ricominciare. Spesso, la discussione continuava circa gli errori commessi con la precedente startup e quali fossero le lezioni imparate nei mesi da startupper.

Seguendo questa logica, vi parlerò, senza “vergogna”, delle lezioni che io ho imparato, sia sulla mia pelle e sia osservando il mondo che mi ha circondato, a quasi un anno dalla nascita di Ibrii.

Quando inziate l’avventura “startup”, dovete essere eccitati, su di giri, felicissimi e sognatori. Guai ad iniziare già pensando di non potercela fare, bisogna puntare in alto, voi sarete la nuova Google!
Esattamente con questo stato d’animo ho iniziato la mia avventura con Ibrii: farò la nuova Google, diventerò ricco e famoso, finirò sulla copertina di Forbes!
Sognare non costa nulla, inoltre ti conferisce quelle energie e quella voglia che servono quando lavoro e sacrificio vanno di pari passo. Dovete fare molta attenzione a questo stato di super eccitamento!
Se da un lato vi aiuta ad andare avanti per superare tutti i momenti difficili che possono capitare, dall’altro vi porta ad una visione distorta della realtà. Quando bisogna lavorare per rendere una idea un prodotto finito e, successivamente, farlo diventare un trend del mercato, non servono i sogni, ma analisi razionali e precise.

Lezione 1:
va benissimo sognare ad occhi aperti, ma attenzione, ci sono molte situazioni in cui servono ragione e concretezza..non sogni.

Spesso, sognare troppo porta ad uno stato di autoconvicimento che tutto va benissimo e che voi siete padroni della situazione. Di conseguenza, non ascoltate più i consigli degli altri (o peggio, siete convinti che voi ormai avete tutta l’esperienza necessaria!)...perchè voi siete troppo bravi!!!

Lezione 2: essere sicuri di se stessi è un prerequisito importante e fondamentale, convincersi di essere già esperti di tutto è un grave errore. Ascoltate i consigli di tutti e sappiate filtrare quelli validi.

Abbiamo sempre detto che il punto di forza di ogni startup è il team. Se sbagliate quello..avete sbagliato tutto!
Fate molta attenzione quando scegliete chi fonderà con voi la startup e chi entrerà a farne parte in futuro. Non fatevi guidare da facili emozioni verso amici o parenti. Anche in questo caso usate la ragione, siate freddi, dovete capire se la persona che volete con voi ha gli stessi vostri obiettivi, se è determinato quanto voi e se, anche sotto pressione, riuscite ad andare d’accordo.

Lezione 3: un team affiatato spesso è composto da amici, ma il team vincente si vede nel lungo termine, quando passa indenne tutte le bufere che vi portano al successo.

I prodotti/servizi di successo sono quelli che risolvono un problema all’utente, che gli rendono la vita più semplice. Se riuscite a sviluppare un prodotto/servizio che diventa “indispensabile” allora avete fatto centro! Quasi sempre, un buon prodotto di successo ha un focus ultra definito, ovvero, fa una sola cosa, ma la fa molto bene.

Lezione 4: non pensate di implementare 1000 features nel vostro servizio/prodotto, ne basta solo una, ma pensata bene ed eseguita magistralmente. Le idee migliori sono sempre quelle più semplici.

Un aspetto di fondamentale importanza, ma spesso ritenuto secondario, è il messaggio o tag line che dovrebbe essere la prima frase che l’utente vede quando approda nella vostra home. In poche parole e/o immagini, dovete essere in grado di far capire all’utente cosa gli offrite e che valore aggiunto gli potete offrire. Se sbagliate il messaggio, tutto il lavoro fatto sarà inutile..l’utente non perderà tempo ad usare il vostro “giocattolo”.

Lezione 5: non basta spiegare all’utente cosa gli state offrendo, dovete anche fargli capire che vantaggi avrà usando il vostro servizio/prodotto. Il messaggio sembra un aspetto semplice e banale, ma, vi assicuro, vi giocate una grossa fetta dei potenziali utenti se non è pensato nel migliore dei modi.

L’usabilità viaggia insieme al messaggio. Avere un servizio/prodotto super potente è inutile se non è facilmente e velocemente gestibile. Potreste perdere giornate ad implementare funzionalità stellari, ma se non spiegate agli utenti che ci sono e come vanno usate, allora tutto quel lavoro è perso.

Lezione 6: ognuno deve svolgere il proprio mestiere, rivolgetevi ad un esperto di usabilità quando progettate la UI del vostro servizio/prodotto. Anche su questo aspetto, vi giocate grosse fette di utenti.

Ascoltate sempre i consigli, soprattutto quelli degli utenti. Saranno gli utenti a decretare il successo o meno della vostra startup, non potete pensare di non dare ascolto alle loro voci. Inoltre, spesso, gli utenti hanno un punto di vista diverso dal vostro, possono davvero consigliare modifiche e/o aggiunte che possono fare la differenza.

Lezione 7: inserite ovunque un link al modulo del feedback, in questo modo un utente può farvi sapere cosa pensa di voi, consigli e critiche. Fate attenzione, però, a valutare quali consigli possono essere seguiti e quali vanno scartati, perchè, a volte, sono troppo diversi dal vostro focus di servizio/prodotto.

Ricordate sempre che nel mondo di internet e della tecnologia, tutto viaggia a velocità assurde. Dovete sempre partire dal presupposto che, nello stesso istante in cui voi pensate qualcosa, almeno altre 5 persone nel mondo hanno già pensato lo stesso, o lo stanno per fare. Mettete a fuoco la vostra idea e lavorate sodo per renderla un servizio/prodotto concreto il prima possibile.

Lezione 8: non importa quanto sia geniale ed unica la vostra idea, sicuramente qualcuno è già più avanti di voi. Pensate, sviluppate e mettete in produzione nel minor tempo possibile, adottate un processo di sviluppo agile, veloce, mirato ed iterativo (lean).

Se ci pensate, tutte le più famose startup che adesso sono delle vere e proprie aziende, hanno lanciato servizi/prodotti innovativi rispetto allo stato dell’arte delle cose. Hanno introdotto nuovi concetti, come il microblogging (vedi Twitter) o hanno migliorato meccanismi già esistenti (vedi Facebook). In pratica, le startup che hanno avuto successo hanno creato qualcosa di nuovo o hanno migliorato quello che già esisteva.

Lezione 9: non perdete tempo a sviluppare qualcosa che già esiste. Cercate di essere originali ed innovativi per creare qualcosa di nuovo, se puntate a tipologie di servizi/prodotti già esistenti, sforzatevi di trovare il valore aggiunto che vi farà avere successo.

Spesso mi sono chiesto quando è possibile definire una startup fallita. E’ fallita quando non ci sono più soldi in cassa? E’ fallita perchè perde utenti? E’ fallita quando riceve tanti feedback negativi? Secondo me, una startup fallisce solo quando lo decidono i founders.

Lezione 10: Anche se le cose non vanno bene, anche se tutto sembra andare nel peggiore dei modi e la strada si fa ancora più in salita, non mollate mai se dentro di voi sentite che avete ancora tanto da dare e raccontare. Se scappate alle prime difficoltà è segno che forse è meglio cambiare mestiere. Concedetemi una espressione “volgare”, ma che rende bene l’idea: “Ragazzi, se avete gli attributi..dimostratelo e non mollate!MAI!”

Queste sono 10 piccole lezioni che ho imparato sulla mia pelle e osservando i miei colleghi, spero vi possano essere utili.

Stefano Passatordi
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sabato 9 ottobre 2010

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Business Plan: esperienza di un founder


Questo articolo nasce da una discussione nata su Facebook intorno all'argomento "Business Plan".

Chi scrive è Andrea Giannangelo e sta avviando una startup di nome iubenda; studia Economia e Marketing all'Università di Bologna ed è Web Designer da diec'anni.

In primo luogo intendo precisare che quanto leggerete riflette nient'altro che la mia esperienza, unita al punto di vista, tratto da ciò che sono e dalle convinzioni che mi muovono.
Non amo ch'impartisce lezioni senza il sostegno dei fatti e voglio sia ben chiaro l'approccio umile di chi sente fra le mani poco più che un pugno di mosche. Evito di scrivere "io credo che" in cima ad ogni frase.
Infondete voi stessi quanto segue con questo spirito, puramente soggettivo. Questo articolo descrive il modo in cui, a 21 anni, ho scritto il Business Plan di Iubenda (la startup che sto fondando) e tutti gli insegnamenti che ho tratto da questa attività.
Mi auguro che queste parole interessino chiunque debba affrontare la scrittura di un Business Plan (o di altri documenti sulla propria idea), oppure intenda interrogarsi sull'utilità di questo compito.
Specie chi si trovi a quello stadio in cui l'infante è nel pancione dei fondatori, dall'aspetto informe ed immerso ben oltre la testa in un viscoso liquido amniotico.

Vorrei spazzare via da questa discussione ogni preconcetto o barriera mentale.

Finiamola con l'abitudine di considerare "business" e "product" come due "visioni", e per giunta visioni contrapposte. Business-view e product-view devono coesistere e sono l'una indispensabile all'altra.

Per quale sia il background di appartenenza o il sostrato iniziale, prodotto e business rivestono un ruolo fondamentale ad ogni stadio e vanno curati in modo parallelo.
Il mio background è sia tecnico che economico (e vorrei dire anche umanistico, visti miei studi ed interessi): forse sono la persona giusta per sanare questa frattura.

Quando ci si trova agli stadi iniziali di un progetto di Startup, il prodotto ha per natura un ruolo dominante. Ho tuttavia sperimentato su me stesso come scavare nei dettagli della mia idea, sondarla ad uno sguardo attento e spendere ore ed ore, a scrivere pagine e pagine, sia d'enorme aiuto.

Scrivere un Business Plan è un'attività molto più semplice di quanto si creda.

Spesso lo si vede come una sorta di mostro dalle fattezze non ben definite, persino come un essere odioso.

Non si tratta d'altro, in realtà, che d'approfondimento del più simpatico Pitch, suo fratello minore. Parafrasando la struttura di realizzazione di un Business Plan proposta da Wikipedia, provo ad definire uno scheletro:

- Idea (Problema -> Soluzione/Prodotto);

- Team;

- Mercato, Concorrenza, analisi SWOT (Punti di forza, punti di debolezza, opportunità, minacce), Distribuzione.

- Piano di Marketing. Ossia: come raggiungi i clienti? Advertising, Viralità, uno ad uno, amici e parenti o quello che sia.

- Use of Proceeds (quanto denaro ti serve e come intendi utilizzarlo).

- Revenues: come intendi guadagnare (modello di business, pricing etc) e quanto programmi di guadagnare (dato ad alto contenuto di creatività).

- Altre indicazioni finanziarie (eventuali investitori coinvolti o altre fonti di finanziamento individuate).

- Conto Economico e Stato Patrimoniale (su 3 o 5 anni).

Quanto, tutto ciò, è distante dalle componenti fondamentali di un Pitch? Poco o nulla, dico io.

Nonostante ciò, tutti amano la formula del Pitch, ma molti sono i detrattori del Business Plan.
Scavare nei dettagli del proprio progetto consente di comprendere molti aspetti che non si erano prima considerati, oppure di scoprirne di nuovi.
Di analizzarli con approccio sistematico e per questo di assicurarsi che nulla sfugga. Qualcosa mi dice che le parti finanziaria e di bilancio siano quanto fa inorridire tutti i product-men, toglie loro il sonno, li spinge a maledire santi e diavoli.

Di seguito vi racconto qual è stata la mia maniera di affrontare l'ostacolo.
Ecco come ho elaborato una previsione su numero di vendite e ricavi:

1. Distribuire un sondaggio (tramite Surveymonkey) per sondare la Willingness To Pay (WTP, Disponibilità a pagare); in questo modo ho potuto capire quale fosse l'interesse verso il mio prodotto (un generatore di privacy policy per siti web), ho potuto capire quanto i potenziali clienti, almeno idealmente, sarebbero stati disposti a sborsare per esso. Sondare la Willingness To Pay non è semplice, a causa degli effetti distorsivi (di ancoraggio) che il questionario può indurre. Dopo alcune ricerche, ho deciso di adottare un metodo chiamato "billing game", declinato nella sua forma discendente, che prevede di proporre in domande successive se l'intervistato sia disposto a pagare una cifra stabilita (es. 20 Euro). Se l'intervistato risponde di no, gli viene proposta una cifra più bassa nella domanda successiva, e così via.

2. Raccogliere informazioni sul modello di business che ho scelto di adottare (Freemium), da cui ho anche scritto un enciclopedico articolo , cercando metriche di conversione e modelli di Pricing in uso.

3. Operare alcune scelte riguardanti i piani d'offerta, decidendo quanto far pagare per ogni set di features.

4. Incrociare i dati raccolti sul modello di business e le decisioni riguardo l'offerta in un foglio di calcolo, impostando come variabili queste dimensioni: il numero di adottanti free, il tasso di conversione relativo ad ogni piano (ancorato ai dati di mercato raccolti), il prezzo di ogni piano.

5. Cercare di prevedere dei tassi di crescita, dividendo la previsione in periodi. Ho immaginato un leggero bump (aka "botto") iniziale, poi un periodo di crescita lenta, uno di crescita sostenuta, dunque di nuovo crescita lenta. In sostanza, ho elaborato un moltiplicatore di crescita per ogni trimestre, da applicare al trimestre precedente. L'andamento della crescita negli adottanti proposto è molto comune ed universalmente accettato; per info potete leggere qui.

6. Infine, dare tutto ciò in pasto al foglio di calcolo. N'è venuta fuori una previsione accettabile di vendite e ricavi.
Ora viene la parte di bilancio (conto economico e stato patrimoniale). Devo dire che per questo serve davvero della competenza specifica, ma si può rimediare. Ecco come: www.pdfor.it.
Pdfor vi consente di generare Conto Economico, Stato Patrimoniale ed indici di bilancio senza saper nulla di contabilità. Tutto ciò che serve è aver elaborato una stima dei ricavi (sopra ho proposto un metodo) ed una dei costi (lo Use of Proceeds, immancabile in ogni Pitch che si rispetti).

Per quanto riguarda l'opportunità che il Business Plan sia il documento iniziale richiesto dagli investitori, sorgono parecchi dubbi che io condivido.
Partire dal Pitch è importante, poiché questo strumento permette modifiche veloci grazie alla sua struttura snella ed evita ancoraggi od effetti di framing ulteriori. Vedo il Business Plan come un'evoluzione del Pitch stesso, un suo approfondimento.

Parlando di questioni concrete, negli ultimi mesi ho preso contatti sia con dPixel che con Annapurna Ventures (due dei pochi operatori di Venture Capital italiani di tipo Early Stage focalizzati sul web). Nessuno di questi due interlocutori mi ha domandato un Business Plan per il primo incontro, che si è invece svolto in modo del tutto informale.

Mind The Bridge offre da quest'anno uno spazio dedicato alle Idee di Business (denominato per l'appunto "Call For Ideas"), parallelo alla Business Plan competition. Per accedere a questo spazio è sufficiente inviare un Executive Summary.

Ciò che ho riscontrato è l'opinione diffusa che il Business Plan non sia necessario quando i tempi sono ancora giovani ed il progetto necessita di nient'altro che definizione e labor limae.
Molti obiettano come queste previsioni siano inutili, poiché avulse dalla realtà, inconsistenti; creative, nella migliore delle ipotesi.

Tutto ciò è vero, ma ininfluente se si considera un fatto: nessuno si aspetta che queste previsioni si realizzino, nessuno. Ed allora perché queste previsioni sono importanti ed utili? Perché consentono di concentrarsi sulla realtà dei numeri e sulla loro spietatezza. Ci costringono a considerare sul serio quanti dovranno essere i nostri clienti e quale il prezzo da essi pagato.

La previsione è l'unico sistema per conoscere in anticipo quali numeri il nostro prodotto dovrà muovere per sopravvivere, quali dovranno essere prezzi e tassi di conversione. L'alternativa è navigare a vista.

Nello specifico della mia esperienza, scrivere documentazione sul progetto mi ha aiutato enormemente in queste direzioni:

- Comprendere i miei clienti ed il mercato di riferimento, capirne la struttura decisionale e di spesa, nonché abitudini, interessi, attitudini.

- Scavare nella concorrenza, scoprendone rigidità e punti di debolezza, così come punti di forza e caratteristiche distintive.

- Esplorare il modello di business ed indagarne i casi d'uso.

- Individuare le caratteristiche chiave del prodotto e le dimensioni su cui fare leva.

- Comprendere appieno la difficoltà delle sfide da affrontare e la pericolosità delle minacce, così come la concretezza delle opportunità.

- Scoprire le criticità del modello Freemium, come l'onere di assistenza dei clienti free.

- Invitarmi a raccogliere ulteriori dati sul mercato di riferimento.

- Indurmi a definire il confine delle attività "core", da considerare cruciali per la riuscita del progetto e su cui concentrare lo sviluppo del know how.

Ma più di tutto ciò, guidare l'entusiasmo. Poiché l'entusiasmo può essere un'emozione potente quanto pericolosa, foriera d'agire impulsivo. Ma soprattutto l'entusiasmo rischia in ogni momento d'indebolirsi o venir meno.

Ciò ch'è importante è la determinazione, e la determinazione non può che vivere di approccio sistematico. Una determinazione ricca di passione. E di coinvolgimento.


Questi sono i pensieri di Andrea, circa la questione Business Plan. E voi cosa ne pensate?



Ciao a tutti,
Stefano Passatordi



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giovedì 7 ottobre 2010

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Fundraising: Convertible note

Grazie al viaggio nella Valley, ho potuto capire quali sono le “ultime” (..si fa per dire, esistono da almeno 3 anni!) tendenze dei grossi angels californiani.
Quando una startup riesce ad ottenere un finanziamento da un angel, non viene più utilizzato il classico “contratto di investimento” (investment agreement), ma vengono usate le convertible notes.

In questo post, cercheremo di capire cosa è una convertible note e perchè sta diventando uno standard per le startup.

Prima di tutto va precisato che le convertible notes vengono usate nel caso di una startup che è al suo primo o secondo seed round o bridge financing. Non avrebbero molto senso per società che puntano a series B e oltre, vedremo il motivo in seguito.

Attualmente, in Italia, se ottieni un seed vuol dire che, insieme con l’investitore, avete deciso la valutazione della società (pre-money), avete fissato quindi il prezzo per share e, di conseguenza, la percentuale di equity di cui l’investitore si appropria, a fronte del suo investimento. Tutta questa procedura può essere lunga, costosa e, a lungo termine, potrebbe causare seri problemi quando si cerca il primo series A.

Per rendere il processo più veloce e semplice, vengono usate le convertible notes.
In pratica, l’investitore ti da il finanziamento sotto forma di prestito alla società, con la possibilità, in caso di series A, di convertire il prestito in equity.

Dal punto di vista dell’investitore è un credito nei confronti della startup. Dal punto di vista della società, la convertible note è un debito.
Questo è il concetto di base, ovviamente ci sono delle condizioni per regolamentare la convertible note.

Se pensiamo alla condizione e alle prospettive di una startup, in particolare WEB, possiamo capire a fondo il senso delle convertible notes. Una startup (web) ha due sole possibilità: avere successo o fallire. In generale, non esistono vie di mezzo. Per cui, l’investitore che scommette un seed nella vostra startup, avrà solo due possibilità: guadagnare o perdere tutti i soldi.
Sia per voi che per l’investitore, il successo si ha quando si inizia a parlare di series A.
Se non si riesce ad arrivare a quel punto entro un certo tempo, purtroppo, si può iniziare a parlare di fallimento. Ovviamente, questo è il caso generale, ma non è sempre così, basti pensare alle startup che si autosostengono con il loro business model.

Quindi, se il successo si inizia ad avere col series A, che senso ha perdere tempo e denaro (tutto l’iter per cedere equity in cambio di un seed è un procedimento lungo e costoso!), frammentando inutilmente la società, prima di raggiungere un round importante?..questa è esattamente la filosofia alla base dell’utilizzo delle convertible notes per le early stage startup.
Infatti, in questi casi, si parla di “bridge”. Proprio perchè l’investimento (seed) serve alla startup per maturare quanto basta e provare a chiedere un series A.

A questo punto, dovrebbe essere chiaro il concetto di convertible note e perchè si usa. Vediamo adesso i vantaggi e gli svantaggi.

Dal punto di vista dei founders, le convertible notes rappresentano più un vantaggio che uno svantaggio. A patto che si raggiunga il series A in un anno al massimo. Si può ottenere un finanziamento, spendendo il minimo e in poco tempo. L’iter burocratico è corto, veloce e poco dispendioso. Inoltre, non bisogna cedere subito equity della società. Però, bisogna ricordarsi che, a tutti gli effetti, una convertible note è un debito. In quanto tale, va inserito sotto la voce “debiti” del vostro bilancio.
Se fallite, i vostri investitori sono dei creditori e devono essere ripagati tramite gli asset societari.

Dal punto di vista di un investitore, la situazione è più complicata, ma potenzialmente più remunerativa rispetto alle “classiche” equity. Chi investe parte dal presupposto che il series A arriverà subito, nel giro di un anno al massimo. Il vantaggio per l’investitore sta nel fatto che, in caso di series A, lui potrà convertire le sue notes (ovvero il suo credito) in equity della società, alle stesse condizioni dell’investitore che porta il series A. Generalmente, per l’investitore, le condizioni del series A sono migliori rispetto al seed.
Inoltre, per far valere il suo investimento, avvenuto in tempi molto più “rischiosi”, il possessore delle convertible notes potrebbe aver diritto ad uno sconto (in genere, va dal 20% al 30%) sull’acquisto delle nuove shares della società che sta per chiudere il series A.
Se questo non dovesse bastare per proteggere il suo investimento, il possessore delle convertible notes ha il diritto di fissare una valutazione massima per il calcolo della conversione da notes a shares, sempre in caso di series A.
Questo è necessario per difendersi da una valutazione della società troppo elevata, che rischierebbe di annullare lo sconto che l’investitore del seed avrebbe sulle shares, durante il series A. Questa operazione viene chiamata “cap”.
E’ importante precisare che se viene fissato un cap, ovvero un tetto massimo per la valutazione usata durante la conversione da note a shares, non stiamo parlando della valutazione dell’intera società al momento del series A. E’ una valutazione fissata in anticipo ed usata solo per la conversione da note a shares dell’investitore che ha fatto il seed inziale.

Un ulteriore strumento a favore dell’investitore, sono le warrant coverage, ovvero una specie di stock option sul prossimo round. Se una note di $100k prevede una warrant del 20%, allora il possessore della note stessa ha diritto di comprare $20k di shares al prezzo dell’ultimo round (il prezzo può anche essere fissato all’inizio della note) e può effettuare questa conversione quando vuole lui, entro il limite di vita della warrant.
Le warrant, infatti, hanno un tempo di vita che va dai 3 ai 5 anni.

Per i founders sono preferibili warrant con una alta percentuale, ma con un tempo di vita basso. Al contrario, un investitore punta a basse warrant, ma con un tempo di vita superiore, per poter scegliere il tempo migliore per convertire in shares.

Come tutti i contratti, è possibile aggiungere clausole in base alle esigenze.

In questo caso, però, a vantaggio dell’investitore. Ad esempio, essendo la note un prestito, può essere soggetta ad interessi. Range standard sono 6% - 10% sulla durata della note.

In genere una note dura 12/18 mesi al massimo.

Se alla fine di questo periodo, la note non viene convertita in shares perchè non c’è stato il series A, allora si può convertire in common ad una valutazione fissata inzialmente (potrebbe essere la stessa della cap).

In genere, la durata della note viene decisa dai founders insieme con l’investitore, in base al tempo stimato per raggiungere un series A.

Queste sono le nozioni più importanti riguardo le convertible notes, adesso decidete come fare il prossimo seed round!

Ciao a tutti,
Stefano Passatordi
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Italia, investitori e startup

[Da: http://blog.tagliaerbe.com/2010/10/italia-investitori-startup.html]

In queste ultime settimane, nei blog dedicati al mondo startup e tecnologico, c’è stato un gran discutere circa la questione “fare la propria startup in Italia oppure andare in Silicon Valley”.

Il polverone è stato alzato da Augusto Marietti, co-founder di Mashape, che attualmente si trova con Marco e Michele (gli altri due co-founder) a San Francisco, nel mitico Pier 38.

In brevissimo, i tre giovanissimi founder sostengono che, dopo aver provato inutilmente a cercare dei finanziamenti in Italia, sono andati nella Valley ed hanno ottenuto quello che cercavano. Anche se con dispiacere, Augusto consiglia a tutti i giovani come lui e con idee innovative, di scappare dall’Italia perchè altrimenti le speranze di aver successo sono minime.

Queste affermazioni hanno scatenato un dibattito virtuale molto acceso, in particolar modo di Massimo Ciociola, seguito, in ordine temporale, da Stefano Bernardi e da Gianluca Dettori.

Fino ad oggi, ho letto in maniera passiva i vari post e commenti sui blog, senza mai intervenire in alcun modo, perchè, non avendo mai respirato l’atmosfera della Valley, non avevo alcun metodo di paragone per poter giudicare chi avesse ragione e chi no.

Prima di esprimere la mia opinione in merito, mi presento. Sono Stefano Passatordi e sono il co-founder di Ibrii, un servizio per la condivisione in tempo reale di contenuti web. Ibrii è nata nel novembre 2009 ed è stata, sin da subito, incorporata in Delaware. Per cui, a tutti gli effetti, è una società americana. In realtà, però, lo sviluppo e la gestione della società stessa avvengono a Roma. Tutto ciò è stato possibile grazie ad un seed ottenuto da dPixel.
Se vi state chiedendo perchè la società è stata registrata in Delaware, la risposta è semplice: “il nostro obiettivo è sempre stato quello di ottenere finanziamenti da investitori USA”.
Da novembre 2009 ad oggi, sono cambiate tante cose, sicuramente la più rilevante, ai fini della discussione, è che Lorenzo Thione è entrato a far parte della società già da molti mesi.

Grazie proprio ad Ibrii, ho avuto l’occasione di andare a San Francisco e nella Silicon Valley per qualche settimana.

Adesso, sento di poter esprimere il mio parere in merito, in quanto, non solo ho potuto constatare personalmente di cosa stiamo parlando, ma, soprattutto, incarno il prototipo dello startupper che è di base in Italia e cerca di far crescere la sua startup.

L’impressione che ho avuto leggendo i vari post delle settimane scorse, in merito a questa faccenda, è che si stia facendo confusione. Credo che sia fondamentale capire bene di cosa stiamo parlando: si parla di startup WEB e non di startup che producono macchine a idrogeno!

Questo, secondo me, è il punto principale da chiarire. Altrimenti, sarebbe sbagliato dire che in Italia è difficilissimo fare impresa e che non è possibile avviare una startup, mentre negli USA tutto è possibile. In Italia esistono tante aziende, in vari settori, che sono diventate famose nel mondo e che esportano la nostra cultura e che meritano il massimo rispetto.

Invece, secondo me, il discorso cambia quando si parla di fare l’imprenditore web. Raccontandovi la mia esperienza, cercherò di fare i paragoni tra quello che ho vissuto e vivo tutt’ora in Italia e quello che ho percepito nella Bay Area. Alla fine tirerò le somme di tutto il discorso.

Partiamo dal fundraising. (Va precisato che stiamo parlando di un seed, non di un series A!) In questi mesi, stiamo effettuando un secondo fundraising e abbiamo approcciato sia investitori italiani che della Valley. In Italia, SOLO PER RACCONTARE LA NOSTRA IDEA, TUTTI hanno chiesto tre cose: pitch, business plan e financials. A San Francisco, così come nella Valley, hanno voluto soltanto una demo..ovvero: “accendi il PC e fammi vedere di cosa stiamo parlando”.

Credo che le differenze siano ovvie, in Italia si pensa prima ai numeri e alle carte, mentre nella Valley il prodotto viene prima di tutto.
Con questo non voglio dire che business plan e financials non servono. Assolutamente NON è così. Però bisogna dargli il giusto peso in base allo stato attuale della startup e dei finanziamenti che si chiedono.
Un discorso è allenarsi a progettare e pianificare durante la fase di inizio. Un altro discorso è che, senza questa documentazione (deve essere almeno credibile, non improvvisata), non hai neanche la possibilità di raccontare la tua idea. Scusate, ma a me sembra una bella differenza!
Sicuramente, andando avanti con le trattative e con l’avanzare della startup verso uno stadio più maturo, il business plan diventa uno strumento fondamentale anche nella Valley.
Nessuno può immaginare di chiedere dei finanziamenti importanti, in Italia o all’estero, senza un business plan definito.
Forse vi potete salvare se trovate un angel e gli chiedete poche migliaia di dollari/euro.
(Circa questa questione, Dettori e dPixel sono stati gli unici ad ascoltarci e a credere in noi SENZA presentare un business plan sin dal primo giorno).

In Italia, il fatto che io ed mio il socio abbiamo un background tecnico (siamo due laureati magistrali in Informatica a Pisa) è sempre stato un punto a nostro sfavore.
Poichè siamo tecnici e, secondo gli investitori, sicuramente non capiamo nulla di prodotto e numeri..allora non possiamo aspirare a seed più corposi. Fiducia limitata! Se guardate la storia di tutte le più famose startup, vi renderete conto che sono quasi tutti tecnici.
In California, infatti, è stato esattamente il contrario. Essere due laureati in informatica è stato un ottimo biglietto da visita. All’inizio non sono i numeri che servono, ma il prodotto (ovvero servono tecnici)!
Senza quello, alla fase numeri non ci si arriva mai.

In questi ultimi mesi, stando comodomante a Roma, abbiamo stretto una partnership con una società che si trova a Sunnyvale, California. Tutto iniziato e portato avanti tramite Skype e email. In Italia, nonostante fossimo andati di persona nelle sedi di piccole, medie e grosse realtà con cui potevamo collaborare, abbiamo ottenuto solo tante false promesse, abbiamo perso tempo e risorse finanziarie.

Durante le settimane in Valley, siamo riusciti ad avere una media di 2 incontri al giorno con i più grossi angels della California, oltre a famosi blogger e affermati entrepreneurs.
Premetto che non li conoscevamo già da prima, ma, molto semplicemente, i contatti sono avvenuti tramite email oppure tramite Lorenzo.
In Italia, gli investitori li devi inseguire per settimane..

Un’altra importante differenza che ho riscontrato, riguarda i contratti di investimento per i seed. Durante gli incontri con i vari angel della Bay Area, tutti ci hanno parlato di convertible notes e di contratti lunghi una pagina, molto laschi.
Perchè la filosofia della Valley è questa: una startup potrà essere o ZERO o UNO. Se un giorno varrà UNO allora convertono in equity ed assegnano una valutazione, contestualmente all’interesse di un VC.
In Italia, invece, già il primo contratto di investimento (per un seed) è lungo oltre 15 pagine e contiene clausole da series A. Senza parlare della valutazione che viene assegnata inizialmente e che, nella maggior parte dei casi, limita la startup anche per i round futuri.

Concludendo, credo che sia sbagliato asserire che in Italia è impossibile fare impresa e che, per forza, bisogna andare fuori dal paese. Condivido in parte le affermazioni di Ciociola e Dettori, ma allo stesso tempo capisco Augusto Marietti.
Va benissimo cercare di restare in Italia per far crescere il paese e contribuire a renderlo un posto migliore per le future generazioni.
Va benissimo dire che, spesso, non dipende dall’Italia, ma dalla NON bravura dell’imprenditore e che ognuno deve assumersi le proprie responsabilità, senza fuggire.
Però, bisogna anche essere onesti e raccontare i fatti per quello che sono attualmente in Italia. Per cercare di replicare l’ambiente che si trova nella Valley, serve uno sforzo da parte di tutti: imprenditori, investitori, università, politiche economiche, il sistema paese.

Negli ultimi 3 anni, in Italia le cose sono cambiate molto riguardo la questione startup ed investitori. Oggi, a differenza di prima, se un giovane ha una idea ha più di qualche porta a cui bussare.
Quindi, se da un lato ci sono stati dei passi in avanti e continuano ad esserci, dall’altro, però, c’è ancora tanto lavoro da fare.

Dal mio punto di vista, ecco alcuni consigli per migliorare:

- Investitori: evitare di ingessare le startup con basse valutazione per potersi prendere una percentuale di equity sempre più alta. Questa tecnica porta solo a svalutare la startup e diventa un deterrente per un grosso VC. Ricordarsi sempre che fare il venture capital è una attività che intrinsecamente vive di rischio, non potete cercare garanzie che nessuno può darvi.

- Imprenditori: cercare di portare avanti la propria idea anche senza grossi capitali iniziali, questo discorso vale soprattutto per le startup web. Ci sono startup che con meno di 20k euro di investimento iniziale ci sono riuscite (leggetevi Founders at Work). Pensare a creare un network collaborativo piuttosto che lucrativo. Ad un evento a San Francisco, un giovane startupper mi ha detto che quando incontra un altro entrepeneur come lui, non pensa a come quella persona possa aiutarlo, ma pensa a come lui possa aiutare quella persona. Capite la differenza? Basta con le invidie e con la guerra tra poveri.

- Università: le università sono il vero valore aggiunto della Silicon Valley, secondo me. Formano le menti imprenditoriali dei giovani studenti fin dai primi anni. Ad esempio, Stanford e Berkeley hanno almeno un corso all’anno su cosa significhi fare l’entrepeneur e come si fa.

Secondo me, un errore comune di tutti è quello di non capire da subito che, grazie ad internet, tutte le startup (web) sono sul mercato globale. Che tu stia in Italia, in Cina, in Russia o in America, devi sempre ricordare che il tuo mercato è globale.

Questo vuol dire che l’investitore non deve applicare regole di investimento diverse, in genere più pesanti, da quelle applicate dagli investitori americani, altrimenti la startup, nel mercato globale, partirà già svantaggiata.
L’imprenditore (web) non può pensare di offrire il suo servizio prima in italiano e dopo, forse, in inglese.
Le università non possono pensare di fare dei corsi di imprenditorialità limitandosi ad esempi e contesti italiani.

Per tutti questi motivi, credo che, almeno in questo momento, sia meglio provare a far crescere una startup WEB nella Valley, piuttosto che in Italia.

Secondo me, Augusto ha fatto la scelta giusta. In Italia nessuno ha voluto ascoltarlo, cosa avrebbe dovuto fare? Abbandonare tutto e fare altro? NO! Ha deciso di provarci nella mecca della tecnologia, ha avuto il coraggio di lasciare il paese che non lo ha capito e non lo ha aiutato.

Se vogliamo cambiare le cose in Italia, ed evitare che i giovani vadano oltre oceano, è ora di smettere di fare solo chiacchiere. Servono i fatti!

Stefano Passatordi
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giovedì 30 settembre 2010

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San Francisco e Silicon Valley: Tips and Tricks (seconda parte)


Tornato da San Francisco, ho ricevuto delle email in cui alcuni di voi mi hanno chiesto di raccontare la mia esperienza durante il viaggio nella San Francisco Bay Area. Per questo, ho deciso di scrivere alcuni post in merito.

Il precedente post e questo che state per leggere, sono dedicati ai consigli che sento di darvi, in base alla mia personale esperienza.

Nei prossimi post parlerò della mia esperienza a San Francisco sotto altri punti vista..

Anche in questo caso, cercherò di dividere i tips per sezioni.

Networking

Sia che andiate per poche settimane e sia che vi trasferiate per qualche mese, un elemento fondamentale del vostro viaggio dovrà essere il networking!

Per quello che ho visto con i miei occhi, la Bay Area basa tutto il business sul networking...quindi è un aspetto di primissimo piano.

Per capire quali eventi ci sono e dove, vi consiglio:

- The Startup Digest

- Plancast

- Meetup

- BAIA

- Workit events

- Garysguide

- SFNewTech

Agli eventi potrete incontrare giovani come voi che hanno una idea da realizzare, angels dell’ultima ora, ma anche investitori famosi. Ad esempio, al secondo evento, ho conosciuto un ragazzo di Sequoia Capital, senza contare la sera prima che ho conosciuto Jeff Clavier (secondo angel dopo Ron Conway).

Andare a questi eventi è come fare il tuo pitch infinite volte..ti presenti, stringi la mano, scambi il biglietto da visita, hai 30 secondi per dire chi sei e cosa fai..se susciti curiosità allora la chiacchiera procede, altrimenti “Ok, sounds nice! It was great to meet you. See you around.” Ah, dimenticavo: “Keep in touch!”.

Quindi ragazzi, brevi e decisi!

Spazi

Se rimarrete a lavorare sulla vostra startup, sicuramente vi serviranno degli spazi di lavoro.

Tra San Francisco e la Silicon Valley ne trovate tantissimi, dipende da voi quanto volete spendere e dove preferite vivere.

Una lista aggiornata la trovate qui.

Personalmente ne ho visitati 5, due a San Francisco, uno a Menlo Park, uno a Sunnyvale ed uno a Berkeley.

I due più interessanti, secondo me, sono: Pier 38 a San Francisco (open space che sembra una nave pirata) e poi Plug & Play a Sunnyvale.

Mediamente, i prezzi si aggirano sui 500/600 dollari per scrivania. Ovviamente ogni spazio ha le sue caratteristiche, dipende da voi cosa cercate.

Il mio consiglio è comunque di cercare degli open space, perchè vi danno la possibilità di integrarvi più facilmente e di scambiare più feedback con i founders di altre startup.
Ma attenzione all’effetto collaterale...troppe distrazioni!

Per quello che ho capito, in questi ultimi anni, la parte di San Francisco che più sta andando di moda tra le startup è SOMA. Una zona non proprio di elite, dove i fitti sono più bassi..e quindi posto ideale per prendere un ufficio ad un costo inferiore.

Per tutto il resto, lascio a voi il piacere di scoprire la bellezza di San Francisco e della sua Bay Area.


Budget di spesa

A questo punto, proviamo a fare due semplici conti per capire quanto potrebbe essere la spesa media, al mese, per una startup che si vuole trasferire lì. Prendiamo il caso di due giovani startupper, senza troppi grilli per la testa ed un budget ristretto.

Volo, solo andata: se preso in anticipo di almeno un mese, lo trovate anche a 600 dollari. Quindi diciamo, 1.200 dollari per due.

Fitto, ipotizziamo nella zona di San Francisco: siccome bisogna risparmiare, si prende una camera per due, in una zona decente. Costo totale, 1.100 dollari.


Assicurazione medica (obbligatoria): minimo 100 dollari a testa, quindi 200 dollari.

Cellulare: fate attenzione perchè, a differenza dell’Italia, negli USA paghi sia se chiami ma anche se ricevi. Un piano telefonico buono, ovvero considerando di ricevere ed effettuare un numero di chiamate non altissimo, vi potrebbe costare in totale, per entrambi, 100 dollari. Se aggiungete anche traffico dati, dovete sommare circa 60 dollari.

Spesa: ovviamente la cifra che si spende al mese per mangiare varia molto da persona a persona..qui non posso aiutarvi. Posso solo dirvi che se cercate cibo italiano lo trovate..ma costa tanto! Ho visto un pacco di pasta di una nota produzione italiana a quasi 4 dollari!
Comunque, ipotizziamo una spesa mensile totale di circa 250 dollari.

Ufficio: due scrivanie, a San Francisco, le pagate almeno 900 dollari.

Trasporto: anche qui il costo può variare molto, dipende se scegliete l’auto, la bicicletta o i mezzi.

Extra: eventi o simili, considerate 150 dollari al mese come minimo, totali per entrambi.

Se fate la somma, a San Francisco, due startupper spederebbero, mediamente, tra i 2.200 ed i 3.000 dollari. Chiavi in mano ;) [aereo a parte]


Adesso avete un quadro abbastanza completo per poter progettare il vostro viaggio nella Bay Area...in bocca al lupo!


Stefano Passatordi
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lunedì 27 settembre 2010

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San Francisco e Silicon Valley: Tips and Tricks (prima parte)


Ciao a tutti, sabato sera sono rientrato in Italia, a Roma, dopo aver passato due fantastiche settimane nella famosa San Francisco Bay Area.
In parte vi ho già parlato del viaggio e degli incontri avuti nella Valley, ma in questo post darò delle informazioni utili per tutti coloro che stanno pensando di trasferirsi lì oppure di fare solo un viaggio.

Dividerò i consigli e le mie esperienze in sezioni, spero che la lettura sia più chiara e veloce.

Viaggio

Prima di tutto, dovete sapere quanto tempo avete intenzione di restare in California. Come turisti potete restare 6 mesi all’anno in tutto, ma ATTENZIONE: non più di 3 mesi di seguito...e quando ritornate per altri 3 mesi (dopo aver passato 3 mesi fuori dagli USA), tenete in considerazione che il vostro ingresso nel paese non è garantito.
L’omino della dogana ha il diritto di bloccarvi e rimandarvi indietro se qualcosa in voi non gli piace!
Ovviamente per restare più di 3 mesi di seguito ed essere legali, dovete ottenere un VISA, ma questo è un altro discorso.
Quello che ci tengo a precisare è che anche se fate su e giù tra California ed Italia, pur restando sotto i 3 mesi, siete ad alto rischio di essere bloccati alla dogana. Ogni vostro ingresso nel paese viene registrato, ogni volta vi verrà chiesto il motivo della vostra visita, oltre ad altre domande varie su chi siete e cosa fate nella vita.

Quello che mi è stato detto nei giorni a SF è che in dogana hanno un sistema automatico che cerca di riconoscere i pattern di ingresso nel paese. Se risultate positivi ad un pattern allora potreste essere bloccati. Ad esempio, se voi fate sempre 2 settimane in California e poi una in Italia, il sistema può segnalarvi come una persona che sistematicamente entra nel paese ogni 3 settimane..fate attenzione!

Ricordate che prima di partire dovete controllare che il vostro passaporto sia in regola (io, ad esempio, ho dovuto prendere una marca da bollo da passaporto del valore di 40,29 euro). Inoltre, cosa importantissima, dovete compilare la domanda elettronica ESTA per accedere negli Stati Uniti!

Per il biglietto del volo, i prezzi a/r partono dai 650 euro a salire. Devo dire molto meno di quello che mi aspettassi. Vi consiglio AmericanAirlines, ha i prezzi più bassi ed un buon servizio.

Cercate di prendere il volo con meno scali, se potete, evitate di passare da New York, si perde troppo tempo per motivi di sicurezza.

Sappiate che durante il volo Europa – USA vi daranno una coperta, un cuscino e delle cuffie per sentire musica o vedere un film! Per il resto enjoy the flight!

Ricordate che a San Francisco sono meno 9 ore rispetto all’Italia, il jet lag si sente...noi al terzo giorno ancora giravamo come degli zombie!

Dormire

Per dormire la situazione varia molto in base alla durata del viaggio e, come potete ben immaginare, i prezzi variano molto in base alla zona. A San Francisco i fitti sono molto alti, ma se vi spostate più verso la Valley, a sud, potete risparmiare qualcosa.

Per darvi una idea, una camera singola in una zona buona di SF viene almeno 1.000 dollari al mese...se siete fortunati! In una zona più periferica e molto meno sicura, potete cavarvela anche con 500/600 dollari al mese. Anche in questo caso, attenzione! Non fate gli italiani che pensano di stare in 10 in una stanza e pagare sempre 500 dollari...non funziona così!

Nella zona della Valley, potete trovare una buona camera anche a 600/700 dollari al mese.

Queste soluzioni possono andare bene se decidete di restare in California almeno un mese, altrimenti, per periodi più corti, vi consiglio un buon motel.

Il problema delle case con i periodi corti sono due: non è facile trovarle per un mese solamente, dovete comunque lasciare la caparra di almeno un altro mese.
In un motel, invece, potete spendere in 3 settimane lo stesso di quello che spendereste in una casa per un mese, ma non dovete pagare cauzione, avete la colazione già compresa e vi sistemano la camera ;)

Anche in questo caso, i prezzi dei motel variano molto dalla zona.

Spostarsi

Se avete intenzione di vivere e restare solo a San Francisco, allora, forse, la macchina non vi serve. Potete usare la bici oppure i mezzi pubblici.

Se, invece, dovete girare per la Valley..la macchina è indispensabile!

Una macchina piccola, in fitto, vi viene circa 300 dollari a settimana..se aggiungete il navigatore (serve tantissimo!) arrivate anche a 350 dollari. La benzina, però, costa pochissimo rispetto all’Italia. Il nostro pieno era 37 dollari!!!

Se volete comprare una macchina usata, non spenderete meno di 3.000 dollari, per una macchina decente che cammina e frena. Inoltre, dovete aggiungere 600 dollari iniziali di tassa di registrazione dell’auto.

Un’altra soluzione è il car sharing, a San Francisco esistono le zipcar, ovvero macchine che prendi solo quando ti servono e paghi il noleggio ad ore.

Quando guidate fate attenzione!

Non siete in Italia, la polizia lì è molto più furba. Usano delle automobili che si mimetizzano con le auto normali, per cui ti accorgi che sono poliziotti solo quando li stai superando ad una velocità oltre il limite. A questo punto, matematicamente, scatta il famoso PULL OVER..e siete fregati!

Mangiare

Sono sicuro che non è una novità per voi sapere che in California si mangia male! Se dovete rimanere per molto tempo, allora il consiglio è andate a fare la spesa cercando di prendere cibo “normale” ed evitate i vari fast food.

Se, invece, restate per poco tempo e siete in un motel...siete fregati!

Siete costretti a spendere tanti soldi per mangiare hamburger di ogni tipo, insalate improbabili e tanta cipolla. I costi sono di circa 6 dollari ad hamburger/panino, a volte con bevande incluse. Vi consiglio di provare Denny’s, una catena di ristoranti aperti h24, i costi sono normali, ma almeno potete mangiare un piatto leggermente migliore dei vari fast food.

Fine prima parte...


Stefano Passatordi
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mercoledì 22 settembre 2010

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San Francisco - Robert Scoble

Il viaggio di Ibrii nella Silicon Valley sta per giungere al termine, venerdì rientreremo in Italia..ma lasciamo questa terra con l'intenzione di tornarci presto!

Oggi vi racconto brevemente dell'incontro tra noi e Robert Scoble (scobleizer.com)..sapete chi è questa persona?!

Per chi non lo sapesse, stiamo parlando del primo blogger al mondo per quanto riguarda applicazioni web 2.0.
Insieme a lui ci sono Techcrunch e Mashable. E' un personaggio che può portare una startup dalle stalle alle stelle in poco tempo :)

Insomma, credo di avervi reso l'idea...

Il nostro incontro con Robert Scoble, a casa sua, è la dimostrazione di come siano diverse le cose qui. I rapporti si creano molto più facilmente e velocemente e, con un pò di coraggio e qualche aggancio, puoi arrivare alle persone più in alto della piramide, senza troppi sforzi.

Lunedì pomeriggio alle 16 in punto, abbiamo bussato al campanello di casa sua. Ci ha aperto sua moglie e ci ha indicato la stanza in cui dovevamo andare.

Con un pò di emozione (non lo nascondo), abbiamo bussato alla porta e Robert ci ha fatti entrare nella stanza in cui filma le sue famose interviste.
La cosa che subito mi ha colpito sono state le attrezzature da set cinematografico che abbiamo trovato nel suo studio...senza parlare della sua postazione ultra super hi-tech..quasi alla Minority Report.

Ci siamo presentati ed abbiamo iniziato a parlare di noi e di Ibrii...dopo circa 30 secondi, Robert ha acceso la sua macchina fotografica professionale ed ha iniziato a riprenderci.

Ragazzi..che emozione!!!!

Pochi secondi di video e di presentazione del prodotto e dopo abbiamo iniziato a discutere su dove vogliamo arrivare e come.

Anche in questo caso, fortunatamente, abbiamo ricevuto un feedback positivo e tanti suggerimenti da una persona come lui, che è un guru del web 2.0.


Robert ha dimostrato subito di essere un fuori classe, ci ha posto le domande che ci aspettavamo e, cosa molto divertente, conosce personalmente i founders delle startup che sono nostri competitor :)

Anche i suoi consigli sono stati in linea con tutto il feedback raccolto in questi giorni, una ulteriore conferma della strada che dovremo intraprendere nei prossimi mesi...puntando ad essere promossi in serie(s) A!


Thank you Robert!

Stefano Passatordi
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lunedì 20 settembre 2010

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Startup Weekend a Roma


Finalmente lo Startup Weekend arriva anche a Roma!

Dopo l'enorme successo ottenuto nell'edizione di Venezia, il team di SW punta a replicare anche a Roma.

L’evento si terrà dal 29 al 31 Ottobre presso l’Opificio Telecom, spazio gentilmente offerto da Working Capital.

Startup Weekend è l'evento ideale per tutti coloro che si stanno approcciando al mondo startup. Se avete una idea ma non sapete come realizzarla, se cercate dei cofounder, se cercate del feedback, se vi piace la competizione, allora questo è l'evento che fa per voi!

Tutti i partecipanti si divideranno in vari team e dovranno realizzare una demo di un prodotto altamente innovativo.

Tutto questo in sole 54 ore!

Sicuramente una sfida affascinante e stimolante, in cui ognuno dei partecipanti potrà dare il suo apporto, in base alle proprie competenze. Un format nuovo per l'Italia, importato direttamente dagli USA.

Tutti sono spronati a dare il massimo per il bene del team, con l'obiettivo di arrivare primi per vincere il premio finale in denaro!

Inoltre, la SW sarà una ottima occasione per fare networking. Potrete consocere giovani imprenditori, sviluppatori, esperti di marketing, grafici...e, ovviamente, investitori!

Ragazzi non perdete questo evento!

Maggiori informazioni:

http://rome.startupweekend.org/

http://www.facebook.com/group



Durante la competizione saranno offerti pasti e bevande per tutti i partecipanti.

Ricordo che questo evento si terrà anche a Milano dal 15 al 17 Ottobre.


Non mancate, ci vediamo tutti allo Startup Weekend!


Stefano Passatordi
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San Francisco - Fabrizio Capobianco


Qui nella Bay Area tutto va alla velocità della luce ed il nostro viaggio prosegue alla grande!

Dopo aver incontrato Lorenzo Thione, siamo andati a trovare un altro italiano che nella Bay Area ha avuto un successo enorme: Fabrizio Capobianco.

Per quei pochi che non lo conoscessero, Fabrizio è il CEO di Funambol.

Prima ancora di partire, lo avevo contattato per chiedergli un incontro durante la nostra visita nella Valley, e lui, molto gentilmente, ci ha dato appuntamento per venerdì pomeriggio.

Grazie al nostro super navigatore abbiamo sbagliato indirizzo ed abbiamo ritardato di circa 15 minuti all'appuntamento...il nostro ritardo ha fatto sì che saltasse il nutella party nella sede di Funambol :) SORRY GUYS!

Vi ho voluto raccontare questo aneddoto, per darvi subito un'idea dell'ambiente che si respira da Funambol. Fabrizio ha saputo creare l' ambiente lavorativo che si trova qui in giro nella Valley, rilassato e produttivo.

Non lo avevo mai conosciuto di persona, ma da subito ha saputo metterci a nostro agio e abbiamo iniziato a parlare del nostro viaggio nella Bay Area e di quello che stiamo facendo con Ibrii e dove vorremmo arrivare. Con lui abbiamo discusso molto il problema del VISA e delle possibili strade da percorrere per ottenerlo. Poi ci ha dato qualche consiglio sul prodotto, soprattutto lato usabilità, perchè Fabrizio è anche un esperto di usability.

Poi è stato lui a raccontarci la sua storia, dagli inizi fino al successo qui in California. Credo che Fabrizio incarni il concetto di "volere è potere". Voleva venire qui e creare la sua azienda, nonostante i problemi "classici" con il VISA, ha lavorato tanto ed è riusciato a rendere Funambol una Azienda che ha preso oltre 30M di dollari di finanziamenti da VC americani.

L'impressione che ho avuto di Fabrizio è di una persona semplice, un lavoratore che, nonostante adesso si trovi ad altissimi livelli, non ha dimenticato il passato e si è rapportato con noi con estrema umiltà. Ha messo a nostra disposizione la sua esperienza da imprenditore di successo e da italiano emigrato qui nella Bay Area.

Per noi è stato un onore averti conosciuto, grazie Fabrizio!









"Non posso dirvi come fare un business plan, ma posso dirvi gli errori che ho commesso io nel farlo." (Fabrizio Capobianco)



Un saluto a tutti dalla Valley ;)

Stefano Passatordi
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venerdì 17 settembre 2010

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San Francisco - Lorenzo Thione

Il viaggio di Ibrii nel tempio della tecnologia e dell'innovazione continua!!!

Facciamo su e giù tra San Francisco e la Silicon Valley, ormai conosciamo la 101 Highway quasi come le nostre tasche :)

Ieri abbiamo incontrato Justin Fishner-Wolfson e S. Alexander Jacobson di 137Ventures. Anche loro due menti troppo avanti!

Oggi abbiamo incontrato di persona e per la prima volta Lorenzo Thione! (articolo di Wired Italia)


Siamo andati a trovarlo negli uffici di Powerset/Bing a San Francisco.

Nonostante Lorenzo sia parte integrante di Ibrii da molti mesi ormai, oggi è stato il primo vero incontro "face to face" :)

Abbiamo parlato di come sta andando il nostro tour nella SF Bay Area..ma, soprattutto, del nuovo Ibrii. Attualmente stiamo lavorando molto sul prodotto, per renderlo sempre più engaging e con un alto valore aggiunto per l'utente. In tutti questi mesi i consigli di Lorenzo sono stati importantissimi e, come sempre, anche oggi ha avuto delle ottime idee per migliorare il prodotto. I prossimi tre mesi saranno cruciali per Ibrii :)

La cosa che più mi ha colpito in questi mesi di collaborazione con Lorenzo, è la sua capacità di trovare sempre idee originali ed, ovviamente, orientate al business. Evidentemente, l'ambiente così vivo e così competitivo di San Francisco è uno stimolo per essere sempre avanti agli altri sia con le idee che con i fatti.

In poco più di un'ora, Lorenzo ci ha suggerito strade molto interessanti per Ibrii, che vanno dal social gaming al mobile, passando dalla possibilità di far guadagnare i nostri utenti!

Che dire..non potevamo scegliere un advisor migliore.


Ibrii ti ringrazia, grazie Lorenzo!


Stefano Passatordi
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mercoledì 15 settembre 2010

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San Francisco - Primi giorni


Per chi non lo sapesse già, attualmente mi trovo a San Francisco e non posso non raccontarvi il viaggio nel blog!

Sono qui con il mio socio per due settimane.

I motivi del nostro viaggio sono molteplici:

- Incontrare Angels e VCs

- Capire come funzionano le cose qui e come cercare di ottenere il VISA

- Fare una esperienza personale che non ha prezzo

Purtroppo, non ho tanto tempo libero (per fortuna!)..vorrei raccontarvi tutto, ma sono costretto a fare un riassunto.

Cercherò di scrivere tanti post brevi per tenervi aggiornati e per condividere con voi questa fantastica esperienza.

Ecco gli highlights di questi primi giorni (le foto le trovate sul mio Facebook):

- Primi due giorni da "turisti" (per riprenderci dal jet lag) con visita a Google, Apple, Facebook, HP e Plug&Play (more to come). Visita a San Francisco.

- Siamo andati al Plug&Play da Tara Kelly di Passpack

- Siamo stati al Pier 38 a trovare i ragazzi di Mashape

- Abbiamo parlato con Josh Felser e conosciuto Gary Kremen

- Abbiamo mangiato tutto ciò che di più kalorico esiste negli USA!

- Tra pochi minuti (mentre voi sarete a letto a dormire) andremo al TECH cocktail San Francisco 2010 Startup Mixer

Questo è proprio un assaggio di queste prime ore qui nella Valley...appena possibile vi dirò di più ;)


L'incontro con Kremen:



A presto per la prossima puntata!!!!

Stefano Passatordi
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martedì 7 settembre 2010

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Intervista a Stefano Bernardi - seconda parte

Ecco la seconda parte dell'intervista a Stefano Bernardi...godetevi le altre quattro domande!

Mi scuso in anticipo se durante questa intervista noterete facce strane o risate varie, noi ci siamo divertiti ma non siamo professionisti..lo facciamo solo per passione!


1) Quanto tempo ci vuole mediamente per chiudere un round?



2) Quali sono i settori in cui investe DPixel?




3) Settori su cui puntare adesso e per il prossimo futuro?



4) Quali sono le principali conseguenze per la startup quando entra in gioco un investitore?




Spero che questa intervista vi sia piaciuta e vi sia stata utile. Alcuni argomenti affrontati adesso con delle veloci domande li approfondiremo successivamente nel blog.


Grazie,

Stefano Passatordi

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Intervista a Stefano Bernardi - prima parte


Ciao a tutti!

Spero abbiate passato delle ottime vacanze..magari leggendo uno dei libri consigliati ;)

Riprendiamo dopo la pausa estiva con una intervista a Stefano Bernardi.

A lui ho posto le domande che in questi mesi ho ricevuto da voi, ovviamente non tutte, ma solo quelle più richieste.

Ho scelto Stefano per tre motivi:

- E’ un amico
- E’ giovane
- Lavora presso un investitore (DPixel)

Mi scuso in anticipo se durante questa intervista noterete facce strane o risate varie, noi ci siamo divertiti ma non siamo professionisti..lo facciamo solo per passione!

Di seguito le domande con i relativi video:

1) Perchè non bisogna aver paura di raccontare la propria idea?



2) Come fare un buon pitch?



3) Ha più importanza il team o l’idea?



4) Come dovrebbe essere composto il team ideale?



Fine prima parte...


A presto,
Stefano Passatordi
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mercoledì 18 agosto 2010

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Qualche lettura sotto l'ombrellone!


Visto il periodo di vacanze e di relax, vi vorrei consigliare dei libri che ho letto in queste ultime settimane e che vi consiglio. Sono tutti in inglese (avevate qualche dubbio?) e, ovviamente, sono tutti inerenti al tema del blog ;)



Secondo me, il primo da leggere è: "The inmates are running the asylum".

Purtroppo, ho letto questo libro troppo tardi. Dopo aver già imparato, a mie spese, che per progettare l'interfaccia grafica di un sistema informatico qualsiasi (anche una web app) non ci vuole uno sviluppatore :) Leggendo questo libro, capirete che, prima di progettare una GUI, dovete spogliarvi dei panni da programmatori...altrimenti i risultati potrebbero essere devastanti! Ve lo consiglio per capire quale approccio vi è più utile durante la progettazione del vostro servizio/prodotto.

Il secondo libro che vi consiglio è: "Mavericks at Work: Why the Most Original Minds in Business Win".

Ho trovato questo libro per caso, in libreria...è davvero stupendo! I due autori hanno analizzato, per anni, grosse aziende americane ed europee, di qualsiasi settore, ed hanno cercato di individuare i comportamenti del management che hanno portato al successo le rispettive realtà.
Dal settore bancario, a quello informatico, a quello web, passando per il mercato dei diamanti, gli autori spiegano perchè certe persone riescono ad avere successo rispetto ad altri...pur avendo le stesse opportunità. Ve lo consiglio perchè vi aiuta ad ampliare il vostro punto di vista.

Il terzo libro è: "Founders at Work: Stories of Startups' Early Days".


Credo che questo libro sia assolutamente da leggere per tutti founders di una startup! Dovete leggerlo! Sono raccolte le storie di tantissime grosse realtà di oggi, ma che ieri erano delle startup.
L'autore ha intervistato i vari founders di : 37Signals, Adobe, Apple, Blogger, Delicious, Firefox, Gmail, Flickr, Yahoo, Hotmail, Lycos...e tanti altri. Tramite il racconto dei diretti interessati, saprete come hanno fatto a diventare i colossi attuali. Dagli inizi nel mitico garage, ai finanziamenti, alle prime assunzioni, ai successi nel tempo. Insomma...non siete curiosi di sapere come hanno fatto queste persone a diventare ricche con la loro startup??...Leggetelo!

Spero che queste letture possano essere di vostro interesse, a me sono piaciute tanto..se avete dei libri da consigliarmi commentateli, grazie!

Buone vacanze,

Stefano Passatordi
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giovedì 5 agosto 2010

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Finanziamenti: Come?


In precedenza abbiamo visto perchè servono i finanziamenti e come sono divisi.
In questo post, vedremo come cercare di ottenerli.

Premetto che non credo che ci siano delle regole precise per ottenere un finanziamento, ma credo di potervi dare piccoli consigli, in base a quello che ho potuto osservare ed imparare in questi mesi.

La prima cosa da fare, è individuare i possibili investitori in base all’area tecnologica della vostra startup. Ci sono basse possibilità di successo se una startup web prova a chiedere finanziamenti ad un fondo specializzato in energie rinnovabili!

Seconda importante scelta, dovete decidere se puntare ad un investitore italiano, europeo, americano o magari asiatico. Ovviamente questa scelta non è immediata, è sicuramente legata al vostro mercato, ma dipende anche da molti altri fattori.

Terza scelta fondamentale, la taglia del finanziamento. Cercare un seed? Cercare un round A? (vedi qui)

In questo post ipotizziamo di cercare un seed. In tutti i casi, la ricerca dei possibili finanziatori può semplicemente iniziare da Google, oppure potete partecipare ad eventi organizzati appositamente per far incontrare startup ed investitori (ad esempio, Working Capital, TechGarage, Intesa SanPaolo Startup Initiative), oppure tramite il vostro network di amici.

Ipotizziamo che abbiate trovato uno o più finanziatori che possano fare al caso vostro. Dovete seguirli (non fisicamente! Ma tramite Facebook, Twitter e tutti gli altri possibili canali) e studiarli attentamente per capire: chi sono, cosa cercano, quanto finanziano, come finanziano..insomma, dovete cercare di raccogliere quanta più informazione possibile sul loro conto!
La cosa migliore è cercare di contattare delle startup che sono state finanziate da loro.

Prima di contattarli per fissare un incontro, dovete essere sicuri di :

- Saper presentare voi stessi ed il team
- Saper descrivere la vostra idea di business a breve e lungo termine
- Avere una stima del finanziamento che vi serve e come lo spenderete
- Conoscere il mercato a cui vi rivolgete
- Conoscere i vostri competitor

Insomma, dovete avere le idee chiare su tutto!
Dovete essere in grado di rispondere a qualunque domanda dell’investitore.

Vi consiglio di preparare un documento descrittivo, magari un executive summary (un business plan in questa fase (seed) sarebbe poco credibile, invece, per un round A e oltre sarebbe il punto di partenza), ed una breve presentazione (pitch di pochi minuti) per far capire all’investitore perchè dovrebbe puntare su di voi.

Per quello che è stata la mia esperienza, posso dirvi che l’investitore punta prima sul team e dopo sull’idea, ricordate questo concetto perchè è fondamentale.
In realtà, quando qualcuno investe in una startup, non sta puntando tanto sull’idea quanto sul team. Il vero valore aggiunto dovete essere voi!

Dovete dimostrarvi sempre sicuri, ma pronti ad imparare e a collaborare. Dovete sapere quello che volete dalla vostra startup, dove volete arrivare e avere una idea su cosa sarete dopo 3/5 anni!

Per quanto mi riguarda, credo che in questo caso “l’abito faccia il monaco”, un consiglio personale, presentatevi in maniera decente all’incontro con l’investitore. Non andate come se andaste a fare una scampagnata in montagna con gli amici...vi assicuro che ne ho visti...

Sempre in base alla mia esperienza, ho notato che un investitore osserva una cosa in particolare: come è composto il team! E’ fondamentale che il team sia eterogeneo, ognuno con una competenza definita all’interno della startup e, soprattutto, ci vuole il tecnico che sviluppa!

Andare da un investitore e dire:”Ho una idea super fantastica, ma io non so svilupparla, devo pagare un esterno con i soldi che mi dai..” Vi assicuro che non è una mossa intelligente!

Se avete degli articoli su carta o su web che parlano di voi, o qualsiasi altra cosa che possa darvi valore, allora fatela vedere all’investitore.

Ricordate che un investitore vi chiederà sicuramente, in ordine:

- Chi siete, la vostra formazione, in cosa siete specializzati. La vostra storia.
- La vostra idea. Perchè è una buona idea, il mercato, come si monetizza, chi sono i vostri competitor e che valore aggiunto date agli utenti.

Su questi punti non potete sbagliare!Dimostrate di avere le idee chiare e siete a buon punto.

In poche parole, siate voi stessi, non provate a sembrare grandi imprenditori se ancora non lo siete. Quando parlate del mercato di riferimento cercate di avere numeri reali ed aggiornati con tanto di fonte e riferimenti. Parlando dei vostri competitor non dite che voi siete il massimo e loro sono niente, ammettere di avere dei punti da migliorare non è necessariamente una aspetto negativo. Fate capire all’investitore in che modo spendereste il finanziamento..ovviamente per far crescere la vostra startup sia come società che come realtà del web!

La nostra storia con dPixel ve l’ho raccontata qui.

Posso dirvi che i punti a nostro favore sono stati:

- Il nostro cv personale, due giovani laureati in informatica
- Il fatto che da soli avevamo già sviluppato un prototipo che faceva oltre 6k unici al mese in tutto il mondo
- Dozzine e dozzine di recensioni su Ibrii in varie lingue
- Eravamo già una LTD a Londra
- Abbiamo dimostrato di avere le idee chiare e di conoscere bene sia il mercato che i competitor
- Ovviamente...l’idea ;)

Per concludere, come ho detto all’inzio del post, non esistono regole precise da seguire per ottenere un finanziamento.

Posso dirvi che tutto dipende solo da voi, chi investe punta sul team, su di voi, e dopo sull’idea. Tenetelo a mente!

In bocca al lupo ;)

Stefano Passatordi
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